Le fonti storico-educative nella Basilicata di età liberale

date

1901 -1922

author

title

Scritture professionali di educatori lucani 1901 - 1922

bibliography

  • M. Bergamasco, Il Direttore didattico, Melfi, Tipografia F.lli Insabato, 1903
  • E. Franciosa, Per l'educazione primaria e popolare, Melfi, Tipografia F.lli Insabato, 1903
  • F. Bilancia, L'evoluzione pedagogica positiva dal Rinascimento ai nostri tempi, Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello, 1908
  • P. Gambacorta, Relazione scolastica sulla III classe, Potenza, Stab. Tipografia "La Perseveranza", 1908
  • C. Longhi, La computisteria nelle scuole tecniche a tipo comune, Potenza, Tipografia Carlo Spera, 1911
  • G. Natali, I regii Provveditori agli studii, Potenza, Tipografia Garramone e Marchesiello, 1912
  • V. Cantarella, Il maestro e la scuola, Melfi, Tipografia F.lli Insabato, 1912
  • E. Franciosa, La scuola moderna e l'educazione fisica dei fanciulli. Istruzioni, norme e programmi particolareggiati per l'insegnamento della ginnastica nelle scuole elementari, Melfi, Tipografia Appulo Lucana, 1912-13
  • E. Pedio, La legge Daneo-Credaro nella sua applicazione, Potenza, Stab. Tipografia Fulgur, 1915
  • G. Orga, Ricorso al Cons. Prov Scolastico per l'abbinamento delle 3 e 4 classi miste, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1916
  • M. Caldani, La mia scuola, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1918
  • G. Giambrocono, Le condizioni della scuola elementare in Basilicata alla vigilia della legge Credaro, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1920
  • E. Pedio, Per la scuola elementare e popolare in Basilicata, Potenza, Tipografia La Perseveranza, 1920

teibody

Bergamasco Michele

Il Direttore didattico Melfi, Tipografia F.lli Insabato 1903

DELLA FUNZIONE PEDAGOGICA E MORALE ALL’ ON. PROFESSORE Floriano Del Zio SENATORE DEL REGNO PER PROFONDA DOTTRINA E INTEGRITÀ DI VITA LUSTRO E DECORO DELLA CITTÀ NATIVA E DELLA PATRIA CON ANIMO RIVERENTE Sorgi nella tua gloria! Ricomposta ad unità politica la Patria, e risorta a vita di libertà, dopo secoli di ansiose aspirazioni, di sdegni frementi, di dolori e di martiri, dopo un'epopea di ardori e di entusiasmi, alle menti dei nuovi reggitori brillò in tutta la splendida verità, insieme con la dottrina civile degl'italiani più illustri intorno alla educazione dell'uomo, il concetto altissimo di Aristotele , che la costituzione dello Stato vive e rimane durevolmente, quando essa penetra e informa la coscienza del popolo, per virtù dell'educazione, e porge le norme del vivere in conformità dei suoi principi. Nella terra dov' era rifulso il genio di Dante con irradiazioni di luce nel mondo; dove Galilei avea prodotto nel campo della ricerca del sapere la più profonda rivoluzione, gettando le basi del positivismo delle scienze e della filosofia; dove la scuola si gloriava di da Feltre Vittorino e di Gaetano Filangieri , quegli il Maestro che imprime all'opera sua un carattere nuovo di genialità pedagogica, precorrendo il tempo presente, questi il legislatore della scuola popolare, democratica, intesa nel senso moderno di preparatrice dell'uomo agli offici della vita sociale; nella terra dove Pagano Mario avea consacrato col proprio sangue i principi di libertà da lui compilati nella costituzione politica della repubblica partenopea, non poteva non esser compreso come primo dovere dello Stato nuovo fosse quello d'instituire la scuola per la educazione del popolo. Una scuola nazionale, una nella lingua, nel pensiero, nei sentimenti, nelle aspirazioni; una scuola scientifica, a base di metodo sperimentale, in perfetta corrispondenza col carattere, con l' indole, con i costumi, con le occupazioni, con i bisogni vari e molteplici delle diverse popolazioni costituenti la nazione; una scuola che, educando armonicamente tutto l'uomo, nelle sue energie fisiche e psichiche, ne formasse, mercè le idee e i sentimenti di libertà, insieme con la coscienza morale, norma imperativa delle azioni umane, la coscienza dei doveri e dei diritti politici inerenti alla libertà, per la intelligente, corretta e benefica partecipazione alla vita pubblica. Eran scomparsi qua il turchino, là il rosso e bianco, quassù il giallo e nero, come segni appariscenti della divisione politica e della miseria morale d' Italia; ma profondi eran i solchi scavati nell'anima italiana dal piccone delle secolari e funeste dominazioni straniere e nostrane. Splendean le memorie dell'avita grandezza e i fulgori dell'arte, e risonavano le armonie sublimi del canto e della musica. Riecheggiavano i fremiti dei tentativi segreti, i tumulti delle ribellioni ruggenti, i boati delle eruzioni violente, per iscuotere qua o là il giogo di questa o di quella tirannide. Sorrideano i ricordi delle scuole leopoldine e di quelle del Tanucci , apparse in alcune regioni, per fortuna d'uomini sapienti. Ma purtroppo si dovea distruggere tutto un passato di dispotismo prepotente e di servaggio ignominioso. Il quale, con le proprie impronte nell'organismo e nella vita del popolo italiano, avea, nelle classi privilegiate, formato le disposizioni al comandare, e in quelle destinate alla soggezione, soffocata l'attività psichica e la dignità umana e create abitudini di servilismo umiliante. Pur troppo bisognava compiere un' opera di rigenerazione psichica e morale; pur troppo, fatta l' Italia, si dovea far gl' Italiani di Massimo D'Azeglio . Un'opera lunga, ardua, complessa, richiedente il concorso di tutte le energie della nazione, di tutte le manifestazioni dell' intelletto, della letteratura, dell' arte e della scienza, il concorso delle istituzioni politiche, civili e sociali. Un' opera da iniziarsi nella scuola del popolo, come principio di eguaglianza nella educazione e nella coltura e come formazione di nuova socialità; come forza esplicatrice della libertà, per i fini retti della vita, e come presidio del diritto e della moralità individuale e collettiva; come conquista del sapere per progredire nell' agricoltura, nelle industrie, nel commercio, nelle arti meccaniche, in qualsiasi forma di lavoro, e come impulso possente verso il benessere personale, e la prosperità e la gloria della Patria. Ma non si attinse tosto la meta. C'erano stati valentuomini come il Romagnosi , il Gioberti Vincenzo, il Rosmini , il Rayneri, il Tommaseo, il Lambruschini e il Parravicini , a rischiarare con gli scritti e con l'opera le menti sulla educazione popolare. S'erano avuti educatori insigni come il De Castro , il Thouar , il Taverna , il Troya ed altri non pochi, col loro prezioso contributo di opera e di libri. Non mancarono Ministri della pubblica istruzione, come il Matteucci , il Berti , il Coppino , il Broglio , il Correnti , a dar norme per il funzionamento della scuola. Si tennero congressi pedagogici qua e là, nelle varie città d' Italia, fra i quali lasciò bella memoria di sè quello presieduto a Napoli da Luigi Settembrini . Febbrile, fervido, intenso, vibrante di carità di patria, fu il lavoro che si compiva in ogni angolo della penisola, perchè il sole della risurrezione morale diffondesse dappertutto i suoi raggi luminosi, diradandovi le tenebre avvolgenti le moltitudini abbrutite dalla schiavitù; ma la scuola risenti della fretta con la quale era sorta. Ebbe programmi vecchi e maestri in massima parte improvvisati. E, adoperando, per molti anni, i vieti sistemi di un insegnamento meccanico, formale ed astratto, che mettendo il fanciullo fuori della vita, e negandogli la gioia e la felicità riposte nella spontaneità del moto e nella ricerca dei mezzi per soddisfare la propria mobilità, lo mummificava, se potè in un certo modo riuscire a insegnare a pochi il leggere e lo scrivere, e ad avviare i giovinetti, il meno male possibile, verso la scuola secondaria, rimase assolutamente lontana dalle aspettative e dagli ideali degli uomini illuminati. Fu più tardi, quando l' Angiulli , il Siciliani, l' Ardigò , il De Dominicis, il Fornelli , il Gabelli , il Nisio , il Credaro, destarono, con le opere, con le conferenze, con le lezioni dalla cattedra, la coscienza dei governanti e degli educatori verso finalità più alte e più nobili, che si cominciò a sentire il bisogno di dare alla scuola per il popolo un indirizzo pedagogico sulle basi della filosofia positiva, un indirizzo che mirasse, per mezzo della propagazione della coltura scientifica, alla ricostituzione mentale degli individui, fondamento della ricostituzione mentale dell'organismo sociale e fondamento del benessere di questo, morale, economico, politico. Tuttavia, rimanendo ancora nei limiti della elementarità — primo stadio della scuola popolare e completo funzionamento, benchè guidata non potè aver subito il suo intero dai lumi offerti dalle odierne scuole normali e dalla intelligenza degli ufficiali ad essa preposti, e rinvigorita da un alito fresco di modernità, in riguardo ai metodi d'insegnamento, conformi al naturale svolgimento dell' attività umana, e agli scopi morali e pratici da raggiungere, mediante l'istruzione scientifica. E non l'ebbe tale funzionamento, per molteplici ragioni, d'ogni ordine; d'ordine finanziario e amministrativo, d'ordine pedagogico e didattico; non l'ebbe, perchè non ebbe una fisionomia propria, il carattere di un vero e proprio istituto di educazione, il carattere di un organismo esercitante la sua funzione pedagogica in seno alla nuova società civile. Non l' ebbe, perchè non ebbe la direzione locale, immediata, stabile; la mente direttiva, che le varie membra, che le membra disiecta, che le diverse classi, le quali la costituiscono, componesse nelle loro funzioni correlative ad unità organica, ed armonizzasse nel fine unico, supremo dell'educazione. Oggi, invece, che per il progresso del tempo e del sapere, e per provvida disposizione del legislatore, anche la scuola elementare ha la sua direzione didattica, essa si eleva nella coscienza e nel concetto morale del popolo, assurge a dignità di ufficio civile col suo capo immediato, e porgendosi siccome funzione educativa rispondente a necessità sociali, offre l'affidamento di maggior ordine ed efficacia nell' opera sua di civiltà. E dev'esser così, perchè il Direttore didattico, imponendosi il compito sacro di esercitare un vero apostolato d'amore in mezzo ai Maestri, in mezzo agli scolari, in mezzo alle famiglie, nel seno dei Comuni, sarà come l'evangelista di una nuova fede, di una fede risollevante le moltitudini verso radiosi ideali di prosperità morale ed economica. … se concordia li raduna, De l’Italia saranno forza e gloria, Il valore saranno e la vittoria L’opera, il coraggio, tante vita in una. Il Direttore didattico non può compiere le sue funzioni nella scuola senza la cooperazione sapiente dei maestri; e questa cooperazione egli deve render concorde, armonica, con la virtù dell'amore, affinchè questo si rifletta largamente e di continuo nella scuola, e ne vivifichi e nobiliti l'azione educativa, morale. E però, inspirandosi all' amore, ne senta tutta l'alta poesia, il fascino arcano, la potenza meravigliosa, e ne porti in mezzo ai maestri i palpiti più caldi, le vibrazioni più armoniose, le aspirazioni più geniali. Maestro anche lui, provato alle amarezze di un ufficio per quanto alto e nobile, per altrettanto non tenuto ancora nella dovuta stima e considerazione presso il pubblico, sia nobile esempio di dolcezza, di benevolenza e di rispetto verso i suoi colleghi. E obbedendo agl' impulsi più gentili e affettuosi dell'animo, non insuperbisca delle nuove funzioni cui è assunto. Consideri i maestri le maestre, non come suoi inferiori, si bene come suoi compagni ed amici nell' opera della redenzione morale e civile del popolo, e li stringa intorno a sè con i vincoli più forti della solidarietà, affine di accrescerne l'autorità e il prestigio morale presso le moltitudini, e renderne più intensa, più efficace l'azione educativa in beneficio dei fanciulli e delle fanciulle affidati alle loro cure. Stretta quest' alleanza fraterna tra i maestri e le maestre, la loro concordia egli deve con ogni studio mantener viva, costante, operosa. Che influenza morale s' avrà con la eloquenza persuasiva dell' esempio! Sarà di somma efficacia sull' animo degli scolari, destando fra loro i sentimenti d' amicizia, d' amore scambievole, e di rispetto verso i maestri; sull'animo delle famiglie e del pubblico, ingenerandovi l'ossequio cosciente verso gli educatori, e la stima fiduciosa nella scuola. E il Direttore, con la squisitezza della propria educazione, potrà volgere l'opera intelligente e premurosa dei maestri e delle maestre verso il governo della scuola, compito grave, oggi che essa si eleva a vera funzione di organismo sociale. Quale dev'essere il governo della scuola? Non scholae sed vitae discitur, era principio profondo della sapienza latina, ma purtroppo non praticato nella scuola anche fino a poco tempo dietro, onde l'insegnamento riesciva affatto estraneo alla vita, senza riferimenti ai bisogni reali dell' uomo e alle esigenze della comunanza sociale. Vitae discitur, dunque; e, come s'insegna al fanciullo a servirsi delle cognizioni che egli, giorno per giorno, acquista, applicandole ai propri bisogni e ai bisogni delle persone della sua famiglia, si ha a insegnargli le norme morali del vivere non solo nella piccola società scolastica, ma nella società dei fanciulli fuori della scuola, e nella società della famiglia. E, come le reiterate applicazioni delle cognizioni apprese lasciano nella mente del fanciullo una norma direttiva delle future applicazioni a identici casi della vita crescente, fino ai casi della vita adulta; così le norme morali del vivere in comune con i piccoli, osservate rigorosamente nella scuola, ogni momento, devono formare grado per grado nel fanciullo la coscienza morale del vivere nella grande società degli adulti, nella quale egli entrerà presto o tardi. Sicchè, se questi precetti morali della scuola, derivati dalla esperienza diuturna del fanciullo, nelle relazioni reali che egli ha con gli altri fanciulli e col maestro rappresentante il potere esecutivo del governo, la legge morale in azione, e la legge sociale in fieri e in quelle non poche che la scuola gli fa sorgere intorno ad arte ed occasionalmente, per creargli le contingenze e fargli cercare il modo di risolverle, devono essere il fondamento di quegli stessi precetti morali regolatori delle relazioni avvenire, non è evidente che, a preparare alla grande società degli adulti uomini e cittadini degni di appartenervi, è sommamente utile e benefico conformare il governo della scuola al governo morale e civile della società ? E per essere più concreti e più pratici, poichè il governo della società nostra, della società italiana, è retto da principi di libertà, Idi quella libertà, per altro, che è patrimonio sacro e inviolabile della natura umana, e che a noi italiani è costata sacrifici e sangue, per doverosa utilità di patria, il governo della scuola dev'essere retto anch'esso da principi di libertà, promovendo, con sapiente, rigorosa ed oculata vigilanza, quasi legge imperante, il libero esercizio delle attività fisiologiche, psichiche e morali del fanciullo, come sviluppo di esse per le necessità del proprio organismo, e per i servigi in beneficio dell'organismo sociale. Gli si fa così acquistare la convinzione sperimentale non solo del diritto, che ognuno ha all'esercizio libero delle proprie attività, e del limite, che necessariamente incontra alla sua esplicazione, nella esplicazione degli altri, ma dei benefici immensi che si godono nella vita in comune, abbellita di sorrisi e d' incanti, intessuta di scambi benevoli, amorevoli, infiorata di grazia e di gentilezza, e, tante fiate, inspirata dalla pietà e dalla giustizia. Con questo governo, che trova riscontro costante nella realtà della vita, palpitante in mille vibrazioni multiformi attorno al fanciullo, si riesce a formargli altresì la coscienza giuridica, e la coscienza del bene e dei vantaggi molteplici, che derivano alla libertà degl' individui e della società dagli ordinamenti amministrativi, igienici, caritativi, giudiziari, civili, politici e di previdenza sociale, dalle istituzioni e dalla costituzione. E mentre si porge luminosa la dimostrazione concreta della verità filosofica di Aristotele che, educati secondo i principi della costituzione che regge la società, si diviene ragionevolmente devoti ad essa ed osservanti delle sue sanzioni, e si acquista la coscienza vera della libertà, la quale consiste proprio nell' ossequio alla legge morale e alla legge positiva, si adempie, per virtù della pubblica educazione, al più bello e al più sacro dovere verso la Patria. Quale dunque il governo della nostra scuola ? Non il governo dispotico di altri tempi, in cui lo scolaro diveniva servo, spesso intollerante e ribelle; non il governo patriarcale, che non stabilendo canoni inconcussi di diritto e di morale e norme razionali della condotta, lascia l'individuo vacillante fra l'operare piuttosto in un modo che in un altro; ma governo civile, conforme al governo civile del nostro Stato, affinchè i piccoli di oggi, divenuti grandi domani, non si trovino estranei alla società a cui appartengono, adempiano con coscienza i loro doveri, ed usino rettamente dei propri diritti, conformemente alla libertà consacrata nella costituzione politica del nostro Stato. Per tal modo adempiamo un alto dovere: educhiamo all' italiana i nostri italiani, e non cadiamo nell'errore, nel quale ci si vorrebbe far cadere, seguendo gli usi, i costumi, le leggi di altri popoli; e prepariamo uomini degni di vivere nel consorzio umano. Che non può un'alma ardita, Se in forti membri ha vita? Ma come si attua il governo della scuola? Qui comincia propriamente l'opéra d'amore del Direttore didattico verso i fanciulli. Governo è direzione, è guida, è meta; è opera di sapienza e d'amore : luce intellettual piena d'amore. Governo civile, governo liberale, abbiam detto, affine d'eccitare, di secondare l'attività naturale, spontanea del fanciullo, e di indirizzare lo svolgimento fisiologico e psichico di esso verso l'esercizio della libertà soggetta alle norme morali del vivere, e limitata dalle leggi che reggono la comunanza sociale. E torna sommamente grato al cuore degl' Italiani il ricordare che è gloria nostra, pura e splendida, che è gloria della Scuola Italica, fiorita nel lembo estremo della penisola, nella Magna Grecia, il principio direttivo che informa oggi l'opera dell'educa-zione umana. Fin da tempi remoti, quando nelle nostre regioni, nelle regioni a noi finitime, risuonavano i nomi di Ocello lucano, di Archita di Taranto, di Caronda da Turio - il legislatore della scuola obbligatoria gratuita per tutti i fanciulli, provvisionata dal pubblico erario - di Empedocle , di Parmenide e di Zenone , di Diodoro Siculo, di Petrone d' Imera, di Timeo , di Filolao e d' Eurito ; quando Elea, Cotrone e Metaponto irraggiavano la luce dei loro licei fin nella Grecia ; quando gl' isolani di Sicilia intrecciavan corone agli educatori e li onoravano di iscrizioni e di premi; la Scuola Italica promulgava il concetto, della educazione umana completa, della educazione armonica di tutte le attività, per i fini della libertà soggetta all' imperio della legge, e per la elevazione dello spirito a Dio vivente nell'umanità. Sarà parso ristrettivo il concetto nostro sulla educazione, quando, discorrendo della necessità di educare alla libertà il popolo italiano, vissuto molti secoli nella schiavitù, abbiamo manifestato il pensiero utilitario di rendere accessibile alla intelligenza degl' italiani la costituzione politica che ne regge oggi lo Stato; ma, sin dal principio di questo modesto lavoruccio, abbiamo accennato alla dottrina civile degl' italiani più illustri intorno alla educazione dell'uomo. Onde, l'educazione liberale, che noi sosteniamo, è intesa nel senso umano più largo: nel senso patriottico italiano, per i fini nostri nazionali; e nel senso patriottico umanitario, esteso alla patria delle patrie di Mazzini Giuseppe, per i fini alti, generosi, nobili del consorzio umano. Tornando dunque alla sapienza della Scuola Italica, che voleva l'educazione fisica, condizione indispensabile della educazione psichica, e per conseguenza l'educazione compiuta dell'organismo umano, sia nell' uomo che nella donna, il Direttore didattico rivolgerà tutte le sue cure più amorose, perchè il governo della scuola si attui nel senso della educazione di tutte le attività del fanciullo, fisiologiche, psichiche, morali. Non è che la scuola debba una volta occuparsi della educazione fisiologica, un'altra della psichica e una terza della morale. No: «Le funzioni svariatissime dell' organismo si compiono di conserva» scrive l' Ardigò. La natura non mette già in azione per una mezz'ora il cuore, per un'altra mezz' ora i polmoni ecc.; ma fa agire nello stesso tempo quello e questi, come insieme a loro tutti gli altri organi necessari alla vita». « L'attività psichica, aggiunge il De Dominicis, procede avanti con l'attività fisica e la psiche ha sempre il corpo per suo compagno indivisibile. Nessuna funzione od operazione psichica è scompagnata da modificazioni fisiologiche e nervose; e se vi sono forme d'attività nervosa non accompagnate da stati psichici, non vi ha mai stati psichici senza correlazione ai fatti del sistema nervoso e ai suoi organi. La coscienza si eleva, nell'insieme dei suoi stati e dei suoi prodotti, dal bambino al fanciullo, dall'adolescente al giovane: l'attività fisiologica e nervosa si elevano parallele. » In conseguenza, il governo della scuola si attua chiamando a cooperarvi il fanciullo, con l'esercizio graduale, armonico delle sue attività fisiologiche, psichiche, morali. E poichè questa educazione si consegue mercè le varie materie d' insegnamento appropriate allo sviluppo di ciascuna energia, nella scuola devono tali materie servire in modo sincrono a doppio ufficio: a promuovere l'attività di questa o di quella energia, e a riflettere l'azione loro simultanea sulle altre energie, producendo l'armonia nelle funzioni varie e molteplici dell'organismo. Così, mentre il giuoco, il disegno e il lavoro manuale, alternati con la ginnastica fisiologica, rispondendo a bisogni fisiologici del fanciullo, servono più direttamente eccitare in lui il moto, a favorirne e a coltivarne le disposizioni fattive, riescono a formargli le attitudini ordinate e le intelligenti abilità costruttive; mentre le scienze fisiche e naturali, lo studio della lingua, il comporre, l' aritmetica, l'igiene, la storia e la geografia impegnano più direttamente l'intelligenza; e mentre i doveri, i diritti e la morale mirano a lasciare nella mente le norme direttive della condotta; nel loro insieme e nella simultaneità loro concorrono allo sviluppo fisico e psichico del fanciullo, formandone il pensiero nelle forme più complete, e la coscienza morale, nobile virtù per la conservazione delle abitudini di ordine e di lavoro contratte nella scuola, e luce chiara, vivida, indefettibile in tutte le operazioni della vita. È errore pedagogico quindi confondere le varie materie d' insegnamento, e alternarle alla rinfusa, senza criteri fisiologici e psicologici. E perciò, mentre si porge indispensabile la necessità di coordinarle in corrispondenza col graduale svolgimento dell'attività umana, riguardata nelle sue molteplici manifestazioni, ed in maniera, che niuna alterazione e niun disturbo avvenga nelle funzioni singole e nelle funzioni simultanee dell'organismo, ne sorgono tre altre di gravissima necessità: l'orario didattico adattato all'età e alle condizioni fisiologiche e psicologiche del fanciullo; la coordinazione dei programmi didattici per ciascuna classe e per tutte le classi della scuola; il diario scolastico. L'orario didattico, compilato con criteri scientifici, è una necessità fisiologica e psicologica di primissimo ordine pedagogico. «Gli studi moderni, scrive Angelo Mosso nella Vita moderna degl' Italiani, tendono a confermare quanto avevano già compreso i filosofi della Grecia. Platone voleva che solo a dieci anni si cominciasse a leggere e a scrivere. Poco alla volta rinasce in tutti la convinzione che noi facciamo studiare troppo precocemente i nostri figliuoli, che è dannoso per lo sviluppo del loro cervello il cominciare a cinque o sei anni a tenerli fermi sui banchi della scuola. Poco per volta si fa strada la convinzione che bisogna consacrare un tempo eguale alla ginnastica intellettuale del cervello e all'esercizio dei muscoli.» Occorre quindi, specie nelle prime classi, interrompere frequentemente la sedentarietà, che diminuisce l'attività di nutrizione, producendo l'anemia, l'affievolimento dell' attività cerebrale, e la malinconia; e osservare rigorosamente l'alternativa razionale dei vari insegnamenti, in modo che, mentre si concede il riposo alle energie tenute in attività, si promuove in altre l'attività non direttamente impegnata. Si provvede così alla educazione sana, igienicamente pedagogica, del fanciullo, scongiurando il sovraccarico dell'insegnamento, le surmenage, tanto nocivo e dannoso alla salute e principalmente al cervello del fanciullo, e gli si risparmiano non poche sofferenze, come la cefalea e l'epistassi, e molte malattie gravi che possono anche determinarsi nella stupidità. Il programma didattico, coordinato per ogni classe e per tutte le classi insieme della scuola, è di somma, di capitale importanza, e costituisce assolutamente la più grande responsabilità del Direttore didattico, perchè richiede l' intervento di lui nella disposizione pedagogica delle materie d'insegnamento in perfetta armonia con la evoluzione naturale. delle energie del fanciullo. E il diario scolastico, che il Direttore raccomanderà vivamente a ciascun maestro e a ciascuna maestra, offrirà un ordine e una efficacia educativa inestimabile al lavoro quotidiano di ciascuna classe. Perchè, svolgendosi, giorno per giorno, il programma didattico, mentre l'organismo cresce sviluppandosi gradatamente in tutte le sue energie, le materie d'insegnamento assumono un carattere di progressione mirabile, e riescono a formare lentamente nel fanciullo l'organismo delle cognizioni scientifiche e morali, senza punti di discontinuità. Per molto tempo, ogni classe non ha dato al proprio programma tutto il valore che esso ha in rapporto al fanciullo; come le varie classi non si son preoccupate della coordinazione dei programmi, necessaria per l'organismo della cultura, organismo che deve vivere, che deve palpitare, che deve agire, che deve anche avere i poteri inibitori e i poteri di preminenza in ogni contingenza della vita, e dominare gl'impulsi, le esplosioni, le azioni non sempre meritevoli di approvazione. Il fanciullo, oggi, non è più senza importanza per ciascun maestro nella propria classe, ed ha un gran valore per il Direttore didattico, in rapporto a tutte le classi della scuola. Il fanciullo, oggi, non è più un automa, non è più un vaso da riempire, un orologio da montare, come ha detto con una bella frase, il De Sanctis Francesco, è un organismo che vuol essere svolto in tutte le sue energie; è un focolaio da infiammare; è un essere che la scuola deve preparare forte e robusto, di mente equilibrata, di retto giudizio, di animo informato a sentimenti morali di ordine, a virtù domestiche, civiche, patriottiche, sociali; ideale di bellezza etica cantato dal Vate dell' Italia risorta. Finalità che si attinge, facendovi convergere, come in unico centro, le finalità proprie di ciascuna materia d'insegnamento. Se col giuoco, difatti, così gaio di vivacità, di attrattive, di invenzioni e di scoperte, zampillano limpide polle di rapporti nuovi tra i fanciulli. Se con la ginnastica sorridente di brio, di sveltezza e di disinvoltura, si acquista, con la forza di rimuovere gli osta coli e di vincere le difficoltà, il coraggio e la tenacità del carattere, e si possono provare tante fiate le dolci soddisfazioni di azioni generose compiute, e tante altre i godimenti della vittoria. Se col canto armonioso, disposato al disegno e al lavoro manuale, ricercate, gradite, geniali occupazioni del fanciullo e della fanciulla, delle cui disposizioni naturali per l'arte, forse, son rivelatrici genuine, spontanee, si raffermano i sentimenti di amicizia, di affetto reciproco, di aiuto scambievole, e si formano le lodevoli abitudini dell'ordine e della bellezza estetica e morale. Se con la lingua, legame indissolubile di socievolezza e di affratellamento, manifestazione artistica del pensiero, del sentimento e degl' ideali nazionali, monumento vivente, parlante delle grandezze e delle glorie della Patria, sorge vibrante d'amore il culto per la terra, che raccoglie intorno al fanciullo le memorie più dolci, più tenere, più carezzevoli e i ricordi più superbi circonfusi dell'aureola dello splendore. Se con le, scienze naturali il fanciullo osserva, e osservando e comparando, meglio ragiona quanto meglio vede le proporzioni e le corrispondenze delle cose, e trova i legami dei fatti e le causalità delle cose, e ammira il piccolo e il grande, e si spoglia dell'egoismo, e s'innalza al sentimento della grandezza umana e della divinità della natura. Se con la geografia e la storia, che s'inizia da quella di ciascuna classe, e da quella delle strade, degli edifici e dei monumenti del Comune, si eleva, grado per grado, alla geografia, così varia e così bella, e alla storia particolare d' Italia, ricca di episodi maravigliosi; se più tardi con quella generale dell' Europa, dell'America, e del mondo, mercè opportune considerazioni sui costumi e sulla vita agricola, industriale, commerciale, intellettuale e morale dei vari popoli, si svolge via via nel cuore del fanciullo il sentimento di correlazione e di solidarietà con gli uomini, che vivono qua e là sparsi sulla superficie della terra, e con i quali si può essere stretti da mille vincoli. Se con l'aritmetica, applicata ai molteplici casi pratici della vita, si sviluppa nel fanciullo il sentimento morale del buon uso delle cose, del risparmio, dell'onestà nella compra e nella vendita, nei contratti, nelle obbligazioni, nel commercio. Se con l'economia domestica sorgono le modeste virtù casalinghe della massaia accorta e previdente. E se con gl'insegnamenti morali propri di ciascuna classe, si accomunano nella scuola i fanciulli di tutte le classi sociali, e il figlio del ricco si trova a contatto col figliuolo del povero, il figlio del signore a contatto del popolano, e si prepara tra loro la nuova socialità, quella che è destinata a raddolcire le presenti asprezze, a far sentire la reciprocità dei doveri, e a stringere le loro fila in falange aspirante alla gioia e alla felicità del lavoro nelle famiglie, alla prosperità economica e morale della Patria, alla solidarietà umana, non è evidente che la scuola, nell' armonia. dell'opera sua, può raggiungere la sua meta ? Son le materie d'insegnamento, dunque, gli stimoli alle attività del fanciullo, e i mezzi acconci alla loro lenta, graduale, armonica evoluzione; e il Direttore darà agli orari, ai programmi didattici e al diario scolastico tutta la importanza, che essi hanno acquistata nel tempo nostro, perchè sien compilati con criteri scientifici. Orari, programmi e diario devono essere inspirati da un unico concetto, da un concetto puramente d'amore, dall'ossequio alla infanzia, che viene nella nostra scuola a trascorrere l'età sua spensierata e gioconda, lieta di sorrisi e di speranze, e che vi vuol trovare i diletti e le carezze della vita. Maxima debetur reverentia pueris. E dev' esser riverenza al corpo, che ha diritto a svolgersi nelle condizioni più favorevoli, per mantenersi sano, e per dar vigore al cervello; e dev'esser riverenza all'anima, che risiede nel cervello, e che aspira al godimento degli spettacoli incantevoli dispiegantisi nella natura infinita così palpitante di vita e così maravigliosa nella sua divina magnificenza; e dev'esser riverenza all'uomo in formazione, destinato alla dignità degli offici nella famiglia, nella società, nella Patria, nel consorzio umano. Dobbiamo naturalizzare l'arte, disse il Rousseau . E la scuola, che è l'arte più bella e più nobile, l'arte più degna dell'uomo, l'arte per eccellenza, la regina delle arti, l'arte che s'inspira all'architettura e alla scultura, e infonde al corpo grazia e bellezza e all'anima le idee geniali assumenti svariata vaghezza nelle forme molteplici dei lavori della mano; che s'inspira alla letteratura e ne cerca le vibrazioni più possenti; che s'inspira alla filosofia e assurge alle leggi della evoluzione cosmica; che s' inspira alla poesia e alla musica e fa cantare e fa sentire le melodie soavi risuonanti nell'universo, e solleva lo spirito nei campi floridi della speranza, nelle regioni serene dell' Ideale; che s'inspira all'Amore eterno, fiamma viva che riflette i suoi raggi di calore in tutti i palpiti del cuore, e fa splendere nella donna la purezza e il candore della sposa e la dolce tenerezza della madre; nell'uomo la forza e le virtù più elette; nell'uomo e nella donna l' intima armonia delle anime per la felicità della famiglia, astro fulgente nella repubblica ; la scuola deve trarre tutte le sue ispirazioni dalla natura, per asseguire il suo altissimo fine etico e civile. Sinite parvulos. E non è compiuta l'opera d'amore del Direttore didattico: v'à per lui ancora un compito di abnegazione, nobilissimo, il compito dell'Apostolo, dell'Apostolo di Carità. Promuova le istituzioni prescolastiche; si interessi ai Ricreatori, per sottrarre i fanciulli e le fanciulle agli ambienti malsani, corrompitori del loro animo, avvelenatori della loro innocenza; dia tutto il suo cuore alla vita del Patronato; raccolga dalla via i fanciulli abbandonati, i malati, i derelitti, i traviati, i pericolanti; scenda, angelo consolatore, nel tugurio dei miseri e vi porti un raggio di luce, il conforto di una calda parola amica, il sollievo della mano gentile, fraterna; imbandisca, conforme al desiderio di Giovanni Pascoli, in un' aula sorrisa dal verde delle piante e dalle attrattive delle immagini parlanti delle virtù, la mensa comune, l'agape d'amore, ai poveri e ai ricchi; stabilisca delle correnti di idee e di sentimenti morali tra la scuola e le famiglie; attragga nelle scuole serali e nelle festive, col fascino potente dell' amore, i giovani operai, gli adulti, i vecchi analfabeti, le giovinette, le donne; apra sale di sane letture e circoli di cooperazione intellettuale e morale e di mutualità scolastica; tenga conferenze per la propaganda scolastica in mezzo al popolo, e per la conoscenza compiuta dei doveri morali e dei doveri politici e sociali. Ed ora che turbina il vento, e la tempesta rugge spaventosamente, ora che uno spirito d'irrequieta scontentezza sconvolge gli animi, turbandone la serenità necessaria per la esplicazione del lavoro, penetri nelle famiglie, per mezzo delle fanciulle e delle giovani, e vi faccia sentire il bisogno della calma e della tranquillità, per la pace sociale, così feconda di bene per tutti; avvicini tutte le classi sociali, e con la prudenza, col consiglio, con la persuasione, si studi di stringere i legami di solidarietà, che vanno rallentandosi per deleterie infiltrazioni nell'organismo sociale; e inspiri in tutti la fede nell'avvenire di giustizia, che si sta preparando, per naturale evoluzione, nella scuola, l'arbitra delle sorti future del genere umano. E gli si potrà allora cantare col Parini : Baci il giovin gli offriva Con ghirlande di lauro, E Tetide, che udiva, A la fera divina Plaudia da la marina. Melfi, 17 luglio 1908.

Franciosa Enrico Direttore didattico

Per l'educazione primaria e popolare Melfi , Tip. Fratelli Insabato Successori di G. Grieco 1908

AL PROF. GIOVANNI COLETTI REGIO ISPETTORE SCOLASTICO CHE DELLA PEDAGOGIA SCIENTIFICA SENTE TUTTO IL VALORE MORALE QUESTE POCHE PAGINE L'AUTORE DEDICA «Nel problema dell'educazione si incentrano tutti gli altri problemi sociali, la cui soluzione è affidata all' opera graduale e trasformatrice delle generazioni. Sul campo dell'educazione si accoglie la lotta suprema della civiltà.» Queste parole, che il sommo pedagogista italiano Angiulli Andrea diceva, rendono evidente tutta l' altissima considerazione, in cui dev'essere tenuta la scienza educativa. Una riforma razionale dell'educazione è da tutti sentita, è da tutti ammessa. Si riformano quasi ogni anno i programmi di studio, si prescrivono altre materie da studiare, ma non ancora si pone come base di studio la conoscenza esatta del fanciullo, delle parti che lo costituiscono, delle funzioni che ne regolano la vita, delle sue attività psichiche e soprattutto delle relazioni che queste attività hanno con le sue condizioni fisiologiche. Oggi ancora il maestro tratta nella scuola tutti gli alunni allo stesso modo, come se fossero tutti uguali, come se pensassero e se sentissero tutti identicamente, come se tutti avessero la stessa forza fisica ed intellettiva. La scuola intesa così esclude ogni progresso. Questo solamente si avrà quando ogni aula sarà divenuta un vero laboratorio pedagogico, un luogo di esperimenti e di osservazioni sul corpo di ciascun fanciullo, perchè la psiche è funzione dell'organismo dal quale dipendono e sul quale alla loro volta devono influire. Da ciò la necessità di un corredo di cognizioni tanto da poter ricavare tutte quelle norme con cui svolgere, incitare, moderare, correggere e coordinare le varie attività per modo che ne risulti quel tutto ordinato ed armonico, che è l'uomo. La pedagogia in questi ultimi tempi per opera di grandi ed illustri scrittori, è divenuta una scienza basata su principi molto fermi, tratti generalmente dalle altre scienze, che hanno per oggetto l'uomo e la sua vita. È necessario quindi non attenersi più al semplice emperismo, o alla semplice teoria precettistica o alla consuetudine tradizionale, il più delle volte irragionevole e piena di pregiudizii. L'adattarsi di tale scienza alle nuove esigenze positive e scientifiche, impone ad ogni maestro a fare veri studi sperimentali sui propri alunni, se si desidera vedere progredire giornalmente la scolaresca, se si desidera dare vera forma e materia alla scienza pedagogica. In non poche scuole abbiamo visto desumere dall'espressione esterna, dal linguaggio, dai movimenti del fanciullo, degli studi, ma questi sono valsi a nulla, perchè non basati su idee positive e scientiche, non guidati da una metodologia speciale. Si procede per intuizione per mezzo del dialogo socratico, perchè privi delle cognizioni dei metodi di ricerche, d'investigazioni e di esperimenti. Le poche ed elementari cognizioni che si danno nelle nostre Scuole Normali intorno alla Filosofia, all'Antropologia ed alla Psicologia, sono cognizioni staccate, isolate, che forniscono al maestro una coltura tutta teorica e superficiale e perciò inefficaci ed inutili, perchè non ravvivate dall'osservazione, non confermate dall'esperienza non dirette da una tecnica sperimentale. E questa è la grande causa per cui gl'insegnamenti della pedagogia razionale non ancora entrano nelle nostre scuole. Le difficoltà che per certo si sono incontrate nell'attuare un nuovo sistema educativo razionale, scientifico, non sono state poche, e molti insigni uomini, quali il Perez, il Ferri ed altri, scrissero molto intorno ad un possibile studio della psiche infantile, ma il fanciullo rimase per molti anni qual' era, sconosciuto nell' anima e nel corpo. Tentativi ancora si fecero di poi dal Riccardi, dal Vitali e dal Melzi, ma essi non risposero completamente alla ricerca della fisonomia-somatica dell'educando. Bisognava creare, per raggiungere lo scopo della vera educazione moderna, una psicologia pedagogica, che avrebbe dovuto studiare lo stato psicologico fondamentale dell'individuo al suo presentarsi in iscuola per conoscere il punto di partenza da cui muovono i nuovi eccitamenti atti a determinare quanta parte abbia avuto l'educazione nelle avvenute nuove connessioni dei centri psichici individuali dell'attività mentale in ogni stato del suo svolgimento. E il Dottore Pizzoli Ugo di Crevalcore convinto di tutto questo, e visto l'abisso che separava le teorie della cattedra dalla pratica della scuola, persuaso che per acquistare un corredo di cognizioni bene approfondite bisognavano apparecchi e strumenti per aiutare il maestro nelle sue ricerche e segnargli con dati positivi la via da seguire, istituì per la prima volta in Italia , nel suo paese, il primo Laboratorio di Pedagogia scientifica sperimentale, ricco d' istrumenti ed apparecchi più moderni e meglio rispondenti alle esigenze richieste dalle più recenti scoperte delle scienze biologiche e psicologiche. Alcuni di questi furono dal Pizzoli stesso felicemente ideati. Egli, studiando indefessamente e facendo pregevolissime opere per lo studio scientifico della pedagogia concluse: non essere assolutamente possibile conoscere una scolaresca senza base scientifica, che dia, per lo meno molto approssimativamente il tono fisio psichico di ogni singolo alunno. E quindi diceva: « I dati che noi desumiamo e che potremo con opportune norme desumere dalla sociologia, filosofia e igiene non debbono più oltre mantenersi estranei o in pieno contrasto coi dati della scienza educativa, per la qual cosa la pedagogia deve trovare, specialmente nella psicologia sperimentale, nell' antropologia generale e speciale, nella fisiologia del sistema nervoso, il suo principale fondamento di dati positivi e scientifici.» Animato quindi da queste sue nuove idee propose i seguenti scopi : a) determinare, mercè l'esame della costituzione fisica e le misurazioni antropometriche, la normalità o anormalità dello sviluppo del corpo e soprattutto del cranio, sede del cervello, che è l'organo più di ogni altro importante; b) far l'esame fisiologico dei cinque sensi, origine della maggior parte delle nostre idee; c) far l'esame delle funzioni di movimento per i quali si esplicano tutte le attività mentali dell' individuo; d) far l'esame delle funzioni organiche (respirazione, circolazione del sangue ecc.); e) far l'esame delle funzioni psichiche a mezzo dei testi mentali, che consistono in una serie di prove per le quali ci è dato conoscere il diverso grado di attività dell'educando. Si capisce bene che la scossa data dal Dottor Pizzoli Ugo doveva far insorgere tutti quei che ancora carezzano i rancidi principi della vecchia pedagogia, ma egli tenne e tiene ancora coraggiosamente il posto preso al solo fine di svecchiare la scuola e di togliere gl'insegnanti dall'incerto e dall'empirismo. Molti furono e sono i risultati positivi ottenuti, e gli ammiratori e i seguaci, entusiasmati, innalzarono ved innalzano inni di lode a questo innovatore del felicissimo e nuovo indirizzo pedagogico. E noi seguiamo con ammirazione tale movimento, perchè, come afferma il De Dominicis Saverio Fausto , se da una parte l'educazione umana attinge necessariamente agli studi biologici e psichici, che sono gli occhi della nuova pedagogia, dall'altra deve e può compiere un lavoro tutto suo che integra i postulati delle scienze positive, perchè servono all'applicazione del metodo d' insegnamento. Nelle grandi città, a Milano , a Roma , a Napoli , accanto alle scuole pedagogiche di perfezionamento sono oramai sorti tali Laboratori, creando così delle scuole veramente efficaci nei metodi, razionali nei contenuti, progressive nei fini, moderne e scientifiche nei mezzi. Credaro, Luigi , Giuseppe Sergi , Fornelli Nicola , Martinazzoli, De Dominicis Saverio Fausto e molti altri fanno a gara per dirigere il maestro sulla nuova direzione didattica, utile, anzi utilissima per lo svolgersi del pensiero umano nelle forme della nuova civiltà. Non resta che pensare un po' a quei maestri di buona volontà, che vogliono fare qualche po' di bene ai tanti fanciulli malati nella facoltà del ricordarsi per cause occasionali o per anormalità fisiopsichiche, e lasciati incompresi ed abbandonati a loro stessi, ai fanciulli linfatici, ai fanciulli affetti da iperestesia o da anestesia. Ogni comune dovrebbe badare ai molti e nuovi fatti sociali prodotti dal nervosismo, che cammina nelle nostre popolazioni a passi di gigante. Non è più la classe degli illustri pensatori del risorgimento nazionale che si agita; non sono più quei benemeriti e grandi patrioti che si muovono, bensì sono gli operai, che, invasi molto spesso dalle gioie del dio Bacco, si gettano nelle braccia della dea Venere, dando così esseri pazzi, scemi, rachitici, buoni solamente a popolare manicomi, case di salute ed ospedali. Le statistiche parlano molto chiaro. È tempo perciò d' incominciare a porre un po' di rimedio; e se ogni comune avesse un piccolo Laboratorio molti mali si correggerebbero nelle scuole. Con lo studio antropologico la mente del maestro si rivolgerebbe di certo allo studio ed alla ricerca del tipo etnico della natura, badando al peso, al colorito dei capelli, della pelle e degli occhi, alle misurazioni craniche e facciali, allo stato di nutrimento e allo studio della sensibilità. Con tale studio. si hanno dati utilissimi, che servono a far conoscere le condizioni riflettenti tutta la vita fisiologica e psicologica di ogni fanciullo. Ma ci sentiamo fare la seguente obiezione: Il Laboratorio di Pedagogia non è di facile attuazione perchè occorre molta spesa. Rispondiamo subito che la spesa tutto al più non si ridurrebbe che a seicento o settecento lire. Non occorrebbe comperare che una bilancia per il peso, un antropometro per la statura e la grande apertura delle braccia, un compasso scorridore per le misurazioni craniche e facciali, una fettuccia metrica, una cordicella metrica millimetrata, un goniometro facciale per la misurazione dell'angolo facciale, un cirtometro per la riproduzione della forma toracica, uno spirometro per valutare la capacità polmonare, un dinamometro per la valutazione della forza muscolare, un dinamometrografo ed un tavolo, munito di tutti gli strumenti necessari per la valutazione del potere mnemonico. Il tempo dunque di fare un po' di bene alla società è già maturo e ogni comune dovrebbe essere animato dallo spirito di civil progresso e dovrebbe fornire le sue scuole di un tale Laboratorio di Pedagogia scientifica, perchè l'educazione che non isvelle le mali radici, disseccandole all'azione sterelizzante dei raggi solari, ha fatto bancarotta.

Bilancia Felice L'evoluzione pedagogica positiva dal Rinascimento ai nostri tempi Potenza, Tipografia Editrice Garramone a Marchesiello 1908

La tradizione dei popoli antichi ha fatto giungere insino a noi i costumi primitivi ed i mezzi di educazione che venivano da quei popoli medesimi messi in opera. Mezzi più o meno positivi, tutti però inerenti alla indole, al carattere, alle esigenze degli abitanti, e ci è nota la grandissima differenza che passava fra l'educazione dei figli dell'antico oriente, con quelli dell'antico occidente. Dall'educazione chinese a quella dei greci e dei romani, havvi un distacco oltremodo grande. Quella tutta mistero, tutta fondata su principii religiosi e su superstizioni ridicole; questa invece basata sul reale, sul concreto, sul bello, sul buono, sull'utile pratico. Quella dei romani specialmente, utilitaristi per eccellenza, era fondata esclusivamente sul concetto fondamentale di allevare uomini virtuosi, integerrimi e nell'istesso tempo altamente pratici, altamente speculativi. Ond'è che ci convinciamo sempre più che l'educazione dei popoli corrisponde sempre ai suoi bisogni. Ma col cadere dell'impero romano, cadde pure il prestigio dei popoli, i quali da padroni e signori, caddero servi vilissimi che non seppero più rialzare la loro potenza: effetti tutti della educazione cambiata che fa crescere le generazioni a beneplacito degli educatori. Sfasciatosi l'impero romano, rotti gli argini a quell'immensa fiumana di barbari nordici, di educazione non si parlò più, e soltanto alcuni secoli appresso la vediamo far capolino fra le pastoie della scolastica, finchè non risorge a novella vita prima con Dante, Boccaccio, Petrarca e in ultimo col grande Vittorino da Feltre. Qui propriamente può dirsi che incominci l'evoluzione pedagogica positiva che va diretta al suo fine, al suo scopo ultimo. Nato nel 1378 da poveri genitori, condusse una vita di sacrifici e di abnegazione: tutto erasi dedicato allo insegnamento, alla educazione della gioventù, mirando sempre al triplice scopo, fisico, intellettuale e morale, con prevalenza alla educazione fisica, giusta la massima aristotelica - mens sana in corpore sano. Epperò conviene confessare che Vittorino da Feltre fu il grande progenitore della odierna scuola pedagogica. Eminentemente pratico, non scrisse nulla; ma le sue azioni sono bastanti ad immortalarlo. E con lui la pedagogia in Italia si assopì in un letargo lunghissimo, che si sarebbe detto sonno della morte, se di quando in quando non avesse dato segno di esser viva. E intanto in Germania, Inghilterra, Francia e Spagna avveniva lentamente la grande evoluzione, che ricevette un grande impulso quando, a causa degli abusi della corte pontificia, si sviluppò ed assunse proporzioni gigantesche la riforma religiosa per opera di Lutero Martin. Nato nel 1453, fu frate agostiniano, ma, seguendo l'impulso del generoso cuor suo, volle diradare le tenebre dell'ignoranza dei popoli d'allora, e far conoscere loro, per mezzo dell'istruzione, quanto fossero falsati i principii religiosi di quei tempi. Quindi, mentre cercò di far trionfare le proprie riforme e le sue teorie, raggiunse indirettamente un altro fine non meno importante, quello dell'impulso dell'istruzione popolare; e, dettando norme e regole positive e scrivendo libri scolastici, fu uno dei più potenti coadiutori della moderna pedagogia. Ma siccome egli non si era ancora spogliato delle pastoie della scolastica, non comprese che la lingua materna deve essere la base dell'insegnamento popolare. Onde lasciò a Comenio la gloria di separare la scuola primaria dalla latina. Ma fra questi due grandi, dei quali l'uno iniziatore e l'altro perfezionatore di medesimi principii, abbiamo Raticchio di Vinster, nato nel 1571, il quale aprì a Comenio la strada alle sue teorie, dando maggiore importanza alla lingua materna che non alle altre lingue antiche, e dettando in pari tempo principii fondamentali che non dissentono guari dalle leggi pedagogiche che furono propugnate in seguito dai sommi pedagogisti, che le svilupparono, le confutarono, le ampliarono, le modificarono, e, per mezzo di tutte queste successive operazioni, ci fecero pervenire quelle norme che regolano le nostre odierne scuole popolari. Infatti fino da Comenio venne proclamato il metodo intuitivo, naturale, sperimentale; da circa 300 anni si proclamava la legge dell'universalità della convenienza e del diletto; e fin da Comenio si cominciò a intuire lontanamente l'importanza dei lavori manuali nelle scuole popolari; onde tutti questi principii in embrione vennero studiati particolarmente dai successori, in modo che vediamo Fröbel istituire la vera scuola infantile, e dettar norme per i lavori manuali. E quello che adesso credesi un portento della scienza pedagogica moderna, l'idea, cioè, di porre un fondamento psicologico a tutto l' edificio scolastico, è principio preso da Locke e studiato e sviluppato dopo di lui. L' Inglese - medico qual'era, conosceva pienamente l'uomo in tutte le sue parti fisiche e spirituali, e nel suo libro «Pensieri sull'educazione» pone il fondamento di un completo sistema di educazione in conformità dei principi Comeniani, cioè il nesso fra corpo e spirito, e l'influenza del primo sul secondo. Ond'è che l'educazione fisica acquista per lui una importanza somma ed i principii di Vittorino da Feltre sono da lui richiamati a novella vita. Il nutrimento, il sonno, l'igiene della respirazione e della persona, la ginnastica sono trattati con arte finissima, ed alle sue teorie poco o nulla si è aggiunto oggi giorno. Se non che le condizioni miserande dell'Europa nel 1700, condizioni che andarono sempre peggiorando finchè la rivoluzione della Francia non scosse tutti i popoli, avevano indotto molti generosi filantropi ad aver cura dei poveri; fu allora che Calasanzio , de La Salle, l'accademia di Port-Regal, Franche ed altri molti pensarono alla tutela degli ignorantelli, senza però usare un sistema di educazione positiva. Ma la corruzione del secolo sdegnò il Ginevrino che levò l'atroce grido del dolore e della miseria dei popoli, proponendosi di riformare la corrotta società con la educazione. Questa, caduta nel fango, volle rialzarla esagerandola e propugnando teorie inattuabili, e quindi i suoi sistemi sono tante utopie come la Repubblica di Platone. Tuttavia egli raggiunse il nobile fine di rialzare al grado di dignità la scienza pedagogica, onde le sue teorie attirarono l'attenzione degli scienziati che le confutarono, le studiarono seriamente, e, seguendo l'esempio dell'ape, riuscirono a estrarre tutto il buono, dando così origine ad una nuova scienza basata sullo studio della natura umana e sui fenomeni psico-fisiologici. Ma se Rousseau ebbe mente di pedagogista, fu appunto perchè propugnò i principii Lockiani. Infatti l'Emilio è un trattato di psicologia e di morale pedagogica, una analisi profonda della natura umana, mediante cui tenta riformare la società pedagogicamente. Senonchè, impregnato di paradossi e di aforismi, il suo ragionamento procede sovente su di una via sbagliata e ne derivano conseguenze assolutamente errate; ma quando sostiene di allevare il fanciullo secondo natura, oh allora è semplicemente grande e appare in tutto il suo splendore il potente ingegno di che fu dotato. Egli vuole che prima di far conoscere la virtù al fanciullo, gliela si faccia praticare in modo che l'esempio preceda sempre il precetto. Se talvolta ha esagerato, non ha poi arrecato quel male che si crede, perchè, dice Voltaire, è esagerando che sovente si inducono gli altri ad entrare nei giusti limiti. La società del XVIII secolo aveva bisogno di essere richiamata alla natura ed alle sue leggi immortali, ed alle sue sventure trova un balsamo vivificante in Rousseau. Onde apparisce più evidente la continuità pedagogica fra Locke e Rousseau. Entrambi fondano l'educazione sui sensi, entrambi vogliono il sapere utile, entrambi sono altamente utilitari. Ma il pensiero di un naturalismo astratto doveva trovare un applicatore e lo trovò; lo trovò potente, indefesso in Pestalozzi e Fröbel. Quello fu d'animo proclive al sentimentalismo, perchè di carattere dolce, tutto cuore, tutto amore per il simile, specialmente per il povero: sentimenti questi che lo fecero persistere in quello spirito di filantropia che lo ha guidato per tutta la vita. La seguente epigrafe compendia tutto:

Qui giace Pestalozzi Johann Heinrich; nato a Zurigo il 12 gennaio 1746 - morto a Brugg il 17 febbraio 1827; Salvatore dei popoli a Nehuof; moralizzatore del popolo in Leonardo e Geltrude; padre degli orfani a Stanz; fondatore della nuova scuola popolare a Berthoud e a Münchenbuchsee; educatore dell'umanità a Yverdon ); uomo, cristiano, cittadino; tutto per gli altri nulla per sè. Il suo nome sia benedetto. E tu, amato Enrico, sarai davvero benedetto, e le future generazioni che per te si troveranno migliorate sotto ogni rapporto, innalzeranno inni di gloria al tuo nome sacrosanto, e vivrai nella mente di tutti i buoni, siccome il rigeneratore vero e stabile di una società corrotta, guasta che era sulla via della dissoluzione. Le opere sue furono molte, fra cui importantissime: «Come Geltrude educa i suoi figli» e «Leonardo e Geltrude». La forma di romanzo è la preferita, in che egli spiega tutta la sua abilità didattica, e conduce quasi alla perfezione i principi di tutti i suoi antecessori. L'ideale pedagogico è con lui pressochè raggiunto; sintetizza tutto ciò che di buono, di bello e d'utile abbiano potuto dire e fare i sommi pedagogisti da Vittorino da Feltre a lui. Genio eminentemente iniziatore, egli applicò quanto scrisse; solo la poca abilità ad amministrare lo fece apparire inetto a condurre un'istituto. I principi che vengono predicati dalla moderna scuola pedagogica positiva sono appunto quelli del Pestalozzi, perchè mai la natura venne tanto sapientemente imitata e seguita in tutti i suoi svolgimenti, come da Lui. Pestalozzi stesso confessa di dovere molto a Rousseau, e quindi egli è un vero continuatore del filosofo Ginevrino, ma come questi aggiunse elementi nuovi alle teorie dell'inglese Locke, così il Pestalozzi aggiunse principi nuovi al Rousseau, e in queste nuove creazioni appariscono i caratteri distintivi del Pestalozzi, il quale, a differenza di tutti gli altri, studiò profondamente la natura del bambino, per scrutare le eterne leggi che la governano e ad esse uniformare il sistema educativo corresse molti errori speculativi del Ginevrino, e come lui intese di riformare la società: quello però fondossi tutto sull'astratto; Pestalozzi invece fu tutto pratico, e questo è uno dei suoi maggiori vanti. Egli è continuatore di Comenio, perchè la lingua materna è uno dei grandi pilastri che sorreggono tutto il suo edificio pedagogico; è continuatore di Ratichio e di Lutero perchè ha portato nel campo pratico tutte le loro teorie fondamentali; è infine continuatore di Vittorino da Feltre, perchè tutti i principi pedagogici in embrione che questi aveva rischiarato di un lieve barlume, sono stati illuminati da Pestalozzi con luce abbagliante. Come corona d'alloro che cinge il capo di prode guerriero, così gli studi pedagogici di Fröbel coronano l'opera rigeneratrice del Pestalozzi che rifulge di un'aureola di luce divina. Fröbel non ripete il Pestalozzi, ma ne allarga le dottrine e le migliora: alla scuola popolare fa precedere gli asili d'infanzia corredati di metodi e di principi sani, convenienti al fine per cui sono messi in azione. Egli, più che come scrittore di opere pedagogiche, è conosciuto come pedagogista pratico; si trova cioè nelle stesse condizioni di Vittorino da Feltre . Ottimo fu il suo trattato della sfera e conosciuto come quello che è la guida di tutti gli asili Froebelliani; la sfera è il punto di partenza, è la base del suo insegnamento, e con lui termina, si può dire, l'evoluzione pedagogica positiva, poichè tutti gli altri pedagogisti di tutte le nazioni, e ve ne sono pur dei grandi, non fanno altro che applicare o leggermente modificare le teorie pestalozziane o froëbelliane; ma in sostanza le basi, i principi, le fondamenta sono sempre quelli. Ed ora che abbiamo a volo d'uccello passato in rivista l'evoluzione pedagogica positiva di tutti i tempi e di tutte le nazioni, che cosa abbiamo conosciuto? Quali considerazioni siamo in grado di ricavarne? La moderna scienza pedagogica, portata all'altezza in cui trovasi presentemente, è, come tutte le altre grandi scoperte scientifiche, il risultato del genio, dell'opera, non di una sola persona, nè di una sola nazione, di una sola epoca, ma di molti e molti geni, del lavoro assiduo di più e più persone, di diverse nazioni e vissute in tutti i tempi. Il telegrafo, le macchine a vapore, l'idrostatica, la meccanica, la fisiologia animale e vegetale ecc. furono sempre i soggetti di studi profondi degli scienziati di tutte le età, di tutti i popoli: nulla nasce grande, sublime, perfetto: tutto è soggetto alle immutabili leggi della natura; tutto deve essere graduato; tutto deve procedere con ordine; niuna cosa può sottrarsi a queste leggi universali: quindi possiamo affermare che la scienza pedagogica ha esistito sempre: è nata con l'uomo, o più propriamente con la prima famiglia; e cercando tutti di migliorare il loro stato fisico e spirituale, hanno cercato dei mezzi, finchè pervenuti a noi, col sussidio di quanto si era fatto per l'addietro, abbiamo mezzi pressochè perfetti. Ma tornando all'evoluzione pedagogica positiva, ora siamo in grado di poter affermare che idea predominante dei pedagogisti che l'hanno propugnata, fu sempre l'educazione per la vita pratica, e non la gretta istruzione teoretica, che fuor della scuola non ha applicazioni, e che si dimentica tanto facilmente al punto di perderla del tutto. Lo stesso Locke John, lo stesso Rousseau Jean-Jacques, quantunque il primo alquanto più pratico del secondo, ma pur tuttavia entrambi pedagogisti teorici, hanno avuto sempre di mira l'autodidattica dell'allievo, fine assai rilevante, come dice il Compayré, che per raggiungerlo è necessario che l'istruzione sia resa come proprietà inalienabile dell'allievo, sia passata in sangue e se ne serva per i bisogni della vita. BILANCIA FELICE

Gambacorta Pietro

Relazione scolastica Potenza , Tipografia Cooperativa "La Perseveranza" 1908

Ill.mo Sig. R. Ispettore scolastico Matera Patronato scolastico. Gambacorta Pietro , maestro nella terza classe di questo Comune, si reca ad onore rassegnare alla S. V. Ill.ma la presente relazione finale, riguardante l'insegnamento da lui impartito nel decorso anno scolastico 1905-906. Le lezioni cominciarono regolarmente il 1° ottobre e terminarono il 15 luglio. Dei 27 alunni iscritti, ne furono assidui 25 ed agli esami meritarono l'approvazione 22 su 24 presenti. Osservanza dell'obbligo. Gode l'animo al sottoscritto poterle anzitutto manifestare che sua prima cura fu quella d' indurre i genitori all' osservanza dell'obbligatorietà scolastica, mandando loro appositi avvisi, in cui facevasi menzione delle pene comminate dalla legge agl'inadempienti. Ma ciò non ostante, vi furono di quelli che, per ineluttabili necessità domestiche, non potettero fruire dei beneficii della scuola, la quale non dev' essere più un privilegio di alcuni ceti, come pel passato, bensì deve mirare a spandere luce di civiltà su tutti i figli del popolo, non esclusi quelli cui la sorte fu avara de' suoi favori. Patronato scolastico Onde fu mestieri fare appello alla generosità di pochi nobili cuori per istituire un Patronato scolastico, che si basa sul concetto della solidarietà e della fratellanza umana. E qui torna a proposito far notare che la legge sull'obbligatorietà non è osservata in molti Comuni, dei quali l'apatia e l'indolenza sono bene spesso giustificate dalla poca floridezza dei bilanci. E il problema dell'analfabetismo resterà insoluto fino a che lo Stato non eserciterà una più oculata vigilanza sui Municipi, i quali per non sobbarcarsi a nuovi oneri, per lo sdoppiamento o aggiunzione di classi, permettono ben volentieri che una buona parte dei fanciulli cresca nell'ignoranza. Ordinamento della classe. Se non è consentito ad ogni maestro di abbellire le pareti della sua scuola come quelle della Giocosa di da Feltre Vittorino , è sempre possibile darle un pò di giocondità mercè la pulizia e la buona disposizione del modesto arredamento. Onde il sottoscritto fe' del suo meglio per renderla decorosa, affinchè gli scolari con piacere vi convenissero e ne informassero lo spirito all'ordine e al bello. Studio psicologico delle tendenze Prima che le lezioni incominciassero regolarmente, tutta l'opera educativa fu rivolta nello studiare, con intelletto d'amore, l'indole, le abitudini e le tendenze di ciascun alunno, per correggere le predisposizioni contrarie al vivere onesto e civile. Ormai non bisogna seguire più le opinioni degli ottimisti, come il Rousseau Jean-Jacques e l' Helvetius Claude-Adrien , che affermano essere tutte buone le tendenze che il bambino porta da natura; nè si deve sostenere coi Giansenisti, con l' Hegel e sant'Agostino che l'uomo nasce soltanto con l'inclinazione al male. Invece, nella natura umana sono ingeniti gl'istinti buoni come i cattivi e però l'educazione deve incitare e coltivare i primi, reprimere gli altri. Disciplina Mezzo peculiare d'una salda educazione è la disciplina, che, conservando il buon ordine nella scuola e assicurando il profitto della scolaresca, mira a formare volontà rette e caratteri forti. Per ottenerla, si usarono quei mezzi che operano ad un tempo su parecchi sentimenti, come sull'amor proprio dell'alunno, sull'affetto pei genitori e pel maestro, sul timore del castigo, sulla speranza delle ricompense, sul sentimento del dovere compiuto. I buoni voti sul registro, le parole di approvazione e di lode, gli attestati di merito, l'iscrizione sul quadro d'onore valsero a premiare gli studiosi; ma si badò che l'amor proprio non degenerasse in vanità ed orgoglio. Si procurò di destare fra gli scolari il nobile spirito dell'emulazione, la cui importanza ben fu riconosciuta dagli Ateniesi, dagli Spartani, dal Rebelais nell'educazione di Gargantua; dal Locke John , dal Fénelon , dal Diderot e da molti altri; però essa fu regolata in maniera da non provocare la gelosia, l'invidia, l'odio tra compagni. I rimproveri, il biasimo, i punti di demerito, furono i mezzi disciplinari che si usarono; non si abusò delle minacce, dei castighi e della espulsione. Le punizioni corporali furono assolutamente bandite, perchè costituiscono, secondo l'opinione del Locke, "una disciplina servile, che rende gli animi servili". I rapporti tra maestro e scolari furono basati sull'amore, come consigliava il Pestalozzi Johann Heinrich . Opera educativa in relazione allo svolg. delle facoltà. Tutta l'opera educativa non mirò al solo perfezionamento di alcune facoltà dell'educando, a scapito delle altre, bensì al loro svolgimento naturale, graduato ed armonico giacchè la pedagogia teorica e pratica non si basa soltanto sul materialismo scientifico, nè sull' idealismo, o sul misticismo degli Asceti della Tebaide o sur un sistema eclettico; bensì è fondata sur un sistema filosofico comprensivo che studia tutto l'uomo, ossia le sue potenze fisiche, sensitive, intellettuali e morali e le sue relazioni con tutto il mondo esterno. Procurare che la scuola servisse di preparazione alle quotidiane esigenze della vita fu la norma che si tenne nell'insegnamento. Discipline scolastiche. La lingua, l'aritmetica e la morale furono le discipline intorno alle quali si spiegò il maggiore interessamento, come quelle che, a preferenza, giovano alle abilità sociali e alla condotta di buoni operai e d'intemerati cittadini. Lingua Italiana Qualche ostacolo si frappose al regolare svolgimento del programma linguistico. Difatti, gli scolari, avvezzi a non parlare quasi mai in lingua, trovavano non poca difficoltà nella manifestazione di semplici concetti; onde sorse imperioso il bisogno di rimediarvi, disciplinando il linguaggio con frequentissime conversazioni familiari, col comporre per aspetto e con lo svolgimento orale di facili temi inerenti alla vita scolastica e domestica dei fanciulli. E così, dopo lunga perseveranza, si potè infine provare la compiacenza rimuneratrice di ottenere ottimo profitto nel comporre. Perchè tale insegnamento dia copiosi frutti, è necessità imprescindibile che fin dalla classe prima si conferisca un posto d' onore al componimento orale, e che all' esame il fanciullo si trovi in grado di rispondere verbalmente e, per quanto è possibile, con correttezza, a semplici domande inerenti ad obbietti della vita scolastica e familiare. Ai moltissimi esercizi fatti a viva voce seguirono con parsimonia quelli scritti, avvicendati con autodettature, dettati ortografici, ideologici e per riflessione. Tali esercizi riguardavano sempre cose precedentemente lette e spiegate. La correzione dei lavori fu fatta con ogni accuratezza. Molti temi si svolsero in iscuola col metodo genetico, destando in tal modo l'attenzione e l'operosità intellettuale degli scolari, e facendo nascere tra loro una nobile gara, fonte di non pochi vantaggi. Anche le vignette del libro di lettura diedero occasione di esercitare la scolaresca a parlare. Non senza un principio eminentemente pedagogico il Comenio diede alla luce il «primo libro scolastico» con figure, tanto raccomandato anche dal Basedow e dal Fénelon : perchè esse, oltre a svolgere l'immaginazione e a dare, dilettando, esatta intuizione delle cose, giovano mirabilmente all'insegnamento della lingua parlata. Lezioni di cose Non poca importanza fu data alle lezioni di cose, che si fondano sull'idea di educare, per mezzo dell' osservazione e del ragionamento idea nata con lo spirito scientifico moderno sotto gli auspici dei primi albori filosofici del Rebelais , del de Montaigne Giovanni Michel e del Rousseau Jean-Jacques ; indi passata nella teoria pedagogica per mezzo del Comenio ed applicata più tardi nell'insegnamento dal Pestalozzi Johann Heinrich e dal Fröbel Friedrich . In quali limiti fu contenuto tale insegnamento? «Le lezioni di cose, dice il Bain Alexander , debbono estendersi a tutto quanto serve alla vita ed a tutti i fenomeni della natura. Esse partono da obbietti familiari agli alunni e compiono l'idea che essi non hanno, aggiungendovi le qualità che prima non avevano notato». Le lezioni di cose non furono ridotte ad una sterile nomenclatura di forme e di qualità; invece esse, fatte con metodo conversativo, senza sfiorettature e profluvio di parole, mirarono a dare intuitivamente poche nozioni intorno alle cose, a destare l'osservazione, la riflessione, l'interesse all'acquisto della verità, ad informare lo spirito del discepolo a gentilezza, a nobilitarne il cuore ed a indirizzarne la volontà al bene. Acciocchè la lezione oggettiva divenisse fonte di piacere, s'introdusse talora un raccontino dilettevole e tal' altra si uscì fuori con qualche sorpresa, giacchè, com'è noto, tutto quanto produce viva impressione costituisce nella mente un ricordo. Museo oggettivo Con la cooperazione degli alunni, si istituì il museo oggettivo, la cui importanza, nelle lezioni di cose, è incontestabilmente riconosciuta. Lettura Come libro di lettura, si adottò quello di G. Soli, il quale, illuminando la mente, mira principalmente ad educare il cuore, rispondendo così al fine precipuo della società odierna che reclama «meno genii e più galantuomini ». Quale processo metodico si tenne per la lettura? Prima di leggere, si scrisse sulla lavagna e si spiegarono, per via di opportune applicazioni, i vocaboli più difficili contenuti nel brano, affinchè il discente, leggendoli poi sul testo, ne comprendesse facilmente il concetto senza interrompere il corso della lettura. Poscia ch'ebbe letto il maestro e fatto una sommaria spiegazione, lessero gli scolari; infine fece seguito un commento generale con l'aggiunta, se del caso, di qualche opportuna lezione di cosa. In tal modo venne conciliato il metodo del Delon con quello di molti altri pedagogisti, fra cui il Tegon: Il primo, infatti, stabilisce, come principio, che le spiegazioni dei vocaboli e del significato particolare d'ogni frase debbano essere date via via che si legge, interrompendo di tratto in tratto la lettura; al contrario, gli altri vorrebbero che il brano si leggesse prima dal maestro, senza riguardo alla spiegazione dei vocaboli, e poi dagli alunni, rimandando alla fine la spiegazione delle parole e delle frasi. Con questo metodo gli scolari tarderebbero molto a capire il contenuto di ciò che hanno letto. Si corresse la fonetica dialettale e s'insistette moltissimo nella lettura espressiva; difatti fu grato all' animo del sottoscritto vedere, dopo pochi mesi, tutti gli scolari essersi corretti interamente del difetto della lettura con cantilena. Grammatica Seguendo il metodo naturale, che dall'esercizio concreto assorge al precetto generale ed astratto, s'insegnò, come diceva l' Herder , la grammatica per mezzo della lingua, non la lingua per mezzo della grammatica; principio a cui s'informò anche il Comenio : onde gli scolari furono in grado di formare essi stessi le definizioni grammaticali dopo una serie di svariatissimi esercizi linguistici. Biblioteca scolastica Affinchè gli alunni delle scuole elementari, nonchè i giovanetti agricoltori o apprendisti nelle officine, godessero del beneficio di leggere libri educativi durante le ore di svago, e prendere in tal modo gusto alla lettura, ch'è fonte inesauribile di sapere; s' istituì la biblioteca scolastica, la quale è indispensabile, specialmente nei comuni rurali, in cui mancano quelle istituzioni sussidiarie della scuola, destinate a togliere all'ozio e alle tentazioni della via la crescente generazione. Aritmetica Nell'insegnamento dell'aritmetica, di questa disciplina che tanto coopera alla cultura della riflessione e del ragionamento, si procedette un pò a rilento, non dimenticando il noto proverbio: presto e bene, raro avviene. S'insegnò in modo pratico e intuitivamente, più che fosse possibile, e, per via di convenienti transazioni, si passò all'astrazione. Facendo sempre precedere il calcolo orale allo scritto, si guidò la scolaresca a risolvere problemi relativi alle contigenze domestiche, rendendo, per tal modo, la scuola seria preparazione alla vita: ciò che fu il sogno e l'auspicio del de Montaigne Giovanni Michel . Come per la lingua, così per l'aritmetica si applicò l'aforismo pedagogico: l'esempio prima, la regola poi. Storia e geografia. La storia e la geografia procedettero di pari passo, l'una dando lume all' altra, in guisa che la nozione storica fosse integrata dalla rappresentazione geografica. Valendosi delle passeggiate educative, come il Pestalozzi Johann Heinrich a Berthoud, si diedero intuitivamente le prime cognizioni fisico-geografiche e poscia, partendo dal concetto della famiglia e passando via via a quelli del Comune, del Mandamento, della Provincia e dello Stato, s' impartì l'insegnamento della geografia politica. Di sovente, traendo occasione da nomi di vie, piazze, monumenti, si tessè brevemente la biografia degli uomini illustri del paese, e, procedendo con un cert' ordine cronologico, si narrò la storia aneddotica dell'indipendenza e l'unità della Patria, usando sempre un linguaggio facile, ma vivo; in maniera che i personaggi storici divenissero ai fanciulli, essere reali e viventi, e mirassero a nutrire l'immaginazione, ad alimentare sentimenti patriottici, ad informare l'animo a virtù civili. Anche i quadri rappresentativi valsero al buon fine di tale insegnamento. Istruzione morale e civile. Quantunque eletti ingegni siano alieni dall' assegnare nell'orario scolastico un tempo stabilito per l'insegnamento della morale, ch'è parte dell'educazione morale, pure i programmi governativi giustamente gli conferiscono un posto fra le altre discipline scolastiche, affinchè il fanciullo aggiunga alle cognizioni morali, apprese occasionalmente, la conoscenza dei propri doveri, come figliuolo, come scolaro, come cittadino. Onde, con metodo induttivo e deduttivo, si svolse il programma di istruzione morale e s' integrarono le cognizioni storiche con opportune norme di etica civile. Libro sussidiario. Non fu dato l'ostracismo al libro sussidiario, il quale, allorquando è fatto bene, serve mirabilmente a richiamare, in una sintesi comprensiva, le cognizioni principali esposte a viva voce; ma si evitò ch'esso potesse sostituirsi all'opera intelligente del maestro. Il Giusti, non a torto, scriveva: «Gino mio, l'ingegno umano Partorì cose stupende Quando l'uomo ebbe tra mano Pochi libri e più faccende». Esercizi mnemonici. Contrariamente ai principii del Locke John , il quale non ammette che l'esercizio feconda e fortifica la memoria, s'ebbe cura di coltivare, senza sforzarla, questa preziosa facoltà in relazione alle altre, «giacchè non fa scienza senza lo ritenere aver inteso». A tal uopo, si fecero imparare a memoria facili raccontini morali e scelte poesie, accuratamente spiegate, e si pretese che la recitazione venisse fatta con grazia e giusta espressione dei concetti e sentimenti connaturati al discente. Non si mirò a formare delle memorie straordinarie come quelle di Villemain, di Mozart, di Vernet, bensì ad esercitare questa facoltà con isforzi giusti e graduati per l'acquisto di cognizioni sensitive, d'immagini e d'idee astratte. Igiene scolastica Si perseverò nell'osservanza dell'igiene, la quale non si basa sull'ottimismo dello Spencer Herbert che riponeva la sanità nel pieno soddisfacimento di tutti i gusti del fanciullo, nè sul principio del Locke John , il quale voleva s'indurisse il corpo provandolo nei più duri disagi; e tanto meno sull'ascetismo del medio evo che portava a privazioni assai dannose. Speciale cura s'ebbe della pulizia, del riscaldamento e della ventilazione dell'aula scolastica; della pulitezza degli alunni sia negli abiti che nella persona; della loro distanza dalla lavagna e dalla predella in relazione al rispettivo grado di vista e di udito; della buona positura nel banco durante la scrittura e lettura per evitare tante malattie che hanno la loro origine nella scuola, come la scoliosi, lo struma, la miopia, la dispepsia, ed anche le affezioni del cuore, del polmone e del cerebro. Si osservarono le norme ed istruzioni per impedire la diffusione di malattie contagiose nella scuola, si guardò dallo sforzare troppo la voce durante il canto che potrebbe dare origine all'enfisema polmonare e si proibì di portare abiti attillati, goletti e cinturini stretti. Oltre a raccomandare la temperanza nell'uso dei cibi e delle bevande, l'uso di alimenti sani, l'astinenze delle bevande spiritose, la moderazione nel sonno che, prolungato, alimenta la pigrizia e l'indolenza; si badò eziandio a moderare la libertà di moto degli alunni, senza mai reprimerla bruscamente, a regolare i loro giuochi nelle ore di ricreazione e ad alternare il lavoro intellettuale con riposi e con esercizi di ginnastica. Altri mezzi educativi Si conferì un posto d' onore al disegno, alla calligrafia, al lavoro manuale, alla ginnastica, alle passeggiate scolastiche e alle escursioni istruttive. Il canto, che dagli Ateniesi era considerato come parte integrante dell'educazione morale ed estetica, valse a variare l'insegnamento ed a sollevare lo spirito della scolaresca. Non fu trascurata la raccolta dei piccoli risparmi che ascesero a lire 125. Processo metodico e scopo generale dell'insegnamento In generale, il programma fu completamente svolto con metodo pratico, razionale, intuitivo, esercitativo, avente l'obbietto di dirozzare la mente e di guidarla nella ricerca del vero, del bello e del buono per mezzo dell'osservazione e della riflessione, dalle quali è risaputo si ottengono quei benefici frutti che invano si sperano dall'insegnamento parolaio lasciatoci in retaggio dalla Scolastica, o da una falsa métodica basata su aride definizioni e regole che, paralizzando la mente, atrofizzano le facoltà evolutive dei discenti. Tutto il processo metodico si può compendiare in quanto segue: Disciplinare e sviluppare tutte le facoltà; considerare il fanciullo non come essere passivo, bensì come libero e attivo, di cui devesi eccitare la spontaneità, a differenza dell'istruzione gesuistica che attendeva esclusivamente alla cultura formale mnemonica, trascurando le forze intime dell'animo; conciliare la libertà dell' educando con l'autorità dell' educatore, come ebbero a consigliare il Kant e il Lambruschini Raffaello ; dare un'educazione progressiva, considerando che lo spirito non si sviluppa per gradi successivi, come riteneva il Rousseau Jean-Jacques , ma si dispiega simultaneamente; dare percezioni chiare e compiute che sono i materiali di tutte le facoltà psichiche; abituare l'alunno all'attenzione, senza pretendere un'immobilità assoluta; variare l'insegnamento e servirsi talora del metodo deduttivo tal'altra del metodo induttivo; seguire le leggi dello svolgimento psichico, col procedere dal semplice al complesso, dal concreto all'astratto, dal particolare al generale, dall'applicazione al principio, dall'indefinito al definito, dall'empirico al razionale; non coltivare una facoltà a scapito di un'altra, ma armonicamente; rendere dilettevole l'insegnamento senza però bandire, in modo assoluto, lo sforzo nello studio; seguire la vecchia massima di Plinio il Giovane : «Multum non multa» (per bene e non molte cose); indurre gli alunni, per mezzo di domande ed obbiezioni, a collaborare col maestro; infine, attenersi al vecchio assioma pedagogico: «Repetitio mater studiorum». Educazione morale Non si mirò solamente a formare menti capaci di immagini regolate, di giudizi saldi, che tanta efficacia esercitano sul senso spirituale; ma s'ebbe, soprattutto, speciale cura di alimentare i sentimenti nobili, di moderare o reprimere le inclinazioni pericolose, di far conoscere, amare e volere il bene, di far acquistare buoni abiti morali per giungere, in ultimo, alla formazione di caratteri virtuosi. Valsero all'uopo i racconti e le favole morali; i fatti aneddotici del nostro risorgimento; l'amore e l'indulgenza tra maestro e scolari; la pratica di atti di benevolenza, di sincerità, di rispetto e aiuto reciproco, di cordialità, di perdono, che portano al nobile godimento del dovere compiuto. Si stimò non meno proficuo insegnare al fanciullo massime morali, esercitarlo a giudicare le azioni altrui ed a rendersi responsabile delle proprie sostenerlo con esortazioni e consigli; tenerlo lontano dagli spettacoli immorali, dai libri non buoni, dai compagni cattivi; dargli, soprattutto, esempi di specchiata moralità. Si prese argomento da tutte le discipline scolastiche per destare negli animi plasmabili dei fanciulli palpiti gentili che, alimentati, con cura intelligente, dall'arte educativa, ne rendessero il cuore fecondo di nobili sentimenti. Ormai l'educazione morale, che fu l'ideale sublime di Roma e di Atene , il palpito così di Cicerone come di Platone , così di Seneca come di Aristotele , così del Locke John e di tant' altri eletti ingegni che brillano fra l' eletta schiera dei filosofi e dei pedagogisti; deve rendere la scuola vera palestra di virtù e farne sentire l'efficienza, contribuendo alla rigenerazione sociale. Occorre non solo suscitare nei discenti palpiti generosi, ma altresì affratellare gli animi nel rispetto alle autorità e alle leggi e nell'amore di patria; occorre che si vivifichi il sentimento della dignità personale e del libero pensiero, che si vada formando una coscienza profonda rinsaldata da diuturna abitudine dell'esercizio dei propri doveri e del rispetto dei diritti altrui. Quando la ragione e la volontà saranno divenute nell' anima adulta dei nostri alunni le solide basi d'una moralità liberamente voluta e praticata, è sperabile che si avranno gli affetti tenaci, le abnegazioni sublimi, i caratteri forti di tempra adamantina, che sapranno coraggiosamente opporsi alle velleità sediziose dei sovversivi, intenti a demolire l'edificio delle libere istituzioni sociali. Ma si resterà sempre nel campo delle idealità fino a che la famiglia e la società non coopereranno con la scuola all'educazione morale, fino a quando non sarà sentita dagli educatori l'altezza del loro apostolato. Il sottoscritto, lieto di aver compiuto il suo dovere, si stima onoratissimo professarsi, con particolare stima. Bernalda , 20 luglio 1906. DI V. S. ILL.MA Devotissimo Gambacorta Pietro

Rag. Longhi Carlo

La computisteria nelle scuole tecniche a tipo comune Potenza, Tipografia Carlo Spera 1911

La Computisteria nelle Scuole Tecniche a tipo comune Il decreto ministeriale 16 ottobre 1899 stabilisce che l'insegnamento della Computisteria nelle Scuole Tecniche a tipo comune debba svolgersi nei seguenti punti principali: a) compera e vendita di merci per conto proprio e per conto altrui; b) trasporto ed assicurazione delle merci; c) pagamento a contanti ed a termine; d) acquisto e cessione di titoli di credito; e) conti correnti semplici e ad interesse; f) concetto sull'amministrazione economica degli enti pubblici; g) ordinamento e funzionamento dell'azienda domestica; h) ordinamento e funzionamento dell'azienda commerciale. E dallo stesso decreto si soggiunge: "L'insegnamento si impartirà con un metodo pratico- teorico. Gli alunni saranno quindi molto esercitati nei computi commerciali, nella compilazione degli atti di commercio e nella tenuta dei libri e dei conti di azienda. Le nozioni teoriche generali saranno esposte in forma sommaria ed elementare, di mano in mano che occorrono per gli esercizi pratici, quindi riepilogate al termine del corso… Determinato così il programma da svolgere ed il metodo da seguire nell'insegnamento della Computisteria, riuscirà più agevole stabilire il compito dell'insegnante, il quale dovrà porre in armonia lo spirito del programma alle mutate esigenze sociali. Il primo dovere di costui - come di chi insegna qualsiasi altra disciplina - se non vorrà ridurre a mestiere il suo apostolato, si sintetizza nel rendere la sua materia accessibile a tutte le intelligenze e nell'usare tutti quei mezzi atti a far nascere per essa il trasporto e l'affetto spontaneo. Perciò è necessario accennare, a rapidi tocchi, la storia della Computisteria, che nacque dal genio italiano e che, mercè lo stesso, acquistò vera veste scientifica. Si fissi il contenuto preciso che la scienza ha dato di essa, togliendo tutto ciò che dall uso comune le viene erroneamente attribuito, e si dimostri come questo insegnamento sia una parte di quell'unità organica, denominata Ragioneria, la quale comprende la Computisteria, la Conta-bilità e la Logismografia. Si dica come il suo oggetto, riflettente l'applicazione delle Matematiche ai bisogni della vita aziendale, si differenzia sia dalla Contabilità, che studia l'organizzazione delle aziende e stabilisce le varie responsabilità degli enti amministrativi, sia dalla Logismografia, che tratta dei varî metodi scritturali. Si faccia intendere come essa, per non rivestire il carattere di scienza esatta, debba essere annoverata fra le scienze giuridico-economiche; e si mostrino le sue relazioni con la Matematica, da cui ha attinto varî teoremi e postulati, senza che le sia però servita di sussidio alcuno. Solo delineati i limiti di questa materia riuscirà proficuo tale insegnamento, pel quale la chiarezza e l'ordine sono dei requisiti necessarî, anzi indispensabili. Si dica come dallo scambio diretto semplice o baratto, in cui si cedevano ricchezze di utilità immediata, si addivenne, per i cresciuti bisogni e mercè la scoperta della moneta, di questa potente molla dell'organismo commerciale, allo scambio indiretto e composto, e come quest'ultimo, ristretto nelle età primitive, si sia andato sempre più espandendo per la divisione del lavoro e per lo sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti. Si rilevi come la divisione del lavoro, fondata nell'esplicamento delle singole attitudini, mentre produsse un aumento sensibile di produzione ed una maggiore perfezione nei prodotti, rese altresì necessario il fenomeno della circolazione, comprendente lo scambio ed il trasporto. Per essa l'Inghilterra potè cedere alle più remote contrade il suo carbon fossile, il Perù il suo guano, la California il suo oro, la Pensilvania il suo petrolio, - e si vennero in tal modo ad utilizzare delle ricchezze che altrimenti sarebbero rimaste improduttive. Si dica come per lo scambio furono pur anche sviluppate le proprie tendenze, affermati i progressi nel campo industriale, appianate le differenze climatiche e stretti sempre più i vincoli di solidarietà fra i popoli più diversi e lontani, dando in tal modo l'adito al cammino verso il progresso e la civiltà. Manifestati questi concetti generali, si abbia cura di procedere nella trattazione della Computisteria con sistema razionale, tendente dal semplice al complesso, e di seguire, per quanto sia possibile, il libro di testo. E sopratutto si faccia soffermare l'attenzione dell'alunno nei computi commerciali, sì come viene sapientemente additato dal programma ministeriale, richiamando a tal uopo l'ausilio della Matematica, poichè la teoria sarebbe vana ed illusoria se disgiunta dalla pratica. La teorica delle proporzionalità e delle frazioni, in ispecie, trova la sua applicazione in tutti i computi, come quelli riflettenti la riduzione delle misure, gli arbitrati mercantili, i riparti sociali, i miscugli e le alligazioni, gli adeguati di tasso e di tempo, l'interesse, lo sconto e le parità monetarie. Meritano particolare riguardo i capitoli sull'interesse e lo sconto, quali i più comuni nella pratica commerciale, nonchè quelli riflettenti l'aritmetica bancaria, come gli arbitrati sul cambio diretto ed indiretto e le tratte e rimesse continuate, sia per esazione di crediti e pagamento di debiti, sia per impiego di capitali o per speculazioni di sorta. Così pure non saranno superflue le esercitazioni pratiche sugli ordini di banca, i fondi pubblici e privati, nonchè quelli sulle operazioni di borsa, quali i computi sui contratti a termine fermi ed a premio, sui riporti e deporti. E ciò per lo sviluppo e la potenza delle aziende bancarie, che adempiono la grande funzione economica di avvicinare il capitale al lavoro, procurando di impiegare i capitali oziosi e dispersi nell'agricoltura, nell'industria e nel commercio, in questa triplice fonte della ricchezza sociale. Si diano delle idee generali sui principali titoli di commercio, sia che essi servano a stabilire soltanto le condizioni dell'atto commerciale, sia che rappresentino strumenti di credito. Della prima specie non si tralasci la fattura, la nota di commissione, la lettera di vettura e la polizza di carico; della seconda la cambiale, l'ordine in derrate, l'assegno bancario, il mandato commerciale, la lettera di credito, la nota di sconto e quella di negoziazione. E fra gli strumenti di credito non si trascuri di far rilevare, parlando della cambiale, i suoi requisiti di obbligazione autonoma, unilaterale, letterale e tutela di completa, dettati a tutela do una circolazione proba e spedita. Si accenni la grande funzione economica di essa, per cui la moneta diviene un intermediario superfluo degli scambi, nonché il suo ufficio traiettizio di trasferire il denaro da un luogo ad un altro. Svolgendo infine i conti correnti ad interesse, si facciano parecchie esemplificazioni sui metodi diretto, indiretto, scalare ed italiano: ciò varrà anche a consolidare tutta la materia studiata, specie quella cambiaria. Circa poi la natura delle aziende, la loro organizzazione ed il loro organismo scritturale, si diano soltanto dei rapidi cenni; in ispecial modo si procuri di fare intendere il meccanismo della scrittura doppia comune, quale quello più rispondente alle esigenze della pratica. Questo in breve, ed in modo disadorno e confuso è il contenuto di questa disciplina, la quale, rappresentando la storia della vita economica, lungi dal significare un lusso è un bisogno impellente della vita di ogni azienda dalla più semplice alla più complessa. Tutti gli argomenti su esposti hanno grande importanza, tutti perciò devono essere studiati nelle loro linee generali almeno, senza eccezione alcuna. Vero è che lo studio di tante mole mal si addice ad un solo anno scolastico, per cui sarebbe desiderabile, se vuolsi che esso non riesca incompleto od imperfetto, che sia integrato da un altro corso. Queste linee, che si son venute anche manifestate nell' XI Congresso dei Ragionieri d'Italia, mentre da un lato renderanno proficuo l'insegnamento di questa disciplina, in cui si potrà sviluppare esaurientemente tutto il programma ministeriale, getteranno dei semi fecondi e farà dei ragionieri, di questi storici delle vicende economiche, non i magri contabili di cifre, ma gli attuari, coloro che devono prestabilire gli effetti delle leggi sull'economia pubblica e privata. Tale riforma, mentre contribuirà ai più grandi sviluppi della scienza del controllo economico, darà agli alunni delle Scuole Tecniche, - di questi organismi che debbono considerarsi bastevoli a se stessi - il corredo di quelle nozioni necessarie sia per chi vorrà proseguire gli studi, sia per quella falange di giovani, la quale dovrà, dopo questo primo corso secondario, pensare al proprio sostentamento. Solo così si potrà convenientemente rispondere all'alta finalità del programma ministeriale, per la quale i giovani dovranno rendersi bene edotti nei computi commerciali, nella compilazione degli atti di commercio e nella tenuta dei libri e conti di azienda. La storia c'insegna che tutte le nazioni che ereditarono dalle potenti repubbliche italiane di Genova , Venezia e Firenze - quali l' Olanda , l' Inghilterra, la Francia e la Germania - il primato nel commercio e nell' industria, han fatto tesoro dei meccanismi scritturali, che furono ideati dal genio italiano. È doveroso ora dare alle Scuole Tecniche, a queste modeste per quanto utili officine dell'intelligenza umana, quel che fu frutto del nostro sapere e che ora, valicando le nostre barriere naturali, par che voglia significare quasi una muta protesta verso la nostra terra che, come disse il Poeta «è madre in parto ed in voler matrigna». Rag. Longhi Carlo

Natali Giulio

I Regii Provveditori agli studi Potenza , Tipi Garramone e Marchesiello 1912

I rr. provveditori agli studii. Mentre il ministro Credaro, Luigi , il quale legherà il suo nome alla più vasta riforma che sia stata finora tentata dei nostri ordinamenti scolastici, sta preparando il regolamento su la «sistemazione del provveditorato agli studi» , non mi pare inutile esporre quale fu in origine, qual è presentemente, e quale, a mio modesto avviso, potrebb’essere quest’ istituto. Rifacciamoci dalla legge del 13 novembre 1859, che è sempre la legge cardinale su l’istruzione pubblica in Italia, la legge a cui tutta la legislazione posteriore è subordinata e coordinata. Dice dunque l’art. 30 della legge Casati: Subordinatamente alle autorità centrali sovrintendono all'amministrazione locale della pubblica istruzione: per ogni università un rettore; in ogni capoluogo di provincia un r. provveditore per le scuole secondarie classiche e tecniche, un r. ispettore per gli studi primarii (1), ed un consiglio per le scuole. (1) Vorrei pregare il Ministero della P. I. di abolire una volta per sempre queste erratissime denominazioni di scuola, istruzione primaria e secondaria. La denominazione di scuola primaria, che si tirò poi dietro l’altra di scuola secondaria, è un regalo che ci fece, con tanti altri, la dominazione francese: la trovo infatti negli scrittori dell’età napoleonica, per esempio nel Romagnosi {Dottrina dell’umanità, 3° edizione, Parma 1839, p. 72). Ma il Tommaseo , fin dal 1874, avvertiva: «Nel linguaggio esotico, fedelmente ripetuto dall’ Italia libera, maestra del mondo, scuole primarie, le scuole elementari; secondarie, le più alte. Progresso alla rovescia». I Francesi dicono école e instruction primaire la prima scuola e istruzione, che è l’elementare. Ma in italiano in questo modo si viene a capovolgere il significato di primario, che non significa primo di tempo, ma primo d’ordine e di dignità. Dunque, non già scuola primaria, ma elementare; non già scuola secondaria, ma media, perchè sta in mezzo tra la elementare e la superiore. Farò sorridere la gente seria? Ma sotto tale quistione di parole c’è un’importante cosa: nientemeno che la dignità nazionale. E, giacché ci sono, vorrei pregare la Direzione generale delle belle arti di non tollerare che sul frontone del bel palazzo del Bazzani a Valle Giulia si legga: Alle Bette Arti. Che diavolo! Anche i ragazzi delle scuole sanno che il titolo in italiano va in caso retto. Dunque, Palazzo delle Belle Arti, o, senz’altro, Belle Arti, e non... Aux Beaux Arts! Non si cominci con la rinunzia all’italianità proprio dove l’italianità dovrebb’essere più solennemente affermata! Dice l’art. 32: I rr. Provveditori sono nominati dal Re fra persone che per dottrina, per autorità morale e per uffici esercitati nella pubblica istruzione sono riputate più idonee a tale carica. Dice l'art. 34: I rettori, i provveditori e gl'ispettori provinciali, ciascuno nel rispettivo ramo, rappresentano il Ministro e ne fanno eseguire gli ordini. L’art. 38 prometteva: Un regolamento determinerà il modo secondo il quale i rettori , i proveditori e gl’ispettori avranno ad esercitare le loro diverse attribuzioni. Finalmente l’art. 39 stabiliva che al Consiglio provinciale per le scuole presedesse il r. provveditore. Non era ancora stato pubblicato, per quel che riguarda i provveditori e gl’ispettori , il promesso regolamento, che con un r. decreto, in verità molto incostituzionalmente, si modificò la legge. Alludo al r. decreto 22 settembre 1867 (ministro il Coppino ), col quale si dava ai prefetti la presidenza dei consigli provinciali scolastici , e si disponeva che i provveditori sedessero presso le prefetture (art. 2). Seguivano a questo decreto il regolamento 20 ottobre 1867, il regolamento 21 novembre 1867, e finalmente il regolamento 3 novembre 1877, fino a ieri vigente, su l’amministrazione scolastica provinciale, ne’ quali furono anche stabilite le ingerenze dei provveditori e degl’ ispettori. Anzi tutto l’ispettore per gli studii elementari, che, secondo la legge Casati , rappresentava il Ministro per quel che riguarda la prima istruzione, era scomparso col novo ordinamento dell’ amministrazione provinciale; e le sue ingerenze erano date in parte agl’ispettori circondariali, in parte ai rr. provveditori, i quali cessarono per tanto di sorvegliare solo le scuole medie e divennero, almeno nominalmente, i moderatori di tutta l’istruzione elementare e media delle province. Senonchè, mentre si accrescevano le ingerenze del provveditore, si menomava la sua autorità, togliendo al suo ufficio l’autonomia, dando al prefetto la presidenza del consiglio scolastico, epperò l’effettiva autorità di capo di tutta l’amministrazione scolastica della provincia. Così, se l’art. 2 dell’ultimo dei citati regolamenti, fino a ieri vigente, dice: Il provveditore agli studi cura tutto quanto riguarda le cose dell'istruzione nella provincia ed ha la vigilanza immediata, soprattutto tutte le scuole poste nella circoscrizione che gli è affidata; l’ art. II dice: il prefetto della provincia sopraintende l'amministrazione delle scuole classiche, tecniche, normali, magistrali e primarie, così pubbliche come private. Esso presiede il consiglio provinciale scolastico e ne firma gli atti. Lasciando stare l’ incostituzionalità, alla quale ho già accennato, di un decreto e di regolamenti che modificavano essenzialmente una legge, questa nova disposizione, che assoggettava i provveditori ai prefetti, e del provveditorato faceva l’ultimo degli uffici della prefettura, riusciva dannosa alla scuola, ostacolando spesso con le necessità della politica prefettizia le iniziative intese all’incremento della istruzione nei Comuni. Bisogna riconoscere per altro che, quantunque incostituzionale, la riforma era necessaria, dal momento che le scuole elementari rimanevano soggette al Comune, sul quale il prefetto e la giunta provinciale amministrativa, e non già il provveditore, potevano esercitare azione anche coattiva. Ma, avendo la nova legge 4 giugno 1911 sottratta ai Comuni, tranne quelli che sono capoluogo di provincia o di circondario, la direzione e amministrazione delle scuole elementari, quella disposizione veniva a cadere; e infatti la legge stessa, riordinando l’amministrazione scolastica provinciale, ridà la presidenza del consiglio scolastico ai provveditori. L’ alta importanza che viene ad assumere il provveditorato, aguzzando molti appetiti, ha fatto nascere la quistione della scelta dei provveditori, già ventilata dall’illustre comm. Corradini, Camillo , direttore generale dell’istruzione elementare, nel suo bel libro L’istruzione primaria e popolare in Italia ( Torino Paravia 1911, pp. 326-7). «Il pensier nostro (egli diceva) è questo: che il presente sistema di scelta non risponde perfettamente alla natura e ai bisogni dell’ufficio del provveditore: una funzione, cioè, essenzialmente amministrativa. Perciò, ai funzionarri, che a quell’ ufficio aspirano, è da richiedersi certamente una larga cultura generale ed una non superficiale conoscenza della scuola e dei problemi tecnici e pedagogici ad essa attinenti, ma è da richiedersi altresì, e in grado non minore, una solida preparazione giuridica, una già ferma esperienza di tutti i congegni e gli organismi amministrativi; senza i quali requisiti non è possibile che efficacemente si possa reggere l’amministrazione scolastica di una provincia; E poiché l'odierno sistema di assunzione all'ufficio di provveditore di questi requisiti non tien conto, si hanno da lamentare con frequenza inconvenienti o manchevolezze nell'amministrazione.» Se l'idea del Corradini, Camillo venisse a prevalere, si verrebbe a questa bella conclusione: che, mentre per una parte si tornerebbe alla legge Casati , ponendo il provveditore a capo del consiglio scolastico provinciale, per l’altra parte si escluderebbero dal provveditorato proprio coloro che, secondo la legge Casati , per dottrina per autorità morale e per uffici esercitati nella pubblica istruzione, sono reputati più idonei a tale carica. Com'è noto, per la nova legge Credaro , l’amministrazione provinciale per l’istruzione elementare e popolare è costituita dal Consiglio scolastico e dalla Deputazione scolastica, al quale e alla quale presiede il r. provveditore. L’ufficio scolastico è cosi ricostituito (art. 83).- In ogni capoluogo di provincia, alla dipendenza dei regi provveditori agli studi, è istituito un ufficio scolastico, composto normalmente di un funzionario della carriera amministrativa, di un funzionario della carriera di ragioneria, e di due impiegati d'ordine.sarà addetto all'ufficio scolastico, un ispettore scolastico; E nelle province ove ne sia dal ministro riconosciuto il bisogno, anche un vice ispettore.i raggi provveditori agli studi e i predetti funzionari amministrativi di ragioneria e d'ordine costituiranno il ruolo dell'amministrazione provinciale.la quale ultima disposizione non è una novità, perché già con regio decreto 8 novembre 1901 la carriera dei regi provveditori era equiparata a quella amministrativa del ministero (articolo quattro). È dunque assai strano che si voglia dare all'ultima disposizione citata un'interpretazione restrittiva, tentando di escludere i professori delle scuole medie, tra i quali finora, di regola, sono stati scelti provveditori, dal provveditorato, che diventerebbe il culmine della carriera amministrativa scolastica provinciale, parallela alla centrale. Ora ciò sarebbe ingiusto, ed è certo contrario all'intenzione del ministro, che in un recente colloquio col presidente della federazione dei professori delle scuole medie dichiarava che tra poco saranno banditi i nuovi concorsi per provveditori, ai quali potranno prendere parte come prima gli insegnanti delle scuole medie (L'istruzione media, Napoli, 20 nov. 1911, p. 15). E già la relazione che precede il disegno di legge (Provvedimenti per la istruzione elementare e popolare) ripresentata alla Camera dal Ministro Credaro il 9 maggio 1911, dice, per quel che riguarda i provveditori, testualmente così: L'Ufficio centrale (del Senato) nella sua relazione, e varii senatori durante la discussione misero in evidenza l'alta importanza e autorità che il provveditore agli studi acquista con la presente legge, né la legge darà buoni frutti, se alla direzione dell'amministrazione scolastica provinciale non si troveranno uomini pieni di energia, intelligenti, colti, zelanti, autorevoli e, soprattutto, adatti a reggere un ufficio che ha funzioni molteplici, così gravi e delicate. Il Senato migliorò notevolmente la condizione finanziaria dei provveditori con l'aumentare i posti delle tre classi superiori e col sopprimere l'ultima. Onde non avverrà più che capi d'istituto o professori rinuncino alla promozione a provveditori per ragioni economiche (Atti parlamentari, Camera dei Deputati, n. 331 - B, p. 5-6). Dunque la carriera dei provveditori, che richiede, per le sue molteplici funzioni, energia, intelligenza, cultura, zelo, autorità, è stata migliorata per incoraggiare i professori e i capi delle scuole medie a entrare in quella. Perché è vero che le ingerenze del provveditore, enumerate dall’articolo II della legge Credaro , sono essenzialmente amministrative; ma non meno vero è che accanto a queste funzioni amministrative, per le quali, come s'è visto, il provveditore potrà valersi dell’ aiuto dell’ispettore scolastico , del seretario, del ragioniere, che saranno addetti al novo ufficio scolastico, altre ne avrà veramente e propriamente sue : la vigilanza su l’andamento delle scuole, comprese le private e le clericali, il giudizio sul valore degl’insegnanti e dei direttori delle scuole, la scelta degli arredi didattici, l’ordinamento delle biblioteche e di tutte le istituzioni sussidiarie della scuola: patronati scolastici, educatorii, ricreatorii, università popolari, e va’ dicendo. Senza dire che, mentre un uomo intelligente in pochi mesi acquista quella pratica amministrativa che al comm. Corradini, Camillo sembra il massimo requisito desiderabile in un provveditore, nessun onesto funzionario acquisterà, neppure in molti anni, quella dottrina, quell‘autorità morale, quella conoscenza dell’ordinamento didattico delle scuole, che sono veramente i requisiti più importanti d’un provveditore agli studii. Altrimenti , mutategli nome, e chiamatelo, che so io?amministratore provinciale delle scuole! Provvedere agli studii' egli deve; e, massime nelle province prive d’una città universitaria, o di un centro di cultura, promuovere tutte le imprese culturali, rappresentare veramente, cioè attivamente, il ministero che presiede alla pubblica istruzione. Ingiustamente sono stati accusati i provveditori—professori del disordine degli uffici scolastici; quando la colpa è, invece, del Governo, che li ha sempre trascurati e considerati come le cenerentole delle prefetture. Descriverò brevemente quello tra gli uffici scolastici che mi è più noto, e… ab uno disce omnes. L'ufficio occupava due stanzette della prefettura, nelle quali stavano a disagio il provveditore, l'ispettore scolastico, quando c'era, è uno scrivano. L'ufficio mancava di tutto: nello spazio alla luce, dagli scaffali per riporre le pratiche, alla carta per scrivere, che si doveva chiedere in elemosina alla prefettura. In così fatti uffici, o poco diversi, lavorarono, cagionando la massima disorganizzazione (usiamo l'elegante parola) delle scuole degli studi, il Gabelli , il Gioda, l' Amati , il Masi, il Tivaroni, il Lioy, il Pratesi, il Cavazza, il Fiorini, il Casini , il Bertana, lo Zenatti, illustri nella scienza, nell'arte, nella erudizione.tali erano una volta i provveditori: oggi, se prevarranno i nemici dei professori, saranno l'impiegato Tizio, l'avvocato Caio, il ragionier Sempronio. Ma, si dice, i provveditori saranno alienati dalle scuole medie, proprio da quelle scuole delle quali i professori hanno maggior conoscenza. Infatti, il ministro nel colloquio sopraccitato, dichiarò che intende separare dal provveditorato la funzione direttiva delle scuole medie e affidarle invece all'ispettorato, volendo"sostituire al sistema attuale un'ispettorato regionale stabile composto di alcuni ispettori per le discipline più importanti in ciascun circolo, e di un minor numero di ispettori per le materie secondarie, anch'essi permanenti, e da scambiarsi da circolo a circolo". Ma l'articolo 97 della legge Credaro dispone: le funzioni attualmente affidate al consiglio provinciale scolastico per l'istruzione media saranno esercitate da un'aggiunta provinciale per le scuole medie presieduta dal Reggio provveditore agli studi.cosicché, presidente del consiglio scolastico provinciale, che provvede alle scuole elementari, presidente della giunta provinciale per le scuole medie, il provveditore avrebbe sempre la suprema autorità scolastica nella provincia, e dovrebbe essere, come riconosceva il Senato, uomo energico, intelligente, colto, zelante, autorevole, adatto a reggere un ufficio che ha molteplici funzioni. Dirò un'ultima parola su quanto riguarda la funzione direttiva dell'istruzione media. Come l'ispettore addetto all'ufficio scolastico dovrà coordinare i risultamenti delle varie ispezioni per desumerne lo stato delle scuole della provincia, e al tempo stesso promuovere, d'accordo con gli ispettori di circoscrizione, il maggior incremento dell'istruzione elementar così il provveditore potrebbe coordinare il lavoro degli ispettori provinciali delle scuole medie e provvedere, d'accordo con quelli, al miglior andamento di dette scuole. Il provveditore continuerebbe ad essere così, quale avrebbe dovuto sempre essere, il supremo moderatore, nella provincia, degli studi elementari e medi. Potenza , 8 gennaio 1912 NATALI GIULIO

Cantarella Vincenzo

Il maestro e la scuola Melfi , Premiata tipografia F.lli Insabato 1912

Tanto vale la scuola, quanto vale il maestro. VENIALI. La società civile, per le ripetute conferenze pedagogiche, per i continui congressi magistrali, in cui s'è discusso, con vero amore, delle condizioni economiche della scuola, dell'efficacia delle leggi e dei regolamenti, ha incominciato a conoscere nell'educatore dei figli del popolo il vero apostolo, il vero benefattore dell'umanità ed ha cominciato a considerarlo alla stregua dei benefizi che egli arreca alla società, elevandolo nella pubblica stima e facendolo oggetto delle sue cure premurose. Questo miglioramento sarà continuamente discusso, finchè la società non sarà persuasa che l'istruzione pei fanciulli è necessaria quanto il nutrimento, e che essa è indispensabile a chi vive in uno Stato civile, perchè fa conoscere all'uomo i principali doveri come individuo e come cittadino. L'educazione del popolo dipende dalle buone scuole, dirette da veri maestri e non da mestieranti, che non conoscono nè l'arte della scuola, né il governo di essa. La scuola, mediante la sua azione continua, armonica e diretta, incomincia a seminare nell'anima dei bambini i germi della formazione morale, migliorando l'esperienza del sentimento coordinato alla vita sociale. Questo risultato non si ottiene in poco tempo, cioè mentre il bambino trovasi ancora fra i banchi della scuola, ma appena uscito dall'ambiente scolastico. La scuola non mira soltanto a formare la vita morale ed il carattere del bambino, ma a fargli contrarre l'abitudine di essere cittadino onesto e laborioso, incitandolo ed abituandolo al lavoro graduato e distogliendolo da una abitudine o da una idea non buona, mediante esempi di onestà e di rettitudine. Essa ha il nobile scopo di distruggere i pregiudizi, di rinvigorire la mente, di far sentire l'alta dignità di fronte agli altri esseri animali, di far distinguere il bene dal male. La scuola è la rigeneratrice e la inspiratrice della mente degli alunni a sani e giusti ragionamenti. Che cosa può fare però soltanto la scuola senza un buon insegnante? Il maestro elementare è il grande apostolo, il primo fattore della civiltà moderna, perchè in lui è riposta la salute della patria, l'avvenire della società. Un generale in tempo di guerra grida vittoria, quando ha al suo comando un esercito istruito e ben disciplinato e non quando ha migliaia di uomini privi di qualsiasi istruzione e di ogni sentimento civile. È risaputo che la rigenerazione e il grande risveglio intellettuale e politico del popolo tedesco, le strepitose vittorie riportate sui campi di battaglia nella fine del secolo passato, Bismark le attribuiva al maestro elementare, perchè egli solo aveva saputo instillare negli animi dei suoi concittadini veri sentimenti di amor di patria e di civile educazione. Tutto dipende adunque dal maestro elementare, perchè non è la forza materiale degli eserciti che fa vincere le battaglie, ma i sentimenti di patriottismo e di virile fortezza che il maestro elementare ha saputo destare negli animi dei suoi concittadini. Egli è l'autore della forma del carattere del fanciullo, perchè non fa che riaffermare gli abiti morali ed intellettuali. L'educazione delle masse dipende dal maestro elementare, perchè egli soltanto sa trarre vantaggio e formare le buone e le cattive abitudini delle generazioni, che a lui sono affidate. Il maestro deve nei suoi costumi, nelle sue parole, in tutta l'opera sua, essere esempio vivente ai suoi alunni, perchè egli deve, come si disse, bene, moltiplicare se stesso nei suoi discepoli. Chi vuole dedicarsi all'educazione della gioventù non deve esservi spinto dalle misere condizioni economiche; ma da vera vocazione innata in lui dal desiderio vivo e sincero di arrecar bene ai propri alunni. Chi desidera intraprendere questo nobile magistero, deve prima domandare a se stesso se possiede tutte le doti dovute per scrutare intimamente l'indole dei bambini, la loro intelligenza e le qualità dell'animo per indirizzarli alla virtù. L'arte di istruire e di educare non è da tutti perchè essa esige non solo una speciale vocazione sorta da natura, ma una vasta coltura. Difatti quanti uomini insigni hanno consumato la lor vita nello studio della conoscenza intima del bambino per scrutare la sua tendenza ed insegnargli a distinguere da sè il bene dal male? L'educazione è difficile, assai difficile, perchè richiede nell'educatore molte doti, se egli vuol trovarsi innanzi nella via che conduce alla perfezione. Ora se v'è persona degna di onori, è proprio i maestro - martire ignorato - perchè per quanto la sua opera possa essere ardua, pure è senza fulgòre, perchè l'individuo si valuta dalla retribuzione del suo lavoro. L'insegnante non dev'essere soltanto la fonte del sapere dei suoi alunni; ma il vero educatore perchè egli deve istruire quanto basta ed educare quanto più può. L'educatore dev'essere pieno di amore e di cura affettuosa verso i suoi discepoli. Chi insegna con intelletto d'amore deve sforzarsi di stabilire una corrispondenza di pensieri e di sentimenti tra sè e gli allievi, altrimenti non può sentirsi chiamato alle dure fatiche e alla nobile missione dell'educazione. L'educatore deve avere un certo che di vivo nella sua espressione, che rallegra ed innammora, deve dimostrare la verità senza orpelli. In classe deve gioire nel vedersi innanzi una falange di alunni, che egli deve far pendere dalle sue labbra. Egli dev' essere buono, affabile, indulgente, gioviale; ma se si mostra burbero, austero, se assume un aspetto imperioso da incutere timore nei fanciulli, se spesso monta sulle furie, perchè il bambino non ha capito, il maestro farà bene a cercare in se stesso la causa della disattenzione. L'educatore dev'essere dotato di molta pazienza, altrimenti finisce coll'annoiarsi e coll'indispettirsi, senza conseguire la meta da lui agognata. Dev'essere animato da vera abnegazione per non avvilirsi quando gli si presentano davanti difficoltà; deve perseverare negli ostacoli pur di raggiungere il suo scopo. Quanti maestri sforniti di queste doti abbandonano l'insegnamento sfiduciati, perchè incapaci di sormontare i grandi ostacoli, che gli si parano innanzi? Il vero educatore deve rendersi ogni giorno più utile ai suoi allievi, specialmente quando trova una scolaresca, che segue con alacrità e buona voglia le sue lezioni. Venendo meno a questo nobile fondamento, il suo zelo sarà vano e verrà meno al proprio ministero. L'impazienza del maestro ritarda i progressi, perchè lascia nella mente del ragazzo delle lacune e quindi delle idee monche e false. Il maestro, che fa soffrire ogni giorno i suoi allievi con soprusi o con imperiosità, è inevitabilmente odiato; quando invece cerca di spianare loro le immancabili difficoltà e l' incoraggia a perseverare nella via intrapresa, gioisce con essi, e allora sarà veramente amato. Se occorre correggere qualche difetto, deve aspettare il momento in cui lo spirito del fanciullo solo sia disposto a profittare della correzione, senza scoraggiarlo, facendo del suo meglio per farlo ravvedere del suo difetto. Delle mancanze degli allievi deve mostrare spiacere, non ira, ed essi ne arrossiranno senza sdegno accettando la sua parola amorevole e paterna. Perchè nel suo insegnamento riesca efficace, necessario che il maestro conosca intimamente lo stato mentale del fanciullo, cioè la natura e l'indole del terreno nel quale deve spargere la semente del vero, altrimenti seminerà in un terreno sterile e vuoto. Il maestro, per essere sicuro del suo operato, non deve pretendere dall'alunno un lavoro inadeguato alle sue forze, altrimenti mette a dura prova l' intelligenza del bambino senza alcun profitto. Quanti maestri si affrettano ad espletare il programma, perchè credono che il ragazzo con questo possa diventare capace di superare il doloroso scoglio: gli esami? Il vero educatore non deve preoccuparsi di ciò, ma del miglioramento degli animi ribelli, del buon ordine da tenersi nella scuola, del modo come deve sviluppare in loro il buon senso, rinvigorire il loro intelletto, arricchire le loro intelligenze di utili cognizioni. L'insegnante deve ammaestrare gli allievi non al solo scopo degli esami; ma per preparare forti e probi cittadini. Se non è questa la meta dei suoi sforzi, meglio tener chiuse tutte le scuole e far crescere nell'ignoranza il genere umano. Il maestro deve ispirare fiducia nei genitori dei ragazzi, acquistare autorità sugli allievi, essere loro d'esempio, affinchè essi si rispecchino in lui, fuggendo il male e agognando il bene. L'educatore è guardato dagli alunni, perciò basta un solo cattivo esempio per annientare tutta la orza delle sue parole. L'esempio è una suggestione per la quale l'uomo s' impadronisce dell'uomo, lo spirito s' infiamma al contatto dello spirito. A rendere sempre più efficace e più educativa l'opera del maestro è mestieri che il locale adibito per scuola, sia considerato dall'allievo come un tempio di sapienza e che il suo aspetto ispiri nel suo animo sentimenti di riverenza e di ammirazione. La scuola per attirare il fanciullo dev'essere grandiosa, deve avere grandi e belle aule, bene aerate, soleggiate, una sala di ginnastica, un cortile ed un giardino razionalmente distribuito en coltivato, affinchè i ragazzi, mentre ricreano la vita e lo spirito, prendano dimestichezza con le piante più note e più importanti. Le aule debbono essere abbellite, ornamentate da carte murali, da quadri di storia naturale, di scene campestri e specialmente da quelli rappresentanti grandi uomini, che hanno onorato la Nazione ed episodi storici, perchè alla loro vista, gli spiriti dei ragazzi s' infiammano ed acquistano maggiori cognizioni, aggiungendo alla parola del maestro la visione del luogo ove il fatto avvenne e l'aspetto delle persone che vi presero parte. Le aule debbono essere ampie, perchè il bambino non deve stare pigiato fra i banchi, ma deve ricordarsi che trovasi in un luogo molto diverso da quello dove è nato e vive, ed anche perchè, essendo abituato a sgambettare o a fare capriole nei prati, non così facilmente si abitua a stare in quella prigione, respirando aria, che ammorba i suoi polmoni. Il vero educatore deve immedesimarsi dei ragazzi, deve persuadersi che essi hanno bisogno di aria, di svago, perchè soltanto così essi divengono più docili, più affezionati alla scuola e più attenti ai loro doveri. Chi sente in sè la vocazione di essere educatore dei figli del popolo, dei figli della società, sa che il profitto dei ragazzi si rende più efficace quando essi sono condotti all'aria aperta. Infatti volete che essi diventino dignitosi, riverenti, affezionati ai loro superiori? Conduceteli in giardini pubblici, in proprietà private e inculcate loro il rispetto dell' altrui avere, e voi subito scorgerete in essi un grande miglioramento. Nello stesso tempo si deve pensare che molti ragazzi sono deficienti nella conoscenza delle idee e dei fenomeni naturali e che essi hanno assoluto bisogno di conoscere tutto mediante lezione pratica. Quanti ragazzi ignorano gli strumenti necessari alle arti e ai lavori di campagna? Ebbene, conduceteli in un campo dove esistono lavoratori e vedrete che essi, vedendo praticare quegli strumenti, acquisteranno nuove ed utili cognizioni, perchè nella loro mente passeranno continuamente, come attraverso ad un caleidoscopio, tutte quelle teorie, facendone rimanere in loro profondamente vivo il ricordo. In questo modo la scuola, anzichè annoiare infastidire, alletta ed incoraggia i ragazzi alla conoscenza di nuove idee e cognizioni. Allora soltanto il popolo, acquistato un certo grado di civiltà mediante la scuola, apprezza e valuta l'abnegazione, l'importanza e la pazienza del vero educatore. L'insegnante deve adoperare tutta la sua volontà ed energia con questo metodo razionale, affinchè esilari l'anima dei teneri fanciulletti e li renda più affezionati alla scuola. Molte volte mi è accaduto, conducendo la scolaresca a fare una passeggiata in pianure ubertose, di vedermi circondato dai miei cari alunni e di essere tempestato di domande su ciò che presentava ai loro occhi la natura. Quanto progresso ho osservato il giorno seguente in iscuola! Essi ricordavano minutamente la mia spiegazione e con grande facilità esprimevano in iscritto le impressioni provate. Sì, colleghi, approfittiamo delle passeggiate, conduciamo le nostre coorti all'aria aperta, invece di farle stare inutilmente nella scuola a sgorbiare quaderni, perchè così la nostra passeggiata assumerà il carattere di una istruzione più consentanea alle loro indole. Non temiamo l'ipercritica degli ignoranti e dei gonzi, perchè con questa noncuranza il vantaggio sarà subito apprezzato dalla massa ignava, e così le nostre scuole non saranno più disertate ai primi risvegli della natura, ma frequentate sino alla chiusura delle scuole, quando vedranno coronate le loro fatiche dal certificato tanto ambito. E voi, lavoratori d'ogni specie, se avete a cuore l'istruzione e l'educazione dei vostri figli, non prendete alla leggiera l'opera santa degli apostoli della civiltà, non private i vostri figli dell'istruzione per l' insignificante guadagno che essi vi possono momentaneamente arrecare. Sappiate che essa oggi è un'arma efficacissima contro chi tenta conculcare i vostri diritti. Quante volte vi siete assoggettati a qualche signorotto per i fare i vostri conti, avendo dovuto pagare il fitto o qualche pingue somma al vostro locatario? Siete rimasti certi che quel conto sia stato fatto con equanimità e coscienza? Ebbene, se non potete istruirvi più voi, fate istruire i vostri figli, affinchè per l'avvenire abbiano fra le mani la stessa spada dei loro persecutori, dei loro dominatori, i quali malamente vedono che i diseredati figli del popolo abbiano un certo grado d'istruzione, sempre per tema che i loro terreni restino incolti. Signorotti stolti! Il vostro modo di pensare è al disotto di quello dei bruti. Non sapete che il contadino ignorante è un animale irragionevole? Giustamente dicono il Kant Immanuel ed il Pestalozzi Johann Heinrich : l'uomo non può divenire veramente uomo che per mezzo dell'educazione, e che egli è solamente ciò che essa lo fa. Chi vuol dominare il mondo, deve impadronirsi della scuola. Se ciò intendete, padri di famiglia, coadiuvate il maestro, assecondate nella famiglia l'opera sua e considerate la scuola non quale rifugio, ma come un luogo sacro di alta sapienza civile ed educativa. Accompagnate i vostri figli a scuola e vedrete che l'insegnamento sarà loro di grande vantaggio. Coraggio dunque, figli del popolo, perchè l'istruzione è il progresso, la speranza, la gloria del mondo.

Franciosa Enrico Direttore didattico

LA SCUOLA MODERNA E L'EDUCAZIONE FISICA DEI FANCIULLI. Istruzioni, norme e programmi particolareggiati per l'insegnamento della ginnastica nelle scuole elementari. Melfi, TIPOGRAFIA APPULO-LUCANA, diretta da Francesco Insabato 1912-1913

L'EDUCAZIONE FISICA - Pensieri e massime L'educazione fisica ha per intento di rinvigorire l'organismo, di indurirlo, di infondere coraggio, di dare l'euritmia e la bellezza al corpo, di accrescere la destrezza e l'agilità, di mantenere la salute, e più che tutto, di prolungare la giovinezza, governando in certo modo l'accrescersi del corpo, e perfezionando quanto più è possibile la natura fisica dell'uomo. Angelo Mosso Le corps humain est une grande association d'organes ou d'intérêts: digestion, respiration, muscles, sens, cerveau. Quand le corps est fatigué, il y a souffrance pour tous les organes en général; si on le restaure, tous les organes en général prennent une vigneur nouvelle. A. Bain L'educazione fisica è utile non solamente pel corpo ma pel suo buon effetto sul carattere. Studiar duro implica del carattere nello studente, e lavorar duro ad uno sport che obbliga ad uno sforzo fisico severo, od un allenamento costante, implica in modo uguale il carattere. Angelo Mosso La luce del sole, i prati e i campi pei giuochi sono necessari per la gioventù ma più ancora ai fanciulli che non possono godere il riposo della campagna e l'ombra delle selve come i ricchi. L'aria libera ed i giuochi ginnici ci liberano dai germi delle malattie e la fatica, degli esercizi fisici soffoca i germi dell'immortalità. Angelo Mosso L'educazione fisica dev'essere un fattore di temperanza, smorzando istinti di precoce o smoderata sensualità, poichè l'esercizio fisico è un potente moderatore delle passioni. L'educazione fisica deve darci l'uomo più coraggioso, più intelligente, più sensibile, più operoso, più accorto, più generoso, dirigendo tutte queste qualità allo svolgimento degli intenti materiali e morali della società. IERACE L'educazione fisica della donna ha di mira il miglioramento della razza umana. La donna fatta robusta e vigorosa non è soltanto una madre migliore per la procreazione dell'essere umano; essa è sopratutto una donna conscia del suo valore inestimabile, e che pertanto saprà conquistare il posto che giustamente le spetta nella direzione dei destini dell'umanità, che essa farà entrare in uno stadio più equilibrato e più fecondo di evoluzione facendo anche scomparire dal mondo gli ultimi resti di quelle barbarie, che abbiamo ereditato dal passato. On. BOSSI Nell'educazione fisica come in ciascuna specie d'educazione, l'educatore non ha punto il compito di sopraffare la natura, ma al contrario di conformarsi alle sue leggi e di mettere l'organismo umano nelle condizioni più favorevoli al perfezionamento delle sue funzioni normali. N. Abbondati Più il corpo è debole, e più comanda, più esso è forte, e più obbedisce. B. WILLIAM Sviluppando la forza del corpo, fortificando la sanità, la ginnastica risana ed equilibra le idee, le quali non sono se non sensazioni trasformate. AICARD Se conserverete il fanciullo agile e forte, mediante opportuni e razionali esercizi ginnastici, non diventerà scogliotico, nè cifotico, qualunque sia la sua posizione che tiene durante le occupazioni scolastiche. Baumann Dove è languida ed infrallita la fibra, scarsa l'anima, dove le malattie spesseggiano, dove la forza di resistenza al lavoro, alle occupazioni oscilla, dove presto si muore, la società non si trova in brutte e malagurate condizioni? La ginnastica educativa è quindi la migliore igiene e la migliore profilassi pel corpo, per l'anima e per la società. De Dominicis Alle fanciulle facciamo imparare fin l'estrazione della radice cubica e neghiamo loro un cortile dove possano correre a prendere una boccata d'aria, a sgranchirsi le gambe, e non sentire più i gomiti delle campagne nei proprii fianchi. Com'è triste vedere che è dimenticata la natura umana nella primavera della vita, e si comprime ciecamente e si soffoca il lavoro misterioso dell'organismo che prepara nella fanciulla l'immagine sacra della madre. Mosso Giovani fiacchi, che intristiscono e declinano come piante avvizzite per difetto di resistenza e di vitalità, col petto rientrante, il dorso rotondo, il collo curvo in avanti, le spalle basse, i diametri superiori del torace minimi, l'addome rilasciato, le anche pronunziate, ci offrono uno spettacolo ben rattristante, al quale bisogna opporre un energico ed efficace rimedio. IERACE PIANO DIDATTICO per la lezione di ginnastica I. Movimenti di ordine e di marcia. II. Esercizi degli arti superiori ed inferiori nei diversi atteggiamenti. Esercizi del capo. III. Idem di sospensione con le mani. IV. Idem di saltellare. V. Idem di equilibrio. VI. Giuochi. VII. Esercizi di appoggio. VIII. Corsa. IX. Movimenti del busto. X. Salto e saltelli. XI. Esercizi di respirazione. ESTRATTO di Leggi, Regolamenti e R. Decreti riguardanti l'educazione fisica Legge 7 luglio 1878 n. 4442: ART. 1 - La ginnastica educativa è obbligatoria nelle scuole secondarie, nelle scuole normali e magistrali e nelle scuole elementari. ART. 2. - Nelle scuole femminili d'ogni grado la ginnastica avrà carattere esclusivamente educativo e sarà regolata con norme speciali. Regolamento per detta legge: R. D. 16 dicembre 1878 n. 4679. ART. 1. L'insegnamento della ginnastica, reso obbligatorio colla legge 7 luglio 1878 dura tutto l'anno scolastico ART. 3. Nelle scuole elementari gli esercizi di ginnastica si fanno per mezz'ora ogni giorno. ART. 14. Nelle scuole elementari ogni insegnante istruisce nella ginnastica i proprii alunni. R. D. 23 ottobre 1893 n. 649: ART. unico. Nelle scuole maschili sono inibiti gli esercizi ginnastici agli anelli, alla sbarra, alle parallele ed al cavallo, prima del 14mo anno di età degli alunni. Nelle scuole femminili l'uso di questi attrezzi è vietato per qualunque età. Regolamento 6 febbraio 1908 n. 150: ART. 89. D'accordo col Direttore Didattico o, dove questo manchi, con l'autorità municipale, il maestro in due giorni al mese impiegherà una parte dell'orario scolastico ad una passeggiata istruttiva. Legge 26 dicembre 1909 numero 805: ART. 3. Nelle scuole elementari è destinata all'educazione fisica non meno di mezz'ora per giorno in ciascuna classe. Decreto 14 luglio 1912: Gli alunni e le alunne delle scuole elementari superiori per essere promossi da una classe all'altra e per conseguire la licenza o altro attestato finale, debbono riportare la sufficienza nel profitto e nella condotta per l'educazione fisica. Lo scrutinio finale per l'assegnazione del voto in condotta e in profitto si fa a norma dell'art. 3 della legge 14 giugno 1907. Gli esercizi ginnastici per gli esami di promozione e di maturità saranno determinati dal maestro della classe. Il voto di scrutinio e di esame per l'educazione fisica si assegna con le stesse norme delle altre materie e deve essere riportato sulle pagelle e sui diplomi di maturità e di licenza. NORME GENERALI sull'insegnamento della ginnastica nelle scuole elementari 1) Deve essere ormai diffusa la convinzione dell'utilità grandissima che gli alunni e le alunne delle scuole primarie possono trarre dalla pratica costante di esercizi fisici assai facili, senza uso di grandi attrezzi, senza inutili e spesso dannose complicazioni coreografiche, avendo di mira sopratutto di dilettarli così per mezzo di movimenti di ginnastica naturale (marcia, corsa, salto, arrampicare, equilibrio), come per mezzo di giuochi all'aria libera e di piacevoli passeggiate ed escursioni. 2) Ove manchi un apposito locale coperto ad uso di palestra, si potranno nei giorni di buon tempo - ed in Italia sono molti - fare esercitare i ragazzi nei prati o in altri pubblici terreni, dei quali non è penuria nei medi e nei piccoli Comuni. 3) Non è neppure assolutamente necessaria, per le lezioni di educazione fisica nelle scuole elementari, una fornitura di attrezzi ginnastici. Bastano, invero, all'uopo, alcune pertiche o funi da arrampicare, un asse di equilibrio, pochi montanti per il salto (anche senza pedane e tappeti) ed alcuni attrezzi poco costosi per i giuochi. 4) A proposito dell'orario giova ricordare che la legge 16 dicembre 1909 n. 805, impone in tutte le scuole primarie mezz'ora giornaliera di ginnastica ed una passeggiata mensile per tutte le classi. 5) Per ciò che riguarda la lezione da svolgere, i maestri avranno presente che essa ha da essere divisa in serie dovendo comprendere esercizi di marcia e di corsa, di equilibrio, di arrampicare, di sospensione di salto ed un giuoco. Nella disposizione delle serie si provvederà perchè gli esercizi, che richiedono maggior intensità di lavoro fisico, abbiano luogo a metà della lezione; nè si trascurerà di fare eseguire, al termine di essa, pochi, ma efficaci esercizii di ginnastica respiratoria. Si combatterà sopratutto la così detta ginnastica fra i banchi, che fu già soppressa nei programmi di educazione fisica del 1897. 7) Le lezioni di ginnastica devono cominciare e finire contemporaneamente a quelle di tutte le altre materie. 8) La dispensa dalle lezioni di ginnastica non può essere concessa che agli alunni affetti da malattie o da imperfezioni fisiche constatate da visita medica. Tutti gli alunni non dispensati devono frequentare regolarmente le lezioni di educazione fisica. 9) Il voto di ginnastica si assegna come quello delle altre materie ed ha gli stessi effetti nello scrutinio finale, a norma dell'art. 186 del regolamento 13 ottobte 1904. 10) Oltre la lezione giornaliera i Comuni possono istituire, per gli alunni delle classi 4a, 5a e 6a, corsi speciali fuori dell'orario scolastico, affidandone la sorveglianza ad ispettori speciali, a norma dell'art. 86 del Regolamento 6 febbraio 1908 n. 180, e l'insegnamento a professori di ginnastica o a maestri, che abbiano seguito con buon esito speciali corsi di abilitazione riconosciuti dal Ministero della Pubblica Istruzione. Giuochi ginnici. Che il giuoco abbia una grande importanza nello sviluppo del fanciullo è da tutti riconosciuto; poichè è la sua prima poesia, anzi, diremo la sua stessa vita. Quando il fanciullo non giuoca è segno che è malato. I giuochi ginnici fanno nascere nel fanciullo l'amore del proprio simile, la tolleranza reciproca, l'aiuto vicendevole, sviluppano in lui quella svogliatezza di spirito, quell'energia benefica e quella gaiezza che ben si può paragonare al tiepido raggio di sole sulle tenere piante di primavera. Lasciamo adunque che i fanciulli alternino le ore di studio con quelle del giuoco sotto il cielo libero, all' aria e al sole, e il vantaggio che ne trarremo, sarà così centuplicato. Classificazione dei giuochi (in nota: In Italia si conta un buon numero di libri che trattano dei giuochi ginnici. GABRIELLI FRANCESCO, Giuochi ginnastici - Hoepli Milano; MARCHETTI DANIELE, Salute e forza - Milano via Torino 66; LUISA REBECCA FACCIO, 50 giuochi ginnastici, Torino). Giuochi adatti ai bambini e alle bambine fino ai 7 anni. Giuochi senza attrezzi - Ai cantoni - Cacciatore e lepre - Chi tardi arriva, male alloggia - Corsa in circolo - Il gatto e il sorcio - Il lupo e gli agnelli - Rompere fuori del circolo. Giuochi con attrezzi - Chi botta prende bontà rende - Lo sparviero - Le tre pietre - Il trucco ad armi. Giuochi adatti ai fanciulli e alle fanciulle dai 7 ai 12 anni. Oltre i precedenti: Giuochi senza attrezzi Caccia al secondo o al terzo - Caccia in circolo - Lotta a piè zoppo - Le barriere - Burla - I cavallerizzi. Giuochi con attrezzi. Il vello d'oro - Le bandierine - La corsa delle staffette - Tiro alla fune - Lotta seduti - I birilli. Giuochi adatti ai fanciulli e alle fanciulle oltre i 12 anni d'età. Oltre i precedenti: Con attrezzi - Volantino - Le grazie - I vivi e i morti - Il cuneo - Palla burlona - Palla al balzo - Palla vibrata - Palla a cavallo - Palla a pugno- Le bocce - Il tamburello - Palla battuta - Il giuoco del calcio. Consigli igienici per la ginnastica. In qualunque modo, in qualunque luogo si faccia la ginnastica è mestieri seguire alcune regole generali per farla bene. Una volta incominciati gli esercizi ginnastici, conviene continuarli con perseveranza. Esercitarsi sempre nelle ore che precedono la colazione e il pranzo. Badare che i vestiti non siano stretti, specialmente al collo, al petto e al ventre. Se nei primi esercizi si provano palpitazioni di cuore e affanno di respiro, far riposare finchè il tumulto di questi organi abbia ceduto. Nei momenti di riposo far fare inspirazioni ed espirazioni lente e profonde, come nell'atto dello sbadiglio. La fatica del lavoro muscolare deve cessare dopo un breve riposo, senza che nascano dolori alle membra. Quando la stagione lo permette, fare gli esercizi all' aria libera. Nè il seno debole, nè la debolezza possono mai controindicare la ginnastica, e soltanto essa deve spiegarsi alle condizioni dell'individuo. Guardarsi dalle correnti d'aria fredda, quando un esercizio può far sudare. Nessun giuoco dev'essere troppo faticoso, e quando qualche ragazzo volesse oltrepassare la misura, o cambiar giuoco o fare delle pause, è dovere del maestro di richiamarlo o di ammonirlo. La luce viva e abbagliante nuoce molto agli occhi e ad una testa scoperta; si badi perciò bene a tale norma. Non bisogna pure mai far correre i ragazzi contro il vento, perchè non inspirino con violenza l' aria fredda, quando sono scalmanati. Durante la ginnastica, o le passeggiate, o nei giuochi si deve proibire di fare bere dell'acqua; o se si sente il vivo bisogno farne bere sotto la propria sorveglianza dell'insegnante non più di un quarto di litro, e a sorsi; dopo di che si farà istantaneamente tornare al movimento la scolaresca. Sebbene grandi ed indiscutibili siano i vantaggi che arreca la ginnastica, pure vi sono dei fanciulli che debbono rinunciarvi in tutto o in parte. E questi sono quelli affetti da ernia, da artrite, da malattie di cuore, da tubercolosi, da rachitismo e da linfatismo. Fin dalla prima lezione l'insegnante deve tener molto d'occhio gli allievi, e se qualcuno accusa forti dolori intestinali, o muscolari; se qualcuno arrossa, o impallidisce od ansa troppo, lo faccia immediatamente uscire di fila e lo faccia riposare, esigendo poi che la famiglia faccia fare al figliuolo una visita medica. Esigere sempre obbedienza pronta e assoluta, ordine tassativo, docilità spontanea, amore e subordinazione, senza disciplina non vi può essere palestra scolastica. Per avere una buona disciplina fa mestieri osservare che il locale addetto alla ginnastica sia sempre pulito, ordinato e sufficientemente arredato: che non si mangi mai in palestra; che le correzioni si facciano in modo persuasivo e con dolcezza; che sia allontanato ogni causa di distrazione; che il maestro parli poco ed eviti le parole aspre, mordaci, i modi burberi e troppo severi; che egli tenga la scolaresca continuamente occupata; che renda per quanto può dilettevole ed attraente ogni esercizio; che sappia fare uso retto del premio e del castigo, che, infine, non tolga mai ai più deboli la speranza di raggiungere i più forti ed i più abili. Gite ed escursioni ginnastiche. Se vi ha un mezzo proprio ad allettare i fanciulli, a promuovere il loro amore alle ginnastiche disciplinari, sostituendo così il tempo, che sarebbe stato impiegato in una lezione, e premiando la disciplina il contegno ed il profitto, egli è certo quello delle passeggiate e delle escursioni. Questo mezzo è potente per lo sviluppo fisico e morale; e l'aria pura dei prati aprichi e la vista d'ubertose campagne, di ricche messi, di ridenti poggi, l'allegria della brigata, le diverse andature di marcie ordinate da savio maestro, tutto educa e fa dimenticare la noia e il male della vita passata. Sempre le gite abbiano una meta prestabilita per accrescere la curiosità di quelli, che non visitarono mai quei luoghi, e che, pur obbligati a far la via a piedi non si lagnano, ma sono i più disinvolti. Quando si può salire sulle montagne, arrampicarsi sulle rocce, percorrere sentieri che sembrano impraticabili, il camminare è salutare. Bisogna sforzarsi di variare le passeggiate e di aggiungervi, per quanto sia possibile, per prevenire la noia, qualche altro interesse; quello della conversazione, della scoperta di oggetti nuovi per gli alunni, della ricerca dei prodotti naturali, che i fanciulli hanno tanto piacere a riunire in collezione. Siccome però le passeggiate devono avere di volta in volta una progressiva distanza crescente, così non è fuor di luogo che se ne imprendano prima delle corte; e ciò per la ragione igienica che tutti non sono abituati a camminare, anzi la maggior parte dei fanciulli sfuggono questo esercizio per mera poltroneria. Perciò la lunghezza della marcia dev'essere sempre proporzionata alla forza dei fanciulli. Durante la passeggiata l'ordine dev'essere conservato con molta diligenza, perchè da questo dipende la maggior o minor stanchezza. Il vedere una classe di fanciulli disordinati, fa sempre cattiva impressione e presuppone disordine nella scuola e poco amore nell'insegnante per la medesima. Se la meta è ad una distanza lunga, si faranno delle fermate di pochi minuti per riposare alquanto, o per asciolvere, o per eseguire qualche giuoco. Camminando si faranno cantare inni patriottici e ginnastici. Il canto, che educa il cuore, fa dimenticare la stanchezza, rianima i restii e fa sollecitare inaspettatamente il fine della gita. Abbia la scolaresca una divisa o un copricapo uniforme. Modesta o pomposa che sia, la divisa è sempre l'esponente morale d'una scuola, è l'indizio di vitalità organica e di forza associata. "Una scuola che veste una uniforme o si rifregia di un distintivo non offre solamente un segno caratteristico indicante l'Istituto al quale appartiene, ma ne ricorda talvolta anche la storia e offre un godimento estetico di serietà dignitosa, che fa apparire gli alunni nello sfondo di un quadro bellissimo, come una creazione di poesia e di fierezza palpitante". (PRAMPOLINI). La corsa e gli altri esercizi di più intensa fatica non siano nè i primi nè gli ultimi di ciascuna lezione. Nella corsa, e in genere in tutti gli esercizi che accelerano la respirazione si permetta ai fanciulli di tenere in bocca una pagliuzza, una foglia o un pezzettino di carta per promuovere la salivazione ed avere così umettata la bocca. Si raccomandi di tener la bocca chiusa e di abituarsi a respirare con le narici. Soccorsi d'urgenza. Con tutte le possibili precauzioni del maestro o della maestra, potrà succedere sempre o sui campi di giuoco o nelle sale di ginnastica qualche infortunio. Ora ogni scuola dev'essere provvista di una cassetta farmaceutica, che deve contenere almeno le seguenti cose: 1. Liquore Hoffmann (spirito d' Etere) negli svenimenti, nei dolori e nelle debolezze di stomaco, quanto ne può contenere un quadrello di zucchero. 2. Tintura di oppio nelle diarree e nei dolori di ventre da 5 a 10 goccie. 3. Zucchero per prendere la tintura di oppio e gocce Hoffmann. 4. Ovatta e mostatica per arrestare le emorragie delle ferite e del naso. 5. Garza all' iodoformio per medicare le ferite. 6. Acqua di piombo. 7. Soluzione di burrow tanto questa, che l'acqua di piombo, prima di adoperarle, bisogna diluirle con 10 volte tanto di acqua per bagni e impacchi nelle ammaccature e nelle ferite. 8. Acqua fenicata al 3% per disinfettare le ferite prima di applicare il taffettà o la fasciatura. 9. Collodio per coprire le piccole scalfitture. 10. Battista Billroth che si mette sopra l'impacco di acqua di piombo o di soluzione Burrow. 11. Bende, Tela, Ovatta, Garza, Idrofila, per fasciare le parti ferite. 12. Carte senapate che si applicano nei dolori acuti superficiali. 13. Aghi di sicurezza per fermare le fasciature. 14. Taffettà, Cerotto americano per coprire le piccole ferite, precedentemente disinfettate con l'acqua fenicata. 15. Pinzetta per estrarre corpi estranei conficcati per disgrazia in qualche parte del corpo. 16. Pennello, Forbici e una scodella. PROGRAMMA PARTICOLAREGGIATO Degli esercizi e giuochi ginnici Scuole maschili e femminili. CLASSE I. Esercizi ordinativi. Riunire gli alunni su di una o due righe innanzi all'aula scolastica e disporla nell'ordine con cui devono entrare nei banchi. Modo di stare seduti per scrivere, leggere ed ascoltare le lezioni. Proibire l'uso delle braccia conserte sul petto. Uscita dall'aula per due in ordine inverso dell'entrata. Al segno d'allarme far uscire la classe in ordine e rapidamente. Posizione di attenti - riposo - saluto. Rompere le righe e ritornare in ordine - riga e fila. Numerazione per due e per tre. Prendere la distanza o intervallo con passi contati. Mettere per due e tornare per uno.Fianco sinistr - fianco destr - fronte a sinistra, fronte a destr. Esercizi elementari. Capo - Volta a sinistra, a destra, flessione avanti, indietro, a sinistra, a destra. Rotazione a sinistra, a destra. Busto. Flessione a sinistra, a destra, rotazione a sinistra, e a destra. Braccia. Posizioni avanti, alto, infuori, indietro, flesse. Flessione e rotazione della mano. Flessione ed estensione delle dita. Spinta delle braccia avanti, alto, fuori. Slancio da dietro in alto per avanti e da basso in alto per fuori. Gambe. -Posizione posata del piede sinistro o destro avanti in fuori e indietro - Rotazione dei piedi indentro e infuori - Equilibrio sugli antipiedi e sui calcagni. Marcia. Marcia semplice con battuta e senza. Corsa preliminari modo di tenere le braccia. Passeggiate. Da 1 a 3 Km. (fra andata e ritorno). Giuochi. - Volano - piè zoppo - Quattro cantoni - Mosca cieca - Chi tardi arriva male alloggia - Cacciatore e lepre - Fuoco alle vesti (per le fanciulle)- Saltelli alla funicella lunga. CLASSE II. Esercizi ordinativi. - Aggiungere a quelli per la prima classe i seguenti: Ordinamento per quattro. Cambamenti di fronte fianco destr (o sinistr per 4) - fronte a destr (o sinistr per 2) dietro - front. Numerazione per due - tre - quattro prova dei numeri - distanze su due righe - facili scaglioni, in linea ed in fila. Esercizi elementari. Tutti gli esercizi prescritti per la 1a classe, più i seguenti: Busto. Rotazione a sinistra e a destra in 4 e 2 tempi. Flessione a sinistra e a destra, avanti e indietro in 4 e 2 tempi. Braccia. Posizione delle braccia avanti indietro, in alto, indentro. Flessione delle antibraccia (da infuori) con palme in su, in giù, avanti, indietro. Gambe. Piede sinistro (o destro) sollevato avanti, indietro, infuori-piede posato indietro. Rotazione del piede indietro - infuori - Piegamento sugli antipiedi con ginocchia unite. Marcia. Segnare il passo 1 per 2; I per 3 ecc. marcia in fila ed in riga. Corsa semplice su di una fila e su due. Saltellare e saltare. - Saltelli pari uniti, infuori, con piede sinistro (o destro) sollevato avanti, indietro, infuori. Salto in avanti a piè pari in quattro tempi. (È bene far ripetere spesso questo esercizio per trarne il maggior profitto). Passeggiate. Da 3 a 5 Km. (fra andata e ritorno). Giuochi. I giuochi della 1a classe più i seguenti: Caccia al secondo - Caccia al terzo - Tocca ferro - Cambiar di posto - Saltellare col cerchio - Marcia e corsa inseguendosi - Getto della palla di ferro di Kg. 3. CLASSE III. Esercizi Ordinativi. Attenti - riposo - numerazione - sciogliere e riunire la scolaresca - Prendere la distanza di un passo - Ordinativi per due e per quattro - Voltarsi di fianco - di fronte e indietro - Schieramenti - per circolo su di una sola riga o per due. Esercizi elementari. Capo - Volta - piegamento e circonduzione. Busto. Volta e piegamento. Esercizi alla spalliera. Braccia. Posizione di 2a e 3a - movimenti delle mani posizione delle braccia - slanci - spinte e circonduzioni - braccia incrociate - slancio da infuori in alto indentro - slancio da infuori avanti indentro - esecuzione lenta ed accelerata. Arti inferiori. - Equilibrio sugli antipiedi e sui talloni. Posizione di 4a 5a e 6a - flessione della gamba destra o sinistra avanti indietro - piegamento sugli antipiedi - passi ritmici e passi saltellati. Sospensione semplice alla scala - salita alle pertiche, ad una sola e a due - discesa arrivo a terra. Saltelli e salto. Saltelli pari uniti, infuori, con piede sinistro (o destro) sollevato. Salto a piè pari - salto sul piede destro o sinistro da fermi e con rincorsa - salto in basso, in lungo ed in alto con rincorsa. Marcia. Preliminari - segnare il passo - marcia cadenzata per fila - Segnare il passo di corsa con battuta uno per tre; uno per cinque; uno per nove ecc.; contromarcie semplici. Appoggio. Esercizi di appoggio con le mani sull'asse di equilibrio appoggio sulle braccia tese. Esercizi di respirazione con movimenti lenti delle braccia e del tronco. Passeggiate. Da 2 a 5 Km. (andata e ritorno, durata massima di tre ore). Giuochi. Oltre quelli della II Caccia al terzo - Cambiar di posto - La sfida - Le grazie - Tiro alla fune - Getto della palla di Kg. 3 e 4 - Funicella corta girante. CLASSE IV. Esercizi ordinativi. Attenti riposo - allineamento - destr'riga - fissi - numerazione per due, per tre e per quattro movimenti militari da piè fermo fianco destro o sinistro - modo di porsi per quattro - marcia di fianco per due e per quattro marcia di fronte per due scaglioni a prima e seconda distanza avanti e dietro la linea. Esercizi elementari. Capo - Volta, piegamento e circonduzione. Busto. Volta piegamento e circonduzione. Arti superiori. - Spinte - slanci e circonduzioni delle braccia. Arti inferiori. - Movimenti del piede - equilibrio sui talloni e gli antipiedi - posizione di 5a e 6a - slancio della gamba sinistra o destra avanti, indietro, infuori - flessione avanti ed indietro delle gambe - piegamenti sugli antipiedi - piegamenti lenti sulle gambe - Passi ritmici. Sospensione. (Scala orizzontale) sospensione agli staggi e ai piuoli - salita e discesa ad una pertica e a pertiche binate con ginocchia indentro. (Le ragazze fanno gli esercizi a due pertiche con i piedi incrociati alla pertica di sinistra o di destra.) Salita e discesa alla fune liscia. Asse d'equilibrio. - Equilibrio sugli antipiedi, sui talloni - salita e discesa di fianco e fronte sull'asse di equilibrio - marcia avanzando e retrocedendo. Appoggi Baumann. Esercizi di appoggio sull'asse. Posizione in mezzo, in avanti, indietro, appoggi in mano e a terra, esercizi delle braccia con gli appoggi. Preliminari di esercizi col bastone Iagër e con la bacchetta. Saltelli - salto. - Saltelli - piede sollevato sinistro o destro. Salto al cordino con pedana, a piè giunti, sul piede sinistro e sul destro, salto in lungo, in alto con rincorsa non maggiore di dieci passi. Esercizi di respirazione con movimenti di inspirazione e di espirazione con esercizi lenti delle braccia e del busto. Passeggiate mensili. - Da 4 a 6 Km. (fra andata e ritorno e non oltrapassare le tre ore). Giuochi. I giuochi della 3a classe più i seguenti: Tutti fissi. Il capitano. Il lupo e gli agnelli. Il velo d'oro. Tocca e fuggi. La sfida. Le barriere. Getto della palla di 4 e 5 Kg. Corso popolare. CLASSE V. e VI. maschile. Esercizi ordinativi. Gli esercizi delle classi precedenti. Scaglioni a seconda distanza avanti, dietro in linea. Esercizi elementari. Arti superiori. Posizione delle braccia tese nelle varie direzioni. Spinte, slanci e circonduzioni, flessione delle antibraccia con palma in su, in giù, in avanti, indietro. Arti inferiori. Equilibrio sugli antipiedi e sui talloni, gamba posata e sollevata avanti, infuori, indietro, gamba posata e sollevata avanti, infuori, indietro, gamba posata e piegata nelle diverse direzioni, gamba piegata indietro e avanti. Saltelli a piedi giunti ed alternati. Piegamento sugli antipiedi, movimenti di abduzione e circonduzione del piede. Capo e Busto. Volta, flessione e circonduzione. Esercizi di flessione del busto a corpo libero ed eseguiti alla spalliera ed al piano orizzontale. Marcia e corsa. Marcie ginnastiche con contromarcie - cambiamenti di direzione - marcie militari. Corsa cadenzata, di velocità e di resistenza. Equilibrio. Asse Baumann salire e discendere - marcia in avanti e indietro; marcia di fianco. Appoggi. Corpo teso indietro, braccia piegate, raccolta. Sospensione. Esercizi alla spalliera del Ling. Salita e discesa alle pertiche e alle funi. Salita a due pertiche con ginocchia infuori. Salita e discesa a due funi. Traversate. Esercizi con piccoli attrezzi. Uso del bastone lager come fucile per i movimenti del maneggio d'armi. Esercizi semplici col bastone, con la clave. Tiro a segno ridotto. Esercizi di nuoto. Primi soccorsi. Salvataggio (norme). Salto. I salti prescritti per la 4 classe; più i seguenti: salto di fianco con rincorsa sul piede destro o sinistro salto misto (alto lungo) con rincorsa - Varie applicazioni dei salti in campagna. Esercizi di respirazione con marcia lenta e con movimenti elementari. Passeggiate mensili da 4 a 8 Km. (fra andata e ritorno con la durata di non più di tre ore). Giuochi. I giuochi della classe precedente più i seguenti: Tamburrello. Birilli, caccia coi livieri. Fuga attraversata. Lotta seduti. I trampoli. La bandiera. Il calcio. Getto della palla di ferro di Kg. 5. CLASSE V. e VI. femminile. Esercizi ordinativi. - Attenti - riposo allineamenti per linee e per fila - numerazione per due, per tre e per quattro - distanze a scaglioni - legarsi in catena avanti e indietro - voltarsi a destra e a sinistra ed eseguire il dietro front. Esercizi elementari. Capo e busto. Volta, piegamento e circondizione, esercizi di flessione del busto a corpo libero. Arti superiori. Posizione delle braccia tese nelle varie direzioni, spinte, slanci e circonduzioni delle braccia, flessione delle antibraccia con palma in su, in giù in avanti e indietro. Arti inferiori. Equilibrio sugli antipiedi e sui talloni e su di un solo. Gamba posata e sollevata avanti, infuori, indietro, gamba posata e piegata nelle diverse direzioni. Passi ritmici. Gamba piegata avanti e indietro, saltelli alternati e giunti, movimenti di abduzione e circonduzione del piede. Marcia e corsa. Marcie ginnastiche con contromarcie, cambiamenti di direzioni. Corsa cadenzata, di resistenza e di velocità. Equilibrio. Asse Baumann, marcie in avanti con movimenti degli arti superiori, marcia di fianco e indietro, marcia a due. Appoggi. Esercizi all'asse d' equilibrio combinati con movimenti del busto e degli arti inferiori. Sospensioni. - Arrampicata e discesa alla fune e alle pertiche - esercizi alla spalliera Ling. Esercizi con piccoli attrezzi - Uso della bacchetta e bastoni Iagër clave- cerchio. Salto a piè pari - in basso ed in alto - salto sul piede sinistro e destro con rincorsa. Esercizi di respirazione con marcia lenta e con movimenti elementari. Passeggiate mensili da 4 ad 8 Km. (fra andata e ritorno; durata non più di tre ore). Giuochi. Oltre quelli, delle classi precedenti: Le grazie. Corsa col canestro. Lotta a piè zoppo. Corsa sui trampoli. Tiro alla fune. Palla battuta a mano. Palla col tamburrello. Pallone a bersaglio. FRANCIOSA ENRICO

Pedio Edoardo La Legge Daneo, Edoardo - Credaro, Luigi nella sua applicazione. Estratto dalla Rivista Popolare anno XXI N. 7 Potenza, Stabilimento Tipografico Fulgur 1915

Chi non ha seguita la legge 4 Giugno 1911, riguardante provvedimenti per l'istruzione elementare e popolare, nelle diverse fasi della sua gestazione e nella sua prima applicazione, non sa spiegarsi l'accanimento con cui oggi è combattuta. Non parlo delle critiche aspre mosse contro di essa dai clericali: essi, come l'hanno combattuta prima, così la combattono ora, con una propaganda di discredito a favore delle autonomie scolastiche comunali. La loro lotta è di natura prevalentemente partigiana ed esula perciò da ogni indagine obbiettiva. Ma le aspre censure non vengono solo dai clericali; vengono da uomini diversi e spesso da partiti opposti. Parecchi mesi fa, circa una trentina di amministrazioni comunali socialiste della provincia di Rovigo votarono un ordine del giorno di protesta contro l'applicazione della legge; il 16 Gennaio, nel Cons. Provinciale di Milano, si è svolta una serie d'interpellanze sull'ultima legge, in cui si trovarono d'accordo pienamente clericali e socialisti. La discussione fu ampia e movimentata ed infine fu presentato dal Cons. Mauri, di parte clericale, un ordine del giorno, in cui, dopo di aver notati parecchi inconvenienti della legge, si facevano voti che la riforma, già reclamata sin dai primi esperimenti, rendesse possibile anche con congrui mezzi finanziari un positivo progresso della scuola primaria, e le domande di amministrazione diretta da parte dei comuni, fossero giudicate con sollecito esame e con proposito d'incoraggiamento. Ora, se da parti così opposte e in consessi così importanti, muovono le censure, una domanda sorge spontanea: qual'è la causa di questo malcontento? Prima di dare una risposta a questa domanda, occorre esaminare il problema scolastico quale era prima della legge 4 Giugno 1911, quale si presenta oggi. Questo esporrò brevemente, servendomi, specialmente per la fase anteriore, di cifre ufficiali ricavate dalla relazione sulla Istruzione primaria e popolare in Italia, pubblicata dal comm. Camillo Corradini, Direttore Generale della scuola primaria. La legge Casati, nello stabilire coll'art. 317 la gratuità della scuola elementare, imponeva ai comuni l'obbligo di provvedervi in proporzione delle loro facoltà e secondo i bisogni dei loro abitanti; e chiarendo meglio il suo concetto, coll'art. 320 concedeva ai comuni, che non erano in istato di adempiere agli obblighi imposti da questa legge, la facoltà di formare accordi con i comuni limitrofi a fine di partecipare in intero, o solo in parte, alle scuole stabilite nei medesimi, ovvero di valersi degli stessi insegnanti per le loro diverse scuole. L'intenzione del legislatore, come si vede, era quella di rendere la scuola elementare funzione esclusivamente comunale, in cui lo stato intervenisse come organo di tutela didattica e disciplinare. Ma erano i comuni nella possibilità finanziaria di dar vita a quanto il legislatore ordinava? E se le condizioni finanziarie non erano depresse, gli amministratori erano in condizione di comprendere tutta l'importanza della scuola elementare, specialmente nell'Italia meridionale, in cui alla fine del sec. XVIII non funzionavano che 3 scuole elementari a Napoli e 25 in tutte le altre provincie del Regno? [presente una nota. Carlo Tivaroni, L'Italia durante il dominio Francese, Torino, 1889, Tomo II, pag. 267.] L'affidare in queste condizioni la Scuola elementare esclusivamente alle cure dei comuni fu un errore gravissimo, a cui lo stesso legislatore pose riparo in qualche modo prima coi RR. DD. 20 Ottobre e 21 Novembre 1867, dopo col regolamento del 3 Novembre 1877. Così, mentre con la legge, la presidenza del C. P. S. e la direzione della Amm.ne Prov.le Scol. erano affidate al provveditore, coi decreti e col regolamento tanto l'una che l'altra passarono nelle mani del prefetto. Il provvedimento fu anticostituzionale, ma indispensabile, perchè in nessuna maniera il provveditore poteva compellere i comuni inadempienti agli obblighi scolastici. Questo spostamento di poteri, specialmente nell' Italiameridionale, dove l'azione dei prefetti è stata quasi sempre pervertitrice, se non contribuì certo all'elevamento morale della scuola che era minata dalla nessuna fiducia e, spesso, dall'animosità degli amministratori e dalla povertà dei bilanci comunali, diede alla scuola stessa la possibilità di funzionare. Ma se per questi ripieghi la scuola funzionò, non ebbe mai nei suoi inizi vita prospera e feconda; anzi il problema divenne sempre più aspro innanzi alle necessità impellenti dei bilanci comunali oberati di debiti. Lo stato cercò ripararvi con sussidi e contributi i quali, anzichè risolvere la quistione, la ingarbugliarono maggiormente, creando ingiuste sperequazioni. Non pochi comuni come osservò il Corradini nella sua relazione i quali, in senso assoluto, spendevano di più per l'istruzione elementare, in senso relativo, sostenevano sacrifizii minori. E, giacchè i contributi dello stato non dovevano essere accordati che traverso i comuni, e dovevano corrispondere proporzionalmente ai servizii esistenti o da crearsi, ne veniva di conseguenza che erano distribuiti in ragione inversa della potenzialità economica delle diverse regioni e dei bisogni scolastici di esse. Così la legge 19 luglio 1878, che autorizzava il governo ad accordare mutui di favore per la costruzione di edificii scolastici, ebbe un'efficacia minima, non solo per la scarsezza delle somme stanziate, per il tasso elevato e per la passività con cui il governo ne eseguiva l'applicazione, ma sovratutto per la indolenza dei comuni e per la povertà dei relativi bilanci. Ne usufruirono infatti, e non sempre con utilità vera della scuola, solo le grandi città, con una sproporzione stridente fra le province dell'Italia settentrionale e quelle del Mezzogiorno. Nella provincia di Alessandria, ottennero il mutuo 59 comuni per un ammontare complessivo di L. 2.454.600; in quella di Bari un comune per l'ammontare di L. 45.000; in quella di Como 48 comuni per l'ammontare di Lire. 1.090.700; a Lecce 3 comuni per l'ammontare di L. 42.500; a Potenza 2 comuni per l'ammontare di L. 285.000; a Salerno 2 comuni per l'ammontare di L. 181.000; a Sassari un comune per l'ammontare di L. 12.000. Venne poi la legge 8 luglio 1888, con cui furono estesi i beneficii della legge precedente agli asili di infanzia, fu diminuito il tasso, e furono meglio disciplinate le concessioni. Da questa legge qualche comune più piccolo ebbe dei beneficii; ma le cose rimasero nello stato di prima. Nella provincia di Alessandria 15 comuni ottennero mutui per l'ammontare di L. 603.448; a Bari 5 comuni per l'ammontare di L. 470.200; a Como 54 comuni per l'ammontare di Lire 1.109.232,98; a Lecce 3 comuni per l'ammontare di L 489.800; a Potenza 4 comuni per l'ammontare di L. 201.700; a Salerno 4 comuni per l'ammontare di L. 85.400; a Sassari 2 comuni per l'ammontare di L. 145.000. Alla legge del 1888 seguì quella del 15 luglio 1900 per prorogare gli effetti della precedente fino al dicembre 1909, data che fu poi prorogata successivamente sino al 1911. Sebbene con questa legge e col regolamento 25 novembre 1900 fossero rese più rapide e più disciplinate le operazioni per il prestito, i beneficii furono assai scarsi. Così dal 1889 al 1898 furono concessi 445 mutui a 402 comuni per l'ammontare di lire 18.863.433,79; sino a tutto il 1908 ne furono concessi 569 a 390 comuni per una somma di L. 22.518.063,60. Tutto questo senza dimenticare che, sovente, erano gli stessi comuni ad usufruire dei beneficii delle diverse leggi, e che non poche città dell' Italia Settentrionale, nella costruzione dei propri edificii scolastici non si servivano dei mutui governativi, ma di somme ottenute in prestito, e forse in condizioni più vantaggiose, da locali istituti di credito. Che cosa erano queste somme in rapporto ai bisogni impellenti della casa della scuola, che nel Mezzogiorno d' Italia era, ed è ancora, in condizioni deplorevoli? S'aggiunga a tutto questo la popolazione scolastica sempre crescente, la scarsezza di garenzie giuridiche e le stremate condizioni economiche degli insegnanti, e si avrà della scuola elementare in Italia un quadro dei più desolanti. L'Unione Magistrale, sorta tra difficoltà enormi e tra la diffidenza dei comuni e del governo, per la prima agitò nel paese il problema della scuola, e alla sua agitazione si deve primamente la legge 21 ottobre 1903, che istituì le direzioni didattiche e disciplinò lo stato giuridico dei maestri, poi la legge 8 luglio 1904, con cui si aumentarono i contributi dello stato, si estese l'obbligo scolastico sino al dodicesimo anno di età in quei paesi dove le classi superiori erano obbligatorie, e furono istituite le seste classi nei comuni indicati nell'art. 321 della legge Casati. Alle stesse agitazioni si deve la legge del 15 luglio 1906, che venne in aiuto ai comuni più poveri del Mezzogiorno, accordando contributi, agevolando prestiti, istituendo a spese dello stato nelle frazioni e nelle borgate, con un numero non inferiore a 40 alunni, una scuola elementare inferiore di terza classe rurale. Queste due leggi portarono dei miglioramenti, che, per altro, finirono col mettere maggiormente in luce gli ulteriori bisogni della scuola. Da quanto sono andato notando, risulta chiaro come da tempo era stato compreso che alla scuola elementare occorrevano radicali trasformazioni; e occorreva sopratutto che lo Stato ne assumesse l'amministrazione e l'onere finanziario. L'avocazione della scuola elementare allo Stato, agitata in paese dall'Unione Magistrale, s'imponeva oramai; e l'opinione pubblica e gli uomini di governo ne sentivano tutta l' importanza e la gravità. Non mancavano certo contrasti, specialmente nella parte più retriva dei partiti politici; ed anche qualche uomo d'idee illuminate temeva che una tale trasformazione potesse essere un vero salto nel buio. Dopo queste agitazioni, dopo questi contrasti e queste incertezze venne fuori il disegno di legge presentato alla Camera dall'on. Daneo. In esso lo stato diventava, come il comune, un contribuente; l'ente nuovo era costituito da una specie di consorzio provinciale autonomo su cui lo stato non avrebbe avuta altra potestà che quella esercitata prima sui comuni. Si veniva così a creare un nuovo ente con una personalità giuridica a sè, diversa dal comune e dallo stato, e che avrebbe avuto per conto proprio la gestione della scuola. Se la legge fosse rimasta quale era nel progetto dell'on. Daneo, il problema della scuola se ne sarebbe poco avvantaggiato. L'allargamento di periferia non avrebbe cambiate le persone degli amministratori; e l'incapacità e l'indolenza delle autorità municipali si sarebbero perpetuate nel nuovo ente autonomo provinciale, nell' istessa maniera che nei consessi provinciali si sono trasportati i pettegolezzi e le animosità delle lotte comunali. Senza poi dire come la mancanza di unità di criterii e di metodo avrebbe potuto inceppare o deviare la risoluzione del problema scolastico in quelle regioni dove più occorre preparazione, energia, operosità di amministratori. E giacchè i contributi dello stato dovevano essere accordati solo ad unità scolastiche costituite, sarebbero andati, come per il passato, a favorire i più attivi, che spesso, non sono i più bisognosi. Gli emendamenti alla legge Daneo presentati dall'On. Credaro ed approvati dal Parlamento, abolirono la costituzione dell'ente autonomo provinciale; e, sebbene determinassero spostamenti di funzioni dal centro alla pereferia, con speciali sfere di competenza affidate ad organi amministrativi provinciali, resero l'azione del C. P. S. più consona ai bisogni veri della scuola. Ancora un altro passo e l'avocazione sarà completa. Per la legge Daneo - Credaro i comuni, a norma degli art. 17 e 18 debbono versare alla Tesoreria dello stato una somma uguale all'ammontare di tutte le spese obbligatorie e facoltative corrispondente al maggiore stanziamento complessivo iscritto per le spese suddette nel bilancio comunale degli anni 1910 e 1911, incluse le quote dovute al Monte Pensioni. Inoltre debbono fornire i locali idonei e sufficienti secondo tutte le norme igieniche e didattiche prescritte. Per la costruzione, per l'adattamento, per il restauro e per l'arredamento degli edificii scolastici, i comuni otterranno mutui dalla Cassa DD. e PP. da estinguersi in un periodo che va dai trenta ai cinquant'anni e senza interesse alcuno. Lo Stato, da parte sua, ai contributi stabiliti con le leggi precedenti, aggiunge tutte le nuove spese che occorreranno per l'avvenire (art. 20, 22, 23). Istituisce a sole sue spese scuole elementari reggimentali, obbligatorie per i soldati non prosciolti e per quelli i quali sia accertato non conservino l'istruzione ricevuta nelle scuole elementari; riordina le scuole serali e festive, già disciplinate dalla legge 8 luglio 1904 e dal regolamento 6 febbraio 1908; col patronato scolastico disciplina le istituzioni sussidiarie della scuola e riordina infine tutto quanto era stabilito da leggi precedenti circa [[[manca testo, da pag 10 a 15]]] Qui si ripresenta la questione tanto dibattuta sull'insegnamento delle donne nelle classi miste e maschili. Io ritengo - è questa una mia convinzione personale - la donna più adatta dell'uomo nell'insegnamento inferiore, non solo perchè il fanciullo si abbandona alle sue cure con più fiducia, ma perchè ogni donna conserva sempre in fondo all'anima un residuo di tenerezza e di bontà tanto efficace per l'educazione dei bambini. Ma, d'altra parte, quale riparo può opporsi alla disoccupazione dei maestri, che aumenta di giorno in giorno, mentre il numero delle maestre non raggiunge quello dei posti per esse disponibili? Le scuole rurali, diventate dopo il riordinamento tutte miste, in buona parte o debbono affidarsi a donne senza titoli o debbono rimanere chiuse; eccetto il caso che vi si mandino - come hanno deliberato parecchie deputazioni scolastiche - maestri patentati con nomina provvisoria. Sono in corso, e alla pubblicazione di queste mie note saranno forse state approvate, modificazioni al regolamento sui concorsi, le quali stabiliranno di concedere i posti maschili solo ai maschi. Ma risolverà ciò la crisi? E - quel che più importa - eliminerà specialmente nelle scuole rurali e nelle frazioni dell' Italia meridionale gl'inconvenienti lamentati? Io non mi sento di proporre che le classi miste inferiori siano affidate per legge ai maestri; ma non sarei alieno dal proporre che in via subordinata, su conforme parere del provveditore, nelle scuole miste sieno nominati anche i maestri. Questo, specialmente, perchè nei comuni ove insegnano soltanto donne non è possibile aprire e far funzionare regolarmente scuole serali e festive per adulti analfabeti, le quali com'è stato da persona competente osservato richiedono una somma d'energie e d'attitudini che, d'ordinario, la donna non possiede. Queste sono com'è facile vedere deficienze a cui la buona volontà del legislatore può riparare; ma si potrà riparare, nelle condizioni attuali del bilancio dello stato, a ciò che forma la manchevolezza vera ed organica di questa legge, cioè ai bisogni effettivi della scuola in rapporto alla potenzialità economica dei relativi bilanci? I Consigli provinciali scolastici non possono in maniera alcuna aumentare le spese stabilite nei loro bilanci di previsione, che sono costituiti dai contributi comunali, da quelli dello Stato, già fissati, e dalla quota che il ministero assegna per ogni anno a ciascuna provincia, somma che effettivamente non risponde alle disposizione dell'articolo 20 comma 4° della legge. Così, se all'apertura dell'anno scolastico sorgono nuovi bisogni, il C. P. S. è impotente a provvedervi. Ed è questa impotenza appunto che determina proteste e lamenti dei comuni per mancanza di sdoppiamenti obbligatori o per aumentata popolazione scolastica o per deficienza di locali. Che colpa hanno i Consigli provinciali scolastici, se non possono provvedere ai bisogni effettivi della scuola, quando i mezzi chiesti al ministero sono inesorabilmente decimati? Riporto per prova le cifre di due provincie, la prima tra le più floride, la seconda, tra le più povere d' Italia. L'Amministrazione Provinciale Scolastica di Milano , aveva presentato al Ministero per l'anno scolastico 1914-1915 un fabbisogno di L. 451,000, e se lo vide ridotto a L. 82,000; e quella di Basilicata, che aveva chiesto L. 92,630, se le vide ridotte a 45,000; dalle quali somme bisogna sottrarre parecchi dodicesimi, perchè, mentre nel bilancio la somma concessa deve essere divisa in dodici parti, dal luglio 1914 al giugno 1915, lo Stato non versa che i soli dodicesimi dei mesi, in cui la scuola realmente funziona, i quali si riducono appena a cinque o sei. La sproporzione tra i bisogni della scuola e la potenzialità finanziaria dei bilanci provinciali scolastici non presenta solo queste deficienze: il suo contrasto più vivo ed insanabile è nella somma stabilita per gli edificii scolastici. Senza dire che sovente è proprio la mancanza di locali che obbliga agli sdoppiamenti e che nel Mezzogiorno d'Italia, sino a che con nuove disposizioni legislative non si saranno effettivamente alleviate le condizioni misere dei bilanci, molti comuni saranno nell'impossibilità di garantire i mutui; la somma di 240 milioni, stabilita dall'art. 24 della legge, non è per sè stessa sufficiente a provvedere la scuola, specialmente nei comuni più poveri, di una casa decorosa. Nè le modificazioni apportate con la Legge 20 Marzo 1913 ha potuto risolvere in alcun modo la quistione; e il decreto che ha prolungato a tutto il 31 dicembre 1914 i mutui per i comuni che per tale epoca presentarono i loro progetti ed ottennero l'approvazione dei Consigli scolastici e delle rispettive delegazioni governative, se ha favorito i comuni più solleciti, più solerti e attivi, ha riacutizzato più vivamente la crisi dei comuni poveri, che vedranno rimandati i loro progetti a quando lo permetteranno i nuovi stanziamenti. In Basilicata (NOTA 1 Riporto i dati statistici della sola Basilicata, non solo perchè è una delle regioni dove più occorre l'opera riparatrice dello Stato; ma perchè, date le mie condizioni speciali, solo di questa regione ho potuto avere notizie precise.) già la somma quadriennale stabilita dalla legge 20 Marzo 1913 è stata esaurita; e per tutto il 31 Dicembre solo cinque mutui per progetti di edifici sono stati approvati dalla delegazione governativa. Nessuno di questi mutui riguarda frazioni rurali e quasi tutti riguardano i centri più popolati e meno poveri della regione: Matera, Melfi, Lagonegro, Lavello, Stigliano, Genzano, Potenza, Pisticci e qualche altro. Perciò, ammesso che nella divisione annuale o quadriennale di tutta la somma stabilita per la casa della scuola, la Basilicata abbia una quota annua di 300,000 lire e non potrebbe averla maggiore alla fine di dodici anni otterrà una somma di L. 3,600,000. Ora il Cons. Prov. Scolastico di Potenza, nella seduta del 4 giugno 1913 su relazione dell'ing. Bonitatibus, nello stabilire il fabbisogno generale dell'edilizia scolastica della regione, affermò occorrere una somma non inferiore a lire 14,500,000, da prelevarsi parte dai fondi stanziati per la legge 15 Luglio 1906, parte per quella 4 Giugno 1911. Un'altra questione che merita tutta la cura del legislatore è quella delle pensioni, ed è tale da non ammettere più indugi. La scuola deve essere rinvigorita con forze giovani, e per ottenere ciò occorre dare ai vecchi maestri la possibilità, abbandonando la scuola, di vivere con decoro. Questi gli appunti più gravi mossi alla legge. Altri di minore importanza, e non sempre completamente esatti, meritano anche di essere ricordati, tra cui la riforma dell'Ispettorato. Da alcuni si muovono accuse all'istituzione dei Vice-Ispettori scolastici, i quali, avendo le attribuzioni degli antichi direttori didattici e degli ispettori, riescono non proficui alla scuola per l'ibridismo stesso della loro funzione. Le accuse sono esagerate; e spesso mosse da interesse personale. Certo, semplificando e restringendo la loro funzione burocratica anche perchè alcune pratiche possono esser fatte direttamente e solo dagli ispettori la loro azione didattica sarà più proficua ed efficace. In queste discussioni per le riforme della legge ha dato, come per il passato, il maggior contributo l'Unione Magistrale. Tralasciando per il momento l'integrazione finanziaria della legge, ha discusse ed approvate una serie di modificazioni, tra cui l'abolizione delle Delegazioni governative e la proposta di legge già presentata alla Camera dal suo presidente, on. Soglia, Giuseppe, per l'inclusione dei maestri nelle scuole rurali miste. E' stato anche presentato un progetto di legge dell'on. Micheli, Giuseppe, presidente della Tommaseo, di cui questi giorni si è occupata la stampa e l'Unione magistrale. Discutere questo progetto nei suoi scopi confessionali che tendono ad intaccare la laicità della scuola nella sua essenza più vitale, diventa inutile, dopo che, tanto la Tommaseo che il suo presidente, questa discussione non han voluto neppure tentare. Questo progetto dev'essere respinto perchè è contro gl'interessi dei maestri e della Scuola. Con la sua applicazione non solamente sarebbero chiamati a coprire i posti vacanti di ruolo analogo tutti gl'insegnanti provvisori che hanno prestato servizio per un trimestre anche interrotto dopo il 15 dicembre 1910 e prima del 30 giugno 1914, ma avrebbero la stabilità tutti gli insegnanti in servizio, comunque nominati, anche sprovvisti di titolo. L'enormità di questa proposta non è chi non la veda, specialmente quando si consideri che per potere far funzionare le scuole rurali e femminili di grado inferiore sovente si è obbligati a ricorrere a persone sprovviste anche della licenza elementare. Questa la legge nei suoi pregi e nelle sue principali deficienze. Con essa la scuola elementare - e ciò non è poco - diventa funzione nazionale; e la sua vita si riallaccia direttamente agli organi dello Stato. Quanti hanno seguito con fede e trepidazione le sorti della nostra scuola elementare, sentono che si è oramai sulla via della completa risoluzione dell'arduo problema. La cultura popolare non è più privilegio di pochi; essa è entrata per provvido intervento dello Stato in un periodo di fervida crescenza che non può temere più nè abbandoni nè deviamenti. La differenza statistica tra gli analfabeti nel censimento del 1901 e quelli del 1911 è prova significativa e confortante; e dimostra come la tendenza nuova della legislazione scolastica, se non ha debellato completamente l'analfabetismo, potrà sperare di farlo. Riporto solo qualche cifra, ricavata da dati ufficiali tra i minimi e i massimi: PROVINCE - Analfabeti per ogni 100 abitanti, Censim. 1901 / Censim. 1911 Alessandria - 14,25 - 13 Como - 15,05 - 9 Bergamo - 17,52 - 10 Potenza - 75,39 - 65 Catanzaro - 78,28 - 69 Nè il movimento di progresso accenna a fermarsi: le istituzioni sussidiarie le biblioteche e la mutualità, specialmente incominciano ad entrare nella scuola, allargandone gli orizzonti, e affermando che per combattere l'analfabetismo non basta la sola conoscenza meccanica della lettura, ma occorre l'educazione e sopratutto il possesso di ogni mezzo di difesa sociale contro l'ignoranza, il pregiudizio, la miseria. I contadini non hanno più bisogno di essere stimolati, essi spontaneamente frequentano le scuole festive e serali; e i fanciulli disseminati nelle nostre campagne accorrono alla voce del maestro vispi ed allegri. D'altra parte, proprio quest'anno i comuni con, premura veramente degna, insistono presso i consigli provinciali scolastici per sdoppiamenti o per istituzione di nuove scuole. E questa premura, mentre contrasta con la parsimonia e quasi con l'avversione degli anni scorsi, fa sperare che quegli stessi organi della vita nazionale - i comuni - che fino a ieri ostacolarono sovente ogni progresso della scuola, in ispecie nell'Italia meridionale - non solo per innata indifferenza, ma per la povertà dei bilanci comunali - oggi potranno essere i portavoce più diretti e gli eccitatori più efficaci presso i propri rappresentanti politici, perchè lo stato possa e debba non solo riparare alle deficienze della legge, che la pratica ha rilevato, non solo armonizzare tra di loro i diversi organi nazionali, che concorrono alla sua funzione, ma sopratutto affrontare e risolvere nella sua interezza il problema finanziario. PEDIO EDOARDO

Orga Giuseppe

Ricorso al Consiglio Prov. Scolastico per l'abbinamento delle 3° e 4° classi miste con orario normale Potenza , Tipografia Cooperativa La Perseveranza 1916

Onorevoli Sigg. Presidente e Componenti il Consiglio Provinciale Scolastico di Potenza Prima che s'inizi il nuovo anno scolastico, mi permetto di sottoporre alla benevola attenzione delle SS. VV. Ill.me quanto segue, affinchè si prendano per un dato ordine di scuole dei provvedimenti contemplati nelle leggi e rispondenti ad un vero senso di giustizia amministrativa. Intendo parlare della famosa questione riguardante l'abbinamento delle 3o e 4o classi miste sotto un solo insegnante coll'obbligo da parte di questi di osservare l'orario normale invece di quello alternato. Con nota del 22 novembre 1915 il R. Provveditore agli studi comunicò a questo Sindaco che la Deputazione Scolastica Provinciale, accogliendo il desiderio di questa amministrazione comunale, mi assegnava le classi 3a e 4a miste coll'obbligo d'insegnare con orario giornaliero normale, diviso, secondo la tabella annessa al regolamento 6 febbraio 1908 n. 150, mentre nell'assegnazione delle classi fatta dal R. Ispettore di Matera il 9 ottobre 1915 non si fa alcun cenno di orario. Quella disposizione mi parve e mi pare tuttora illegale. E poichè con la sostituzione dell'orario normale a quello alternato si veniva a ledere il mio legittimo diritto all'indennità di L. 300 annue, pregai questo Sindaco a chiedere all'Ufficio Scolastico la vera ragione di tale provvedimento, giacchè quest'amministrazione non aveva mai espresso alcun desiderio al riguardo. Con lettera del 9 dicembre 1915 fu risposto in questi termini: "Non risulta a questo ufficio che il R. Ispettore Scolastico abbia all'apertura delle scuole affidato a questo maestro sig. Orga la 3a e 4a mista con orario alternato, nè egli poteva farlo, perchè coteste scuole non appartengono a quelle rurali riordinate". Ora domando: Se queste scuole non appartengono a quelle rurali riordinate, come può spiegarsi l'ordinamento in miste delle medesime e anche l'esistenza della 4a classe pure mista? Il sig. Sindaco si compiacque di far notare all'On. Ufficio che il tenore della detta nota era in evidente contraddizione con quanto si afferma nel telegramma del 2 marzo 1915 dell'Ispettore Laurino di Tricarico : "Consiglio Scolastico deliberò riordinamento in miste coteste scuole affidando 1a mista maestra scuole femminili, stipendio 1200, 2a mista al maestro 1a maschile, 3a e 4a mista maestro 3a con diritto lire 300 obbligo insegnamento orario alternato 6 ore". A tale osservazione si ebbe la seguente risposta in data del 18 dicembre 1915: "Il Consiglio Scolastico nel febbraio 1915 dispose la provvisoria sistemazione di coteste scuole per il solo anno scolastico 1914-15 ed il provvedimento ebbe carattere temporaneo, cosicchè la assegnazione delle classi e la disposizione da me data con la mia lettera del 22 novembre u. s. n. 14765 non ledono nessun diritto del maestro Orga. Si compiaccia la S. V. di ricordare al suddetto insegnante che le proposte di riordinamento di cui all'art. 39 della legge 4 giugno 1911 n. 487 debbono essere comunicate al Ministero che le esamina e assegna i fondi all'amministrazione scolastica, la quale, per cotesto comune, non può provocare nessuna disposizione ministeriale, appunto perchè, ripeto, non appartengono a quelle rurali uniche". Con queste affermazioni vengono ad essere implicitamente dichiarati illegali i provvedimenti presi dal Consiglio Provinciale Scolastico nelle sedute del 4 novembre 1914 e del 23 febbraio 1915. Questo Sindaco, considerando il carattere temporaneo della sistemazione di queste scuole per il solo anno 1914-15 e temendo la soppressione della quarta chiese dei chiarimenti al riguardo. Si ebbe la seguente risposta in data del 2 gennaio 1916: "Le scuole stabilmente riordinate per legge, dopo l'approvazione ministeriale per l'impegno dei fondi necessari, sono quelle uniche rurali, formate di tre classi (1a, 2a e 3a), e tale riordinamento non si può variare, se non vengono meno le condizioni prescritte, fra cui la mancanza di qualche classe. Alle scuole uniche non appartengono quelle di cotesto comune. Le altre scuole, rurali o urbane che siano, si riordinano, o si sistemano ogni anno secondo le proposte annuali dei RR. Ispettori Scolastici, che debbono farle in conformità delle condizioni locali, da essi accertate o conformemente ai giusti desideri dei comuni, e secondo i principi della sana didattica, assegnando le classi in conformità dell'art. 74 del regolamento 6 aprile 1913 n. 549. La 4a classe, che costà non esisteva, fu istituita l'anno scorso, e confermata quest'anno, su proposta del R. Ispettore Scolastico, fatta contemporaneamente all'assegnazione delle classi e approvata dal Consiglio Scolastico, e finchè le condizioni constatate non muteranno, non vi sarà alcuna ragione per abolire la 4a classe istituita, perchè è interesse di quest'Amministrazione Scolastica di rendere quanto più è possibile completa l'istruzione elementare in ogni comune. Essa però ha deliberato che dove le due classi affidate ad un insegnante possono stare riunite per ragione del numero degli alunni e per la capacità dell'aula scolastica, siano senz'altro abbinate, a norma di legge (quale?) con l'obbligo al maestro dell'orario normale, perchè con l'orario alternato, mentre si giova all'insegnante, pagandogli il compenso prescritto per il maggior lavoro giornaliero, si nuoce agli alunni, riducendo ad essi le ore di scuola". Sicchè il provvedimento in parola, secondo l'On. Ufficio Scolastico, fu preso in primo luogo per desiderio (non mai espresso) di questa Amministrazione Comunale, in secondo luogo perchè queste scuole non appartengono a quelle rurali riordinate (sic!), in un terzo perchè la sistemazione di queste scuole fu provvisoria per il solo anno 1914-1915. Non ci vuole molto acume per rilevare la fallacia e la contraddizione delle ragioni addotte per giustificare il provvedimento preso. Fortemente convinto di essere dal lato della ragione, vengo ora alla cronistoria della sistemazione delle scuole di Trivigno . Fino all'anno 1909 l'assetto di queste scuole fu il seguente: a) Scuola femminile unica (1a, 2a e 3a); b) Due scuole maschili: una 1a e l'altra di 2a e 3a riunite. Con deliberazione di questo consiglio comunale, approvata poi dal Consiglio Provinciale Scolastico, quell'anno queste scuole, a domanda dell'ispettore Marconi, vennero riordinate in miste in modo che ogni maestro ebbe una sola classe. Nel 1914 questo Comune chiese all'Amministrazione Scolastica l'istituzione della 4a e il Consiglio Scolastico nella seduta del 4 novembre 1914, per mettere questo paese nella condizione di ottenere tale beneficio, dichiarò illegale il riordinamento del 1909 e dette a queste scuole la sistemazione precedente. Si tornò così un'altra volta alla scuola unica rurale femminile e alle due maschili. Il Consiglio Prov. Scolastico in conformità dell'articolo 33 della legge 4 giugno 1911 n. 487 ed a sensi dell'art. 117 del regolamento 6 aprile 1913 n. 549, deliberò nella seduta del 23 febbraio 1915 il riordinamento di queste scuole in miste ed istituì la 4a pure mista. Infatti codesto on. Ufficio fece comunicare il provvedimento dall'ispettore di Tricarico col telegramma del 2 marzo 1915, sopra trascritto. Non voglio farla da leguleio, ma nella mia limitata conoscenza delle leggi scolastiche m'è dato di rilevare da quanto sopra si è detto: 1° Che il Consiglio Scolastico deliberò il riordinamento in base alla legge 1911 e che quindi queste scuole ora appartengono a quelle riordinate rurali; 2° Che per procedere al riordinamento medesimo e all'istituzione della 4a l'Amministrazione Scolastica dovette in antecedenza ottenere l'approvazione ministeriale per l'impegno dei fondi necessari; 3° Che l'istituzione della 4a dà diritto al maestro a cui viene affidata insieme con un'altra classe, all'indennità di lire 300 coll'obbligo dell'orario alternato di 6 ore (art. 33 e 39 legge 1911 e art. 120 regolamento 1913). Se così non è, mi pare che il Consiglio Scolastico abbia esorbitato nei suoi poteri, perchè istituì in 14 comuni, compreso Trivigno , nella ripetuta tornata del 23 febbraio 1915, una 4a classe, cui manca qualsiasi base giuridica. E per fare la tal cosa c'era proprio bisogno di dichiarare illegale il riordinamento del 1909? Ammesso il principio che cioè le autorità scolastiche possano affidare ad un maestro due classi con l'obbligo d'insegnare con orario normale secondo la tabella del regolamento del 1908, senza dargli alcuna indennità pel maggior lavoro e per la maggiore responsabilità, restano senz'altro frustate tutte le conquiste che la scuola e gl'insegnanti credevano di aver conseguite con la tanto decantata legge Daneo Credaro . E perchè l'Amministrazione Scolastica trovò tante difficoltà per l'istituzione della 4a classe in vari comuni della nostra provincia, se col sistema escogitato è cosi facile creare nuove classi senza sostenere la spesa di un centesimo dippiù? Con un tal principio agl'insegnanti s'impongono dei doveri voluti dalle leggi, ma non si riconoscono loro i corrispondenti diritti contemplati nelle leggi medesime. È vero che le leggi ed i regolamenti scolastici formano un intricato labirinto, ma l'art. 33 della legge 1911 e gli art. 74, 121 e seguenti del regolamento 1913 sono chiari: essi riguardano semplicemente l'assegnazione delle classi e se gli alunni di ciascuna classe debbano rimanere nell'aula durante tutto o parte dell'orario dell'altra classe e non infirmano punto il disposto (art. 33 e 39) della legge 1911 per ciò che concerne l'orario alternato e la conseguente indennità. L'abbinamento delle due classi è contemplato nella legge e nel regolamento citati, ma esso non porta per conseguenza che l'orario dev'essere normale e quindi l'insegnamento simultaneo; anzi la dizione dell'art. 36 della legge 1911 e dell'art. 122 del regolamento 1913 è di una chiarezza tale da non lasciare alcun dubbio che la permanenza (rimangano) degli alunni di una classe nell'aula durante tutto o parte dell'orario dell' altra classe significa dare a quegli alunni la comodità di studiare e nient'altro. Di orario normale non v'è neppure il minimo accenno. Se così non fosse, dovremmo riconoscere nella legge 1911 questo assurdo che cioè gli art. 33 e 36 - a così breve distanza - siano antitetici fra loro. In conclusione, ricordo a me stesso che gli estremi della questione da me sollevata sono: o la quarta fu istituita in questo comune per legge o exstra legem. Nel 1° caso la legge stessa dice che l'orario dev'essere alternato e al maestro preposto riconosce il diritto all'indennità. Nel 2° caso, avendo il Consiglio Scolastico ecceduto nei propri poteri, la 4a classe istituita senza una base giuridica va senz'altro soppressa. Alle SS. VV. Ill.me non può sfuggire come col provvedimento più volte ripetuto che lede il mio diritto e nuoce - checchè se ne dica in contrario - al buon andamento della scuola si è fatta di una cosa semplice e palmare una questione ingarbugliata e sofistica. Oltre alla questione di diritto, io avevo posta anche la subordinata che cioè mi era assolutamente impossibile tenere riuniti gli alunni delle due classi in n.° di 58. (34 di 3a e 24 di 4a) in 21 banco a due posti. Questa condizione di fatto era prevista nella lettera del 2 gennaio 1916 del R. Provveditore e veniva quindi a darmi ragione. Ma l'On.Ufficio Scolastico, sebbene informato di questa cosa che m'ha impedito di uniformarmi all'ordine ricevuto fino a tutto maggio, non si è affatto preoccupato ed ha risposto tutt'altro ai miei insistenti reclami e con termini evasivi. Io, quindi, per necessità ho dovuto continuare l'orario alternato di sei ore. Sarebbe stato semplicemente indecente se avessi fatto fare agli alunni il giuoco di chi "tardi arriva, male alloggia". Il provvedimento in parola non trova la sua giustificazione neppure nella C. M. del 20 gennaio 1915 n. 3 per due ragioni: 1a perchè il riordinamento di queste scuole e l'istituzione della quarta avvennero in data posteriore, cioè il 23 febbraio 1915; 2a perchè ivi trattasi di abolire gli sdoppiamenti di una medesima classe in due sezioni, senza lesione di legittimi interessi. Nel caso mio non si tratta di sdoppiamento, ma di due classi distinte, per cui si richiede lo svolgimento di due programmi diversi. Ed ora, prima di terminare, mi piace riprodurre le seguenti massime per la conclusione del presente reclamo. 36. - L'insegnante che presta servizio in due classi non ha diritto all'aumento dei due quinti di stipendio, a norma dell'art. 6 della legge 8 luglio 1904, se non quando le due classi siano disgiunte e le ore d' insegnamento siano sei, con opportuno intervallo. In caso contrario, il servizio prestato in classi riunite non può eventualmente dar diritto che ad un adeguato compenso per maggior lavoro (D. M. 14 agosto 1913, Crisafulli, Comune di Ravanusa ). 78. - Non induce decadenza dal diritto al compenso dei due quinti il fatto che un insegnante abbia tardivamente richiesto il compenso stesso, dovendo questo ritenersi dovuto come corrispettivo del maggior lavoro prestato, indipendentemente dalla domanda dell'insegnante (D. M. 10 marzo 1913. Comune di Marcaria - Segantini). Dopo che, prego vivamente le SS. VV. Ill.me di voler riconoscere, per il decorso anno scolastico, il mio buon diritto all'indennità di lire 300, e, in linea subordinata, di fare almeno disporre il pagamento dell'indennità proporzionale alla durata dell'orario giornaliero di 6 ore, osservato nei due mesi precedenti alla comunicazione del provvedimento preso dalla Deputazione Scolastica e di un adeguato compenso per maggior lavoro per il resto dell'anno scolastico. Nella speranza che la mia modesta domanda venga accolta, formulo l'augurio che l' On. Consiglio Provinciale Scolastico per il nuovo anno richieda l'applicazione severa della legge sia per quel che riguarda i doveri sia per quel che riguarda i corrispettivi diritti dei maestri della nostra Provincia. Trivigno , 10 settembre 1916. ORGA GIUSEPPE Maestro di 3a e 4a mista N. B. Le lettere originali dell'Ufficio Scolastico sono presso di me e posso sempre esibirle.

Caldani Maddalena

La mia scuola Potenza , Tipografia Cooperativa La Perseveranza 1918

In compagnia di mio fratello mi recai alla residenza assegnatami in un piovoso e triste pomeriggio d'autunno, dopo circa un'ora di salita per una mulattiera scoscesa e disagevole. Un ampio caseggiato, di nessuno stile, un povero e nudo caseggiato di campagna messo solo soletto a cavaliere d'un poggio. Innanzi uno spiazzale circondato da pochi alberi ombrosi: giù per la china qualche povera capanna quasi perduta fra gli orti ubertosi e i campi verdeggianti d'intorno vasti campi di grano e larghe praterie incolte, dietro a breve distanza dal caseggiato, un piccolo gruppo di castagni, e poi campi, seminagioni spesse di cavoli, prati di lupinella e di trifoglio, e altri campi perduti giù per la china, e su per le lontane pendici. Una contadina, che spannocchiava del granturco, seduta innanzi a una povera capanna, ci accompagnò fino all'ingresso della scuola. Entrammo in un portone oscuro, e salimmo per una rozza scala di pietra, il cui pianerottolo, illuminato da un piccolo abbaino, menava in una stanza non molto vasta, piuttosto oscura, con un'ampia cappa di camino in un angolo, e un fornello in muratura in un altro. Questa è la scuola dissero alcune faniulle che stavano raccogliendo in un cesto dei tutoli di granturco, e che al nostro apparire s'erano voltate di botto, e ci guardavano con grande meraviglia. Io e mio fratello ci scambiammo un'occhiata interrogativa, e continuammo a osservare la stanza, di cui i pochi attrezzi scolastici non riuscivano a nascondere la vecchia cucina di campagna. Dei sudici banchi stavano ammucchiati in un canto, una rozza predella e un cavalletto da lavagna giacevano dimenticati, accanto al camino; e su una delle pareti, gialle di fumo, un povero Cristo ed il ritratto del Re erano quasi sepolti sotto un fitto strato di polvere e di ragnateli. Da questa passammo in un'altra stanza, molto più piccola, dalle pareti rozzamente imbiancate con la calce e chiazzate qua e là di larghe macchie d'un colore indefinibile, dal pavimento malamente ricoperto di mattoni, rischiarata da una finestra a larghe intelaiature di legno, inquadranti piccole lastre affumicate. Quella stanza era destinata ad alloggiare l'insegnante. Mio fratello fermò a lungo lo sguardo su tutta quella miseria; poi, quasi involontariamente, lo posò sul mio elegante abito da viaggio, e parve destarsi da un sogno. Vieni - mi disse - facciamo ancora in tempo a prendere il treno delle otto; questa spelonca non potrebbe alloggiare neanche i miei cani. No - risposi - a casa non ritorno, ho accettato il posto e rimango. Ma sei matta? ma vuoi morire fra queste pareti affumicate? fra questa gente cosi rozza e sudicia? - Io raccolsi tutto il mio coraggio e lo pregai di lasciarmi almeno per pochi giorni. Avrei provato, non volevo tornare subito indietro, nel caso gli avrei scritto di venire a prendermi. Mi tolsi il cappello e i guanti, feci trasportare su il mio bagaglio, allestii alla meglio due lettini, preparai una cena rifredda, e appena cenato, ci mettemmo a letto al fioco lumicino di una stearica. Mio fratello, stanco del viaggio, s'addormentò presto, ma io non potei chiudere occhio, un pesante macigno sembrava opprimermi il cuore. Quando mi ero presentata al Municipio per farmi conoscere dall'assessore delegato, questi, che conosceva di nome la mia famiglia, mi aveva guardato tra il serio ed il faceto, come se avesse voluto porre in dubbio la mia intenzione di prendere subito servizio e un vecchi impiegato, senza tante cerimonie, mi aveva consigliato di rifiutare. - Non è posto per lei, signorina, non commetta la sciocchezza d'andarvi; è una frazione troppo lontana, una sola casa abbandonata nella campagna; non è per lei, creda pure. Io, che andavo proprio in cerca d'un tranquillo asilo, ove avessi potuto dimenticare il mio passato, accolsi con gioia quelle notizie e risposi ch'ero decisa di prendere servizio. Ma che enorme distanza passava da quello ch'io avevo immaginato, alla triste realtà che mi stava dinanzi! Dio mio! Abituata al lusso della mia casa come avrei fatto a vivere in quello squallore? Passai tutta la notte a cercare invano una risposta a questa domanda, finchè un pallido raggio di sole penetrò dagli scuretti mal connessi. Mi alzai pian piano per non destare mio fratello, ma egli era già sveglio, e cominciò subito a brontolare contro le stravaganze femminili. Gli mancava il giornale, aveva finito le sigarette, non aveva pensato di portarsi dietro il rasoio, il fango della via gli aveva rovinato un paio di stivali; e, malgrado tutte queste disgrazie - enormi, secondo lui -, io mi ostinavo a rimanere in quella caverna da lupi. E continuò a brontolare tutto il giorno, dicendo ch'egli sarebbe partito la sera stessa per non tornare mai più; la sera, però, non volle partire, sperava sempre ch'io mi decidessi a ritornare con lui. Ma, visto ch'ero irremovibile, il giorno dopo se n'andò giurando che non sarebbe mai più tornato, neanche se avesse saputo della mia morte. - Neanche allora verrò, sai; dì che ti seppelliscano sotto quel fico, e che vi piantino su i cavoli. E partì senza neanche salutarmi; ma aveva gli occhi gonfi di lagrime, e la voce gli tremava. Rimasta sola, mi buttai sul letto e piansi amaramente. Nel lasciare la mia casa mi sembrava d'aver toccato la sommità del mio Calvario, ma ora mi ritrovavo di botto ai piedi della salita. Mi feci animo; l'orgoglio era in me molto più forte del rammarico; avevo giurato a me stessa di vivere del mio lavoro, avrei saputo mantenere la parola. Mi misi all'opera rassegnata a sopportare tutto, tanto io non avevo nessun ideale da raggiungere, nessuna speranza da realizzare; non dovevo far altro che compiere il mio dovere per non rubare lo stipendio, e vegetare tranquillamente in un calmo abbandono di tutto il mio essere. Ma le più forti risoluzioni cadevano innanzi alla realtà; i ragazzi venivano alla scuola sporchi, cenciosi, mocciosi, coi piedi nudi e la camicia fuori; gli uomini si presentavano col cappello in testa e la pipa in bocca, e, parlando, mi gettavano in viso ondate di fumo puzzolente. Le donne sbraitavano ad alta voce, come se fossero sempre in pieno mercato, e spesso infioravano i loro discorsi con parolacce da trivio. E chi si puliva il naso con le mani, e chi gettava lontano lo sputo non curandosi d'imbrattare i pavimenti e le pareti. Oh! come mi era duro sopportare tutto ciò! Ogni volta che vedevo commettere simili sconvenienze un nodo di pianto mi serrava la gola, e ripensavo, con amaro rammarico, alla squisitezza dei modi da cui ero stata circondata fin allora. Quante volte mi tornavano alla mente le lezioni della mia istitutrice! Quante volte rivedevo quel nobile viso aristocratico, piegarsi tutto in una smorfia d'orrore innanzi alle nostre piccole pecche di sconvenienza.... e un amaro sorriso mi sfiorava le labbra. Altro che savoir-vivre, altro che finesse! E dire che un giorno uno di questi villani, un vecchio barbuto e tabaccone, che è come il capo di questo piccolo villaggio, ebbe il coraggio di dire con un signore di comune conoscenza, che la nuova insegnante lo contentava, perchè si vedeva ch'era una persona seria e abbastanza educata. Questo mi parve il colmo dell'impertinenza. Ora ne rido, oh! sì, ne rido di cuore, ma allora mi parve un oltraggio insopportabile. Fra le altre sventure non capivo affatto il loro dialetto, e per riuscire a intenderli e a farmi intendere ci voleva del bello e del buono. Due giorni dopo mio fratello, rompendo tutti i giuramenti, venne a vedermi; e mi trovò più avvilita di quando mi aveva lasciata. Mi pregò di tornare a casa, dicendomi che se volevo assolutamente fare l'insegnante avrei potuto avere una residenza migliore. Mi prese una tentazione potente di seguirlo, avrei potuto, certo, avere una residenza migliore, ma il pensiero di ritornare a vivere in una società che mi era diventata odiosa, fra gente che mi conosceva troppo o troppo poco mi metteva spavento. No, no, pensai, meglio la solitudine, meglio l'abbandono di tutto; ero stanca di vivere, ero sfiduciata ed infelice. No, sarei rimasta li ad aspettare che s'avverasse il pronostico di mio fratello. In fondo mi sorrideva l'idea di venir sepolta sotto un fico. Delle donne s'erano offerte di mandare qualcuna delle loro figliuole a dormire nella mia stanza, per non lasciarmi sola la notte; mio fratello non volle assolutamente ch'io avessi accettato e preferì lasciarmi il suo fucile e uno dei suoi cani. - Con questi, mi disse, puoi vivere anche in un deserto. Io ne fui contenta. Non sono mai stata timida, ma confesso francamente, che il trovarmi sola in un'aperta campagna, in mezzo a gente sconosciuta in una casa grande, abitata sola al pian terreno, mi faceva una certa impressione. Il fucile rimase abbandonato in un angolo, ma il cane divenne il mio più fido amico, il mio unico confidente, il compagno indivisibile di tutte le mie ore. L'autunno quell'anno fu dolce e mite. Per accompagnare Fido a passeggio fui costretta d'uscire anch'io, e ogni giorno facevamo la nostra bella passeggiata lungo i sentieri campestri o nei prati tempestati di pallide freddoline. I miei alunni intanto si facevano attendere; l'iscrizione era cominciata, ma la scuola era ancora quasi deserta. Li feci chiamare, mandai in giro qualche carta d'avviso; ma erano ben pochi quelli che si presentavano all'appello. Questa negligenza mi rendeva ancora più nervosa, mi sembrava che se avessi avuto una bella scuola numerosa, le mie giornate sarebbero state meno uggiose. Stanca d'attendere risolsi d'andare io stessa in cerca dei miei alunni, e insieme a Fido cominciai a girare per la campagna solitaria, entrando risolutamente in tutte le capanne. Chi saprebbe dire lo squallore di queste povere abitazioni piccole, oscure, dalle pareti nere di fumo? Conoscevo e ricordavo le povere soffitte di Torino, la miseria vera, profonda, lo squallore del corpo e dell'anima, ma dai miei giri di beneficenza non ero tornata mai a casa, con un senso cosi acuto di pietà per quella povera gente. In queste capannucce, in questi pagliai la miseria non c'era e non c'è: si vedeva che a questa gente non manca il pane. Eppure i miseri lettucci buttati in un canto, la mancanza assoluta di arredi domestici, le pareti coperte di fuliggine, gli assiti sconnessi, che mal nascondevano la dimora dell'asino, del maiale e d'altri animali domestici stringevano il cuore più della miseria stessa. Perchè? Ogni volta che tornavo a casa, dopo un paio di quelle visite, la mia dimora mi sembrava anche più orribile, e il ricordo della mia antica camera tappezzata di raso azzurro, si faceva sempre più vivo e un lungo rimpianto mi serrava il cuore. Guardavo il povero Cristo dal capo penzoloni, e malgrado l'avessi liberato dai ragnateli pareva che le sue labbra semiaperte pronunziassero ancora la sconsolata preghiera ch'egli aveva rivolto al Padre suo prima di morire sulla Croce. - Padre, padre, perché mi hai tu abbandonato? - Perché ci hai tu abbandonato ? ripetevo anch'io con le lagrime agli occhi. Sentivo infatti che tutti in questo luogo eravamo miseramente abbandonati. Eppure con un po' di buona volontà sarebbe stato facile mutare le nostre condizioni; dando un aspetto un pò meno desolante alle nostre abitazioni e un pò d'amore alla pulizia a quei bimbi sudici e mocciosi. Perché brutti poi non erano, tutt'altro; nei banchi, ormai tutti occupati, vedevo dei visetti graziosi, dagli occhioni ridenti e luminosi, delle belle boccucce color di rosa. Nè io avevo da fare con gente sciocca o testarda; avevo subito capito che intelligenza ce n'era d'avanzo e volontà d'apprendere pure. Non mancava, dunque, che quel tale benefico raggio di sole capace di diradare le fitte tenebre dell'ignoranza. Ma chi mai si sarebbe accinto a quell'ardua impresa? Donde mai sarebbe giunto l'alito innovatore di civiltà e di vita? A volte mi fermavo lungamente su questi pensieri, e una voce pareva suggerirmi con insistenza: - Perchè non saresti tu l'angelo benefico di questa gente? - Che ti costerebbe fare un pò di luce nelle loro menti? Rispondevo a me stessa con un'alzata di spalle e tornavo noncurante e svogliata alle mie lezioni. Venne intanto l'inverno, un inverno rigido - per quanto era stato dolce l'autunno. Io, pur abituata al gelo delle Alpi, soffrivo, il freddo in un modo incredibile, l'aula scolastica era senza la volta, e dalle tavole mal connesse del tetto entrava l'acqua e la neve, le finestre non chiudevano bene e dalle fessure entrava il vento gelido di tramontana, tanto che nei giorni molto freddi non potevo assolutamente far lezione. La mia cameretta, però, era calda e lì, finita la scuola, passavo il resto del giorno e la lunga interminabile serata. Dio mio come ricordo l'uggia di quelle sere! Sdraiata sul letto, con le braccia incrociate dietro il capo, passavo delle ore intere a contemplare i fiocchi di neve che si posavano lenti lenti sulle lastre della finestra. Non lavoravo mai. Che avrei potuto fare? Il ricamo, il disegno, la pittura, la musica? Non leggevo i libri eruditi mi stancavano, i romanzi m'irritavano. Pensare? Sognare? Neanche per idea, la mia fantasia, come la mia mente e il mio cuore erano perfettamente esauriti. Stavo così in una completa inerzia del corpo e dello spirito, aspettando sempre che s'avverasse il pronostico di mio fratello, anzi una sera, in cui ero più annoiata del solito, fui tentata di farlo avverare sul serio. Era una fredda e chiara notte di dicembre, sulla campagna ricoperta di neve, la luna diffondeva la sua bianca luce. Ai piedi del poggio un laghetto, che il freddo intenso aveva fatto gelare, sembrava un terso specchio di cristallo. Tutto era silenzio all'intorno; a poco a poco s'erano venuti spegnendo i fiochi lumicini delle povere capanne; i contadini dormivano tranquilli, e, forse, felici, sui loro miseri giacigli. Io sola vegliavo nell'alto silenzio di quella bianca notte. Colla fronte appoggiata ai vetri, contemplavo estatica, quel bianco paesaggio addormentato, e mille pensieri, mille rammarichi mi turbavano la mente. Quel piccolo lago gelato, dove la luna metteva un luccichio come di mille faville che andassero a frangersi in una coppa di madreperla, mi ricordava il patinoir della mia cara Torino, quell'incantevole patinoir scintillante di luci, di ori, di gemme, sfolgorante di vita, di gioia, e d'amore, come l'avevo tante volte visto nelle gelide notti d'inverno. Il candore abbagliante e morbido della neve, mi faceva pensare ai bianchi mantelli d'ermellino, alle morbide pellicce in cui m'ero tante volte ravvolta per affrontare il gelo della notte, e rivedevo le amiche care di quei giorni felici. I loro visi ridenti facevano capolino dai bianchi cappucci, e un'amara nostalgia mi serrava il cuore nel desiderio ardente di rivivere quel tempo. Ma quei giorni non sarebbero tornati mai più!... Mai più, certo, ed io avrei dovuto continuare a vivere così, per tutto il resto della mia vita! Mio Dio! Ma non era meglio, mille volte meglio, troncarla d'un colpo ? Il fico dai lunghi rami scheletriti, ricoperti di neve, sembrava aprirmi paternamente le braccia e invitarmi a un arcano riposo. Mi sentii così sola, così abbandonata ed infelice che fui presa dalla pazza voglia d'andarmi a stendere ai suoi piedi, su quel bianco letto dove la morte sarebbe scesa su me lenta e calma come lenti e calmi scendevano i bianchi fiocchi di neve. Mi staccai dalla finestra e feci per aprire la porta, a quel rumore Fido si destò di botto, e mi fissò in viso i begli occhi intelligenti. Quello sguardo fu la mia salvezza; esso mi richiamò alla mente i cari occhi dei miei fratelli i quali avevano tanto bisogno del mio aiuto per continuare gli studi. Richiusi la porta, spensi il lume, e mi buttai sul letto piangendo amaramente sulla mia debolezza. Da quella sera cercai tutti i mezzi per non rimanere più sola per tante ore. Alcuni giovani campagnuoli dei dintorni mi avevano chiesto d'aprire una scuola serale. Per averne una governativa era troppo tardi; pensai di aprirne una gratuita per tutti. Vi accorsero in fretta giovanette e giovanetti, e anche uomini ammogliati con figli. Bisognava vedere con che amore si applicavano allo studio, dopo una lunga giornata di lavoro! Con che rispetto, con che docilità ascoltavano le mie lezioni, e come ne traevano profitto! Era un piacere, e io ne ero addirittura entusiasta. Le due ore di lezione serale, però, passavano troppo presto, e a me restavano ancora troppe ore libere. Come occuparle ? Un giorno mi venne in mente di vestire a nuovo una bimba della prima classe che in quelle rigide giornate d'inverno veniva a scuola con un grembiale di cotonina tutto a brandelli. Due giorni dopo ella indossava il più grazioso abituccio che si può immaginare. Donde mai era venuto? Da un mio vecchio mantello; in due sere avevo tagliato e cucito la vestina. Quasi non potevo credere a me stessa nel vedere la gioia di quella creatura, che coi grandi occhi spalancati e sfavillanti, e il dolce visino radioso andava in giro fra i banchi per farsi ammirare dalle compagne. E dire che m'era costato tanto poco far felice quella piccola innocente! La soddisfazione provata per quel piccolo atto di carità m'invogliò a farne degli altri. Il Natale era vicino, pensai di fare una sorpresa ai miei alunni, che in vita loro non avevano mai posseduto un giocattolo, nè un qualsiasi oggettino grazioso. Pregai le mie scolare di aiutarmi a confezionare tanti capi di vestiario da regalare, nel giorno di Natale ai più poveri bimbi della frazione, e a quelli che ricavavano maggior profitto dalla scuola. Le fanciulle consentirono entusiaste, e alla sera, dopo la scuola, ci mettevamo al lavoro. In pochi giorni uscirono dalle nostre mani grembiulini, scialletti, cappuccetti d'ogni foggia e d'ogni colore, camice, mutande, e varii altri oggetti di vestiario e di biancheria. Vi unii una quantità di ninnoli che tenevo conservati nelle mie valigie, mandai due alunni della scuola serale a tagliare un grande ramo d'abete nel bosco vicino; e la vigilia di Natale i miei bimbi ebbero il loro albero carico di doni, sfavillante di cento lumicini. Chi saprebbe ridere la gioia di quelle creature, delle mamme, dei babbi, delle fanciulle, che m'avevano aiutata e che trovarono anch'esse il loro piccolo dono? E la mia? Oh! si, anche la mia, che, lavorando avevo dimenticato il freddo, i disagi, la solitudine, e mi vedevo circondata da tutti quei visi ridenti. Il Natale era passato, ma io non smisi di lavorare in compagnia delle mie alunne. Esse, poverine, erano cosi volenterose d'apprendere, facevano tanto tesoro de' miei ammaestramenti ch'io non ebbi il coraggio di negar loro il mio aiuto. La sera, e nei giorni di cattivo tempo, le mia stanzetta diventava un vero laboratorio. Le giovanette cucivano, lavoravano all'ago torto, le mamme facevano la calza, rattoppavano, filavano la lana. E gli uomini....... anche gli uomini abbandonarono la pipa, e vennero a tenerci compagnia, intrecciando panieri, o filando i legacci per i calzari. Io che in principio avevo quasi orrore di questa povera gente, cominciai a gradire la loro compagnia e a ricercarla, specialmente quando mi sentivo troppo sola. Quanti nobili sentimenti non scopersi sotto la ruvida scorza di rozzezza. Quanti dolci affetti si nascondono in questi semplici cuori! In poco tempo incominciai a correggerli di quei difetti, che più contrastavano con la mia educazione e con le mie abitudini, e non c'era caso ch'io dovessi ripetere due volte la stessa cosa. Del resto quello che non potevo, e ancora non posso far io direttamente, lo facevo e lo faccio fare dai miei piccoli alunni, perchè, essendo i casolari dispersi per la campagna, non posso avere contatto con tutte le famiglie. Ma gli scolari sono la mia eco fedele, e bisogna vedere i loro genitori, come li ascoltano volentieri e come mettono in pratica i consigli dati da me per bocca loro! Non bisogna credere però, ch'io fossi del tutto guarita, ci voleva ben altro per dissipare le fosche nubi che s'erano venute addensando sulla mia anima. Avevo ancora dei giorni di tetraggine intensa, e allora odiavo tutti, ero fredda coi miei alunni, non sopportavo la vista di nessuno, e passavo delle lunghe ore chiusa nella mia camera, buttata sul letto, o ginocchioni innanzi all'immagine del mio caro babbo, da cui la morte mi aveva sì barbaramente divisa. Al solo vedermi apparire in classe, i piccini mi leggevano in viso: e quando ero triste se ne stavano cheti cheti nei loro banchi, e mi guardavano a lungo coi belli occhi amorosi. Povere creature, come rimpiango d'essere stato qualche volta ingiusta con esse! Quando passavo fra i banchi e sentivo le loro manine carezzarmi furtivamente l'abito, o la loro tiepida guancia posarsi lievemente sulla mia mano, mentre tracciavo qualche modello sui quaderni, quei piccoli atti soavi bastavano spesso a calmare la grande tempesta che mi si agitava nel cuore; e allora sentivo d'amare quelle creature con affetto così grande che sarebbe bastato a colmare il gran vuoto della mia vita! E avevo dei momenti di grande espansione e pensavo a rivestire gli alunni poveri, e regalavo a tutti tante cosette graziose. Un giorno distribuii agli scolari della prima classe tutti i gingilli raccolti nei cotillons ballati nel mio ultimo carnevale, e la gioia di quelle creature mi compensò ad usura del rammarico provato nello staccarmi da quegli oggetti, ognuno dei quali mi aveva rubato un istante di vita e mi era stato causa di gioia o di dolore. Giunse intanto la primavera, in una bella giornata di sole venne in campagna il proprietario della masseria, un signore molto educato e cortese, egli mi offrì le chiavi di altre stanze, e mi disse che potevo abitarle a mio piacere e servirmi dei mobili di cui erano arredate. Per questa cortesia potei cambiare il mio alloggio. Ebbi una bella stanza da letto, molto pulita, molto comoda, arredata abbastanza bene, e una stanza da lavoro luminosa e ben mobigliata. Non mi restava che migliorare e arredare l'aula scolastica. Mi misi all'opera e in pochi giorni riuscii a dare un aspetto meno desolato a questa povera cucina affumicata. Mi recai in città e feci acquisto di stampe colorate, di tende e portiere variopinte, di mille altri oggetti di abbellimento, coi quali ornai le pareti, le finestre e le porte, dando a tutto il mio modesto alloggio un aspetto ordinato e simpatico. Cominciai a sentirmi meglio nel nuovo ambiente. Ogni volta che i miei occhi si volgevano al povero Cristo appeso alla parete, mi sembrava che il suo grido di sconforto fosse meno desolato. Spinte dal mio esempio anche le alunne più grandicelle cominciarono a dare un miglior assetto alle loro capanne, ed ogni volta che, con poche carte colorate, o con qualche straccetto usato, compivano un miracolo d' ornamento, venivano a chiamarmi per vedere approvata o modificata l'opera loro. Pensai d'insegnare il lavoro manuale, e di mettere insieme un piccolo museo, trovai così un'occupazione anche per il giovedì. Incominciammo a fabbricare una quantità di cestini, di cornici, di panierini, di scatole, di fiori, di svariatissimi ninnoli che formavano la felicità dei miei alunni e l'ammirazione dei loro parenti. Mi sembrava quasi impossibile come quelle rozze mani, abituate a maneggiare fin da piccine gli attrezzi di campagna, potessero mettere tanta delicatezza nel costruire degli oggettini così graziosi. Quando le giornate erano belle andavamo a lavorare nel prato, o facevamo delle lunghe passeggiate per la campagna, in cerca di sassolini, di piante, di foglie, di pezzi di legno, che arricchivano giornalmente il mio museo. Istituii una piccola cooperativa scolastica per aiutare i bimbi poveri, e vidi con grande soddisfazione, che, chi poteva, dava volentieri il suo obolo per soccorrere chi era più bisognoso e misero di lui. Un paio di volte la settimana, nelle prime ore del mattino, facevo delle lezioni pratiche d'igiene, d'agraria, d'economia domestica, alle quali intervenivano quasi tutte le donne e gli uomini della masseria e dei dintorni. Questa nuova occupazione mi obbligò a ritornare ai libri, per poter fare delle lezioni pratiche e interessanti. Così in pochi mesi divenni la fata benefica di quei poveri contadini, e non ebbi più bisogno di chiedere a me stessa donde sarebbe giunto l'alito innovatore di vita e di civiltà, tanto necessario a migliorare la loro sorte, giacchè sentivo d'essere proprio io il raggio di sole che scendeva a dissipare le fitte tenebre della loro ignoranza. Le ore della mia giornata erano talmente occupate che non mi restava tempo di pensare, nè di rimpiangere nulla, l'affetto devoto di tutta quella gente mi riempiva il cuore d'una gioia così dolce, che in certi momenti mi rendeva quasi felice. Sentivo d'essere loro necessaria, sentivo che se avessi dovuto lasciarli per sempre, essi avrebbero pianto amaramente la mia lontananza, e mi pareva d'aver riacquistata d'un tratto tutto ciò che la fatalità mi aveva tolto. Quando tornai a casa per la vacanze ero perfettamente cambiata: stavo così bene, ero così allegra e serena, che i miei parenti ne restarono meravigliati, e mio fratello mi disse che in quelle condizioni avrei potuto benissimo far tagliare il fico, perchè la sua ombra ospitale non avrebbe accolto mai più le mie povere spoglie. Nei due mesi di vacanza che passai in famiglia i miei alunni mi tempestarono di lettere, di cartoline illustrate scritte a caratteri cubitali, in cui mi dicevano di tornare presto. E son tornata infatti; son tornata per parecchi altri anni a rivivere bei giorni di pace fra l'azzurro del cielo e il verde dei campi, all'ombra degli alberi o al bianco lume della luna, seduta nell'aia dove i contadini spannocchiano il granturco, e io racconto le fiabe delle "Mille e una notte". Amo i miei alunni piccoli e grandi come se fossero persone della mia famiglia, e cerco sempre di far loro del bene coll'opera e col consiglio, ma le mie parole non potrebbero giammai ridire la devozione con cui viene ricambiato il mio affetto. Nelle mie stanze vengono a finire tutti i fiori dei prati, tutte le frutta delle siepi e degli alberi. E gli alunni della scuola serale? È una gara di continue gentilezze, è una festa per tutti quando li prego di qualche servizietto, è in tutte quelle menti un continuo sforzo per prevenire i miei più piccoli desideri. Dov'è andata la rozzezza e la trivialità dei modi, che mi facevano tanto male? Se pur qualcosa è rimasta, essa passa inosservata, perchè so che sotto quella ruvida scorza si nascondono dei cuori sinceri, capaci di nobili sentimenti. Quando vado in giro per i campi e vedo che molti dei miei consigli vengono messi in pratica, quando trovo un bimbo che, sotto l'ombra d'un albero, cerca ripetere sul quaderno ciò che ha imparato a scuola, o legge attentamente uno dei libricini della bibliotechina che io ho messo insieme con tanta cura, quando faccio capolino sulla porta di qualche capanna e la vedo bene ordinata e pulita, e anche abbellita dai gingilli costruiti in classe; quando vedo qualche mamma pulire i figliuoli e fasciarli con delicatezza e diligenza, quando vedo curare i malati con le norme date da me, e non colle vecchie regole basate sulla superstizione, un grande sentimento d'orgoglio m'inonda il cuore. Penso che tutto questo è opera mia, solamente mia, e mi sembra quasi di essere stata io sola la formatrice di questo piccolo mondo. Penso ai primi giorni passati tra queste mura, e mi sento così diversa da quella di allora; quel tempo mi sembra cosi lontano, ch'io posso parlarne con serenità e orgoglio come d'una grande vittoria riportata su nemici formidabili. Ho sofferto, è vero; ho conquistato il mio terreno con dura fatica, a palmo a palmo, ma ho vinto. Ora non ricordo più le lagrime versate, nè le rimpiango. Ora non vedo che il sorriso della vittoria: solo chi ha conosciuto la furia della procella che incalza e travolge, può gustare la calma della brezza che rinfresca e ristora. Certo non potrò a lungo restare in questa residenza, ma dovunque io vada, mi seguirà sempre il ricordo di questa piccola borgata dispersa e dimenticata fra i campi ubertosi, e i rossi prati di lupinella in fiore. E quando dirò "la mia scuola" intenderò solo e sempre parlare di questa mia piccola scuola di campagna, dove ho imparato che nella vita vi è una felicità ben più alta di quella che possono dare le ricchezze, il lusso o la vanità; ed è la felicità che ci viene da noi stessi, nell'esplicare le nostre attività, per il bene di chi ci vive accanto; e che si acquista a furia di sacrifizii, di rinunzie e di costanza. CALDANI MADDALENA

Giambrocono Giuseppe Direttore delle scuole elementari civiche di Potenza

Le condizioni della scuola elementare in Basilicata alla vigilia della promulgazione della legge Credaro Potenza, Società tipografica La Perseveranza 1920

Elezioni scolastiche: Misoneismo e scetticismo - Disorganizzazione ed incoscienza - Guizzi di fiamme e... fuochi di paglia. (in nota: Pubblicato sul giornale La Squilla Lucana, n. 165 del 10 febbraio 1910). Non diversamente dagli altri anni, la votazione per la elezione de' rappresentanti de' maestri elementari ne' processi disciplinari davanti al Consiglio Provinciale Scolastico, si è svolta e chiusa, anche quest'anno, fra la generale apatìa! Lo dice il fatto che di 700 maestri - quanti ne sono ora nelle scuole della Provincia - nemmeno 200 hanno risposto a l'invito diramato a mezzo de' Sindaci de' vari Comuni dal R. Provveditore agli Studi. Non è certo confortevole - per la dignità magistrale e per quella personale de l'eletto - che un rappresentante de' maestri sia nominato effettivo con 50 o 60 voti su 700!! Ciò torna specialmente a disdoro de' maestri de la Provincia, che danno, così, prova patente di neghittosità e d'abbandono! Ed è tanto più deplorevole, e doloroso insieme, ove si pensi che il maestro elementare - pioniere e apostolo di civiltà, fiaccola del progresso, simbolo di redenzione, ecc. ecc. - non riesce a trovare in questa Provincia, all'infuori de lo smozzicato e rubacchiato orario scolastico, altro po' di tempo e altro po' di lena per adempiere ad un dovere che segna una importante conquista de la nostra classe nel campo de le aspirazioni civili; ove si pensi che in altre province d' Italia questa votazione assume vera e propria forma di battaglia elettorale più o meno accanita, più o meno ad armi cortesi, col relativo strascico di discussioni e di polemiche! È questa una riprova del grave stato d'ammiserimento morale e - diciamolo pure - d'incoscienza, in cui ancora si trova questa nostra regione, ostinatamente sorda al grido animatore di civiltà che le perviene da le consorelle italiane; refrattaria, ápata, incurante al flusso di vita nuova che aleggia e palpita dovunque dintorno a noi co' nuovi portati de la scienza, col nuovo rigoglio di vita civile, con l'incremento notevole de l' istruzione, con l'opera vivamente encomiabile, entusiasta ed innovatrice di funzionari giovani ed egregi. Non diversamente dagli altri coefficienti del vivere civile, l'istruzione, questa negletta e grama Cenerentola in vesti lacere, in Basilicata, specialmente, assume le forme di una lurida pezzente, che si trascina come Dio vuole! Il poco che si fa costa sacrifizi enormi di energie e di volontà: l'inerzia, la trascuranza, la resistenza passiva de le autorità comunali e de' maestri fanno morire in boccia ogni più nobile iniziativa, spengono ogni più bella idea che abbia prezioso contenuto di bene! Indice, dunque, de lo stato d'incoscienza e di disorganizzazione, in cui vive la grande maggioranza de' maestri elementari de la Provincia, è stata la votazione per la elezione de' rappresentanti nel Consiglio Provinciale Scolastico. Quasi duecento i votanti, quasi cento i voti dispersi e le schede annullate; molte autocandidature che hanno presentato il suffragio del loro solo nome; maestri che hanno votato pe' direttori didattici senza insegnamento; altri che si sono scambiati il voto col collega de la borgata, o che hanno fatto convergere i loro voti sul maestro più autorevole de lo stesso Comune o di quello vicino: deboli ed abortiti tentativi di organizzazione e d'intesa, con formazione, qua e là, di piccoli gruppi autonomi; assenza, quasi completa, di compattezza, di organizzazione! Fatto sintomatico questo, che deve far pensare i maestri giovani, specialmente, e deciderli ad un'azione attiva e concludente! Un certo numero di voti compatti si è avuto ne le circoscrizioni in cui le sezioni de l' Unione Magistrale Nazionale mostrano una certa vitalità: Stigliano, Matera; debole azione di vita associata nel Melfese; fiacca e disorganizzata nel Potentino; quasi nulla nel Lagonegrese. Riassumendo: Indolenza e scetticismo da una parte, mancanza d'organizzazione de le forze magistrali de la Provincia ed ignoranza de le leggi scolastiche e de le finalità di questo voto da l' altra hanno, secondo me, dovuto determinare questo stato deplorevole di cose! Ma queste cause su che cosa basano, ossia quali sono le ragioni psicologiche, economiche e sociali di esse? Quali i rimedi per combatterle? Il maestro elementare e i riflessi economici, morali e sociali de l'ambiente - L'opinione pubblica e la coscienza scolastica - Esiste una vera questione scolastica in Basilicata? (in nota: Continuazione dell'articolo precedente, pubblicata sul giornale La Squilla Lucana (n. 167 del 13 marzo 1910). Esiste in Basilicata una coscienza scolastica? Ch'io sappia, no, purtroppo! È dolorosa quest'affermazione, che, forse, potrà suonar male a l'orecchio di tanti bravi maestri, i quali danno a la scuola le loro energie più balde, i loro entusiasmi più nobili! Ma quanto scartume di volontà, di preparazione, di età, ne la famiglia magistrale lucana! Ed io giudico che sia miglior partito dire nuda e cruda la verità, lealmente ed onestamente, anzichè stare a riscaldare sempre pannicelli caldi per la grande malata, o ricoprire col velo di indulgenti, riguardose e pietose bugie, quanto ha bisogno d'essere denudato ed esposto a la luce del sole perchè giudichi la pubblica opinione! E, prima di ogni altro: di quali elementi si compone la classe magistrale lucana? Come vive? Come insegna? Quali frutti si ricavano da la sua opera? Spesso il maestro rappresenta il povero paria logorato dagli anni e dal lavoro; pieno di acciacchi e di sofferenze, rese più acute da le strettezze finanziarie in cui si dibatte; sovente carico di prole, cui non può procurare, non dico il pane de l'intelligenza, ma neanche solo quello di farina; che, annoiato e stanco, si trascina al solito calvario, al mattino e al vespro, maledicendo il suo destino; in desiosa attesa de' sospirati miglioramenti che gli consentano di lavorare con maggior decoro e più lena, e gli tolgano la grave preoccupazione d'un domani oscuro e triste! Altre volte è l'agricoltore che chiede a la coltivazione del suo poderetto quel tanto d' agiatezza che invano attende da l'esercizio de la sua professione; o è l'artefice o l'operaio che, mettendo a profitto alcune tendenze naturali o doti peculiari acquisite, cerca altra fonte di guadagno per rinsanguare lo stremato bilancio domestico. Sovente è il compagno di giuoco del Sindaco o del farmacista o del curato, ne l'unico caffè del paesello; assenteista per educazione o per forza di cose; equilibrista o galoppino elettorale a l'occorrenza; che si bercamena come meglio può e sa, giovandosi de la scarsissima istruzione e sostenendosi con le numerose amicizie e parentele. E non di rado è il traffichino che di tutto si briga tranne che de la scuola; curioso e pettegolo come una femminuccia; che fa la corte a le donne giovani del vicinato; che sa trarre profitto da ogni cosa, anche a scapito de la dignità e del carattere; che bazzica la bettola, dove giuoca, magari a mora, coi beoni del paesello, senza tralasciare di frequentare la compagnia del Sindaco: abbrutendosi ogni giorno più, non consultando mai un libro di scuola, risparmiando, per falsa economia, l'abbonamento al giornale scolastico, fossilizzandosi, disimparando, imbecillendosi. Ne deriva che il maestro elementare di Basilicata, in generale, è poco amato, e, tanto meno, stimato, anche dagli stessi alunni, che, spesso, sentono, prepotente, il bisogno di criticare - a volte aspramente e comicamente - chi fu già loro precettore; e la scarsa o niuna fiducia che il popolo sente di dover riporre ne l'opera scolastica di lui. È questo l'ambiente in cui vivacchia gran parte de la classe magistrale lucana, specie quella ch'è costretta a vivere fra le gole impervie de' monti, dove non giunge mai l'eco giuliva del fischio de la vaporiera; o che giace sperduta ne le vallate solcate da' fiumi irruenti da le balze montane. Poco diversa è la vita magistrale ne' centri urbani, dove bene spesso i maestri, schierati in campi opposti, si abbandonano a lotte violente di partiti. Senza dubbio, la politica ha qualcosa di molto suggestivo, di grandemente attraente ne le diverse fasi de le sue lotte; v'è qualcosa di emozionante e d'interessante ne le alterne vicende di avvento e di cadute di amministrazioni e di governi: e però non è male che il maestro elementare - che, dopo tutto, è cittadino, anzi cittadino evoluto e cosciente - prenda parte a ciò che rappresenta un suo diritto e un suo dovere, che estrinsechi ciò ch'è insito ne la natura umana. Niente di male quando questo diritto e questo dovere, si esercitino con tutta tranquillità e coscienza. Invece che cosa accade ne' comuni urbani, specialmente, de la nostra Provincia? Ivi il maestro, convinto del suo stato d'isolamento e de la sua debolezza di fronte a la strapotenza municipale; persuaso che scarso aiuto e nessuna difesa può trovare ne le leggi, che così facilmente ed impunemente si eludono e si manomettono da chi è certo di trovare un appoggio a le sue prepotenze ne l'autorità politica, gelosa custode de l'autonomia e de le prerogative municipali; sicuro che l'autorità scolastica è una lustra, che poco o nulla può ove più in alto non si voglia, finisce col persuadersi che è meglio farsi valere nel campo elettorale. E questo accanimento ne le lotte politiche ed amministrative è male, perchè si distraggono o si sprecano energie preziose che dovrebbero devolversi a beneficio della scuola ! Infatti, se è psicologicamente esatto che la preoccupazione toglie la serenità de lo spirito ed è causa di arresto o distruzione di energie, il maestro elementare, già gravemente preoccupato da le sue tristi condizioni economiche e da l'irrisione de la meschinissima pensione - una vera elemosina ! - non può, se trovasi coinvolto ne le lotte locali, adempiere serenamente e con piena coscienza il proprio dovere! Conseguentemente, non è difficile precisare quali siano le condizioni de la scuola primaria in Basilicata. Deplorevoli quasi dappertutto: a) per colpa dei maestri che, se da una parte possono vantare una discriminante ne la loro questione economica, non è men vero, d'altra parte, che molti e molti sono gl'inadempienti de la santa missione, gl'incuranti, o infingardi, o esauriti, o poco coscienti per deficienza d' istruzione e d'educazione scolastica; b) per l'apatìa o la colpevole negligenza, specialmente de le autorità municipali; c) per le condizioni morali e sociali de l'ambiente, tutt'altro che adatto al crescere e al prosperare de la scuola elementare. Esiste una vera questione scolastica in Basilicata? No, assolutamente. Non è stata neppure ventilata quest'idea, ove si eccettui quanto vanno predicando, a vuoto, le autorità scolastiche, e ripetono, trombe di guerra, i giornali scolastici, che pochi leggono! Chissà quanto tempo passerà prima che essa possa conquidere le coscienze e muovere il pensiero e la volontà a l'azione! Il maestro e l'opinione pubblica: due necessità ancora da formare, specie in Basilicata, dove il bisogno è più sentito e la percentuale degli analfabeti così alta! Il popolo non s'interessa che molto vagamente de la scuola e de le cose scolastiche; o, per essere più precisi, s'interessa solo di ciò che può fruttare un qualche benefizio immediato: segno evidente che non esiste una vera e propria coscienza scolastica. E sino a che, con la cooperazione de le autorità e de' maestri - che ora resistono passivamente ad ogni conato evolutivo - tale coscienza, ad imitazione de le nazioni più civili, non si sarà formata nel popolo, sarà vano affannarsi e pretendere la soluzione de le grandi ed urgenti questioni interessanti la scuola. Urgente è, quindi, la formazione de la coscienza scolastica, che ha fine civile di grandezza e di prosperità nazionale; ed i giovani maestri, specialmente, dovranno essere i banditori del nuovo verbo e de la nuova crociata. Si dovrebbe, sopra ogni cosa, combattere e vincere l'indifferentismo e lo scetticismo, distruggere l'apatia morale e l'inerzia intellettuale che ci gravano d'intorno come cappa di piombo, se si vuol vedere aperta la via del progresso e de la civiltà; rendere fattivo e pratico ciò che adesso non è che una splendida astrazione di filosofo, un sogno roseo di poeta malato! A quest'opera santa di emancipazione sociale tutti dovrebbero far convergere i loro sforzi, ogni loro opera, per quanto modesta: ciò è dovere precipuo di coscienza, di amor di patria, di affetto e d'attaccamento a la terra natale! Il maestro elementare di Basilicata dovrebbe simboleggiare quanto di forte e di rude esprimono, nel loro muto linguaggio, i massi alpestri de la nostra regione; quanto di fantasticamente bello e soave si effonde da la poesia che emana da' monti selvosi indorati dal sole nascente o baciati dal raggio del sole morente; quanto di grande, maestoso, sublime ispira a la mente entusiasmata la vista de le nostre splendide bellezze naturali e il ricordo di grandezze ormai lontane: dovrebbe rappresentare, insomma, la rudezza e la bontà, la forza, il valore e l'intelligenza di nostra terra, prendere parte a la vita civile in tutte le sue molteplici e diverse esplicazioni, essere principio, mezzo e fine d'ogni risveglio e d'ogni progresso morale, intellettuale ed economico. Solo così, io credo, si potrà realizzare il sogno radioso de l'avvenire di questa Provincia, non seconda a nessun' altra d' Italia per ricchezza di suolo, per mitezza di clima, per virtù e valore de' suoi abitanti. GIAMBROCONO GIUSEPPE

Pedio Edoardo

Per la scuola elementare e popolare in Basilicata Potenza, Società tipografica La Perseveranza 1920

La relazione Corradini sulla scuola elementare e popolare. Per avere la cognizione precisa della scuola elementare e popolare in Italia, e quindi in Basilicata, prima che con la Legge 4 giugno 1911 essa fosse passata all'amministrazione del Consiglio Provinciale Scolastico, occorre risalire alla relazione Corradini. In essa, riprendendosi in esame i dati e le osservazioni raccolti nelle precedenti relazioni, e specialmente in quella del prof. Torraca Francesco, si ha un quadro completo, corredato di cifre e di documenti, di tutta la nostra legislazione scolastica, dalla Legge Casati a quella del 4 giugno 1911. Dallo studio di quelle cifre e di quelle osservazioni si ricavano alcune conclusioni d'indole generale che io riassumo, perchè servono di punto di partenza alle mie indagini: a) Il numero delle scuole in ciascuna provincia è stato sempre in proporzione inversa al numero degli analfabeti, e in proporzione diretta alla potenzialità economica di ciascun bilancio comunale. b) I contributi dello Stato, che dovevano essere concessi a favore di servizi già esistenti o da crearsi, favorirono non i comuni più bisognosi e più fiacchi, ma i più ricchi e solerti. c) In parecchi comuni del Mezzogiorno, e quindi anche della Basilicata, la proporzione tra le spese a favore della scuola elementare e popolare e quelle di tutto il bilancio era assai maggiore di quella di altri comuni dell'Italia settentrionale, che pure spendevano per la scuola somme considerevoli. Disparità culturali tra le diverse regioni d'Italia. Così, quando fu discussa e approvata la Legge 4 giugno 1911, tra le diverse regioni d'Italia esisteva una disparità enorme, che balza chiara ed evidente, confrontando la percentuale degli analfabeti. Trascrivo qualche cifra tra le piú significative. ANALFABETI PER OGNI 100 ABITANTI PROVINCIE - Censim.1882 - Censim. 1901 - Censim. 1911 Alessandria - 38,17 - 14,25 - 13 Como - 29,44 - 15,03 - 9 Bergamo - 31,63 - 17,52 - 10 Potenza - 85,18 - 75,39 - 65 Catanzaro - 83,79 - 78,28 - 69 Queste le cifre nella loro nuda eloquenza. Che se poi vogliamo considerare come nell'ultimo ventennio in alcune regioni per la forte emigrazione sia andata sempre più diminuendo la popolazione, la proporzione diventerà più accentuata in danno della Basilicata, che è tra le regioni che danno il numero maggiore di emigranti. Riporto per maggiore chiarezza alcune cifre, ricavate dalla statistica dell'ultimo ventennio, cifre da me già pubblicate ne La Basilicata (Edizione del La Voce. Firenze , 1911). L'anno 1890 sono partiti dalla Basilicata 9062 emigranti; 11000 nel 1900 e 39140 nel triennio 1908-09-10; cifra quest'ultima che sarebbe stata più rilevante senza la crisi finanziaria degli Stati Uniti del 1908. Questo infatti fu l'anno del triennio in cui si ebbe il numero minore di emigranti, 10126, e il numero maggiore di rimpatriati, 3750. Che cosa è stato fatto a favore della scuola elementare in Basilicata dal 1911 ad oggi. Appena approvata la Legge del 1911 si sperò che il problema della scuola elementare potesse essere finalmente risoluto, e si sperò che le condizioni d'inferiorità di alcune regioni d'Italia avessero suggerito radicali ed equi provvedimenti a favore della scuola nell' Italia meridionale, anche per un senso di opportunità, se non di responsabilità politica. E questo, sopratutto, quando si erano visti gli scarsi benefici che al Mezzogiorno erano venuti dalla Legge 15 luglio 1906. Nè la scuola della nostra provincia aveva per conto suo ricavati sensibili miglioramenti dalla legge a favore della Basilicata del 3 marzo 1904, modificata poi nel 1908. Questa legge concedeva con l'articolo 86 contributi per le scuole obbligatorie e, per un quinquennio, un congruo sussidio pel mantenimento delle scuole elementari, già istituite nelle frazioni e nelle borgate. Che cosa è avvenuto invece? Io non mi occupo che della Basilicata; e trascriverò cifre, lasciandone ai lettori i commenti. Nell'anno scolastico 1907-08 funzionavano in Basilicata 631 scuole; dal 1° gennaio 1912 a tutt'oggi sono state istituite 181 scuole, a cui bisogna aggiungerne altre 21, istituite in sede di consolidamento nel 1911. Sicchè eccetto i comuni di Melfi e di Potenza, che hanno l'amministrazione diretta della scuola elementare in Basilicata, a tutt'oggi funzionano 1053 scuole affidate a 872 maestri. In 181 di queste scuole insegnano, con orario alternato, titolari di un' altra classe. Ora, se si considera che dei 60 mila obbligati appena 40 sono gl'iscritti, e circa la metà i frequentanti, si conchiude che per dare a tutti gli obbligati una scuola, ne occorrono almeno altre 1000. Questo per le scuole. E per i locali? Nell'anno 1907-08 delle 631 scuole della provincia, 109 avevano aule buone, 247 mediocri, 246 disadatte. Prima della legge 4 giugno 1911, solo 4 comuni su 126 avevano edifici scolastici costruiti di pianta. Posteriormente, coi mezzi messi a disposizione dal Ministero della P. I., a tutto l'esercizio 1920-21, sono stati costruiti fino ad oggi altri 3 edifici, e per altri 20 è stato concesso il mutuo dallo Stato. L'Amministrazione Prov. Scolastica dal 1912 al 1918. Fin dal primo momento dell'applicazione della Legge 4 giugno, che tante difficoltà presentava nel suo organismo amministrativo, richiedendo la collaborazione di diversi organi dello stato, l'Amministrazione Scolastica Provinciale sentì tutte le difficoltà che derivavano dal dover sopperire ai bisogni urgenti e improrogabili della scuola con un finanziamento assolutamente insufficiente. Il primo problema che richiamò tutta la sua attenzione fu quello dell'edilizia scolastica. Le condizioni della casa della scuola erano delle più deplorevoli: anche le aule dichiarate mediocri dall'inchiesta ministeriale erano antigieniche. Così, dava incarico al suo componente, ing. Bonitatibus, di studiare il problema e proporre i rimedi opportuni. E nella riunione del 5 giugno 1913, l'ing. Bonitatibus, servendosi degli elementi raccolti dall'Ufficio scolastico, presentava una proposta documentata e precisa per un fabbisogno approssimativo di lire 14500000. La proposta fu fatta sua dal Consiglio, e inviata all' on. Ministero della P. I. Il Ministero non rispose, o meglio, rispose con l'assegnare annualmente, per la costruzione degli edifici scolastici, una somma addirittura irrisoria. Sopravenne, intanto, la guerra con le sue ansie e le sue preoccupazioni. Tutte le forze della nazione furono tese ad un solo scopo; ed anche l'ufficio scolastico subì il disordine e la paralisi dello stato di guerra. Anzi, credendo di fare opera patriottica, e questo certo era nelle sue intenzioni, lesinò così taccagnamente sulla scuola, da avere - ironia delle cose! - un residuo attivo di 250 mila lire. Per conto mio, non mancai, anche nei primi anni della guerra, di richiamare l'ufficio ad una visione più precisa dei bisogni della scuola; ma quelli erano giorni di concordia, e, come me, tutti gli altri componenti del Consiglio finirono col tacere, anche quando ci accorgemmo che non era neanche più in ordine il ruolo provinciale dei maestri. Intanto la guerra era finita, e finita con la vittoria. L'Ufficio scolastico del tempo intese la responsabilità che gravava sulle sue spalle. L'ispettore Verasani si assunse spontaneamente l'incarico di riordinare il ruolo. E nel discutersi il consuntivo 1917-18 nella seduta 14 dicembre 1918, il provveditore Stefani fece al Consiglio un'esposizione sincera, ma assai triste, delle condizioni della nostra scuola elementare. Occorreva mettere un pronto riparo. Il Consiglio intese tutta la gravità della situazione ed approvò un mio ordine del giorno, che nella parte deliberativa fissava, in forma schematica, quali erano i veri e più urgenti bisogni della scuola nella nostra regione. Col mio ordine del giorno si domandava: a) Che si istituissero altre 30 scuole rurali e che esse fossero riordinate a norma delle disposizione del 2° comma dell'art. 33 della Legge 4 giugno 1911 n. 487. b) Che si estendesse l'obbligo scolastico dell'istruzione sino alla sesta classe anche nei comuni rurali. c) Che venisse istituita la scuola popolare con indirizzo agrario in tutti i comuni, in cui il corso popolare esiste per obbligo di legge e in quei comuni che, precorrendo, la legge, avevano già istituita la 5a classe. d) che venissero assegnati i fondi necessari per la costruzione degli edifici scolastici in tutti i comuni della provincia, che non hanno goduti i benefici della legge 1906 e 1911, con l'esecuzione d'ufficio, nell'eventuale rifiuto o ritardo da parte dei comuni interessati. e) Che le circoscrizioni e i circoli avessero il proprio titolare e che l'azione ispettiva fosse intensificata nella vigilanza e nell'indirizzo didattico. L'avv. Reale, altro componente del Consiglio Provinciale Scolastico, non solo approvò quest'ordine del giorno, a cui appose la sua firma, ma volle insistere con maggiore specificazione sul problema della edilizia scolastica; e presentò un ordine del giorno a parte, firmato anche da me. In esso si facevano voti: 1° perchè l'assegnazione delle somme per la costruzione degli edifici scolastici in Basilicata fosse elevata a 5 milioni annui per poter provvedere in un quinquennio alla loro costruzione. 2° perchè nella ripartizione dei 500 milioni da assegnare in vari bilanci dello stato, giusta decreto 17 novembre 1918 n. 1078, fossero tenute presenti le speciali condizioni della Basilicata, che ha il triste primato dell'analfabetismo e la necessità di assegnare alla Amministrazione Scolastica Provinciale di Basilicata una somma adeguata all'integrale applicazione della Legge 1911 e al fabbisogno indispensabile per la costruzione degli edifici scolastici. Bilancio preventivo 1919-20. Queste deliberazioni affermavano i propositi del Consiglio, che sentiva quali impellenti doveri avesse verso la classe degli umili. Così, in ottemperanza ai suoi deliberati, nel bilancio preventivo 1919-20 chiedeva per l'esercizio in corso l'istituzione di 33 classi obbligatorie per l'importo complessivo di lire 42.792,40; altre L. 11.730,00 per la istituzione o il completamento del corso popolare in otto comuni, e altre L. 30.000,00 per un maggiore sviluppo del corso popolare nei centri di produzione agraria ai sensi della circolare 20 ottobre 1907. Si richiedevano inoltre L. 8904 per istituire altre sette scuole rurali. Risultava così una somma complessiva di L. 93.426,40, che era il minimo non solo in rapporto ai bisogni reali della scuola, ma anche alle richieste fatte dal Consiglio Provinciale Scolastico con la sua deliberazione del 14 dicembre 1918. Che cosa rispose il Ministero della P. I. Che cosa rispose il Ministero alle richieste dell'Amministrazione? Nulla; anzi tentò d'imporre la soppressione di 39 classi istituite nell'anno 1917-18, quando l'ufficio credeva che vi fosse a disposizione una somma che effettivamente non esisteva. Solo dopo insistenze, il Ministero ha ceduto. Ma perchè tutte le 39 scuole possano funzionare, la somma straordinaria concessa non essendo sufficiente, l'amministrazione provinciale dovrà impegnare la massima parte della somma disponibile per l'istituzione di nuove scuole per l'anno 1920-21. Sicchè per quest'anno, effettivamente, si ha disponibile solo una somma di circa 4 mila lire. Non si son potute perciò istituire nuove scuole; e, se non interverrà prontamente e risolutamente lo Stato, io non so dove si andrà a finire. Intanto i centri urbani e le campagne non hanno, come abbiamo visto, scuole in proporzione al numero degli obbligati; e circa 300 maestri, vincitori degli ultimi concorsi, sono senza occupazione. Doveri dello Stato. Per queste ragioni ho creduto, prima che si facciano le assegnazioni annuali per nuove scuole, richiamare l'attenzione della Deputazione scolastica e del Ministero sulle condizioni reali della scuola elementare in Basilicata; e nella seduta del 26 marzo 1920 ho presentato, e la Deputazione Provinciale Scolastica ha approvato, il seguente ordine del giorno: «La Deputazione scolastica di Basilicata: Considerato che il problema della scuola elementare e popolare, così qual'è in questo periodo ricostruttivo di tutti i valori nazionali, richiede pronte, energiche, radicali riforme, in quanto che in esso s'integrano e culminano tutti i problemi che hanno attinenza con l'elevazione del proletariato; «Considerato che l'Ente istituito per combattere l' analfabetismo degli adulti - quando e se funzionerà con uomini di fede e di azione - non può che in parte minima adempiere l'arduo suo compito, perchè l'analfabetismo più che nell'adulto, per molle ed ovvie ragioni poco adatto ad usufruire dei benefici dell'istruzione, urge combatterlo nei fanciulli, col dare a tutti gli obbligati una scuola degna, cosi nelle città che nelle campagne; «Considerato che per dare al lavoratore un'istruzione adeguata ai suoi bisogni occorre estendere l'obbligatorietà fino al completamento del corso popolare, integrando queste riforme con la refezione scolastica, con biblioteche popolari e con tutte le altre istituzioni sussidiarie della scuola; «Considerato che in Basilicata il 65% della popolazione è analfabeta; «Richiamando le sue deliberazioni del 4 giugno 1913 e del 21 dicembre 1917 circa la necessità di un assetto definitivo dell'edilizia scolastica in Basilicata, e del 14 dicembre 1918 sulla necessità di aumentare i fondi occorrenti per la fondazione di nuove scuole fino ad oggi non potute istituire; «In attesa che il problema scolastico sia risoluto nella sua interezza, giusta i bisogni nuovi di educazione e di cultura; «Delibera: 1. Richiedere all' on. Ministero i fondi necessari a che col nuovo esercizio finanziario ogni comune ed ogni frazione possa avere le scuole richieste dalle necessità indispensabili e proporzionate al numero degli obbligati; 2. Sollecitare la nomina degl'ispettori scolastici in tutte le circoscrizioni relative; 3. Comunicare il presente ordine del giorno a tutti i deputati e senatori della Provincia». Ma, anche quando lo stato concederà tutti i fondi richiesti, si è sicuri che le scuole potranno funzionare? Questa obbiezione mi si faceva da qualche membro della deputazione. Io non mi nascondo tutte le difficoltà che l'istituzione di nuove scuole potrà incontrare per i locali e per l'arredamento. Non di rado, qualche scuola non ha potuto aprirsi perchè i comuni non hanno fornito i locali. Ma deve questo impedire l'adempimento di un dovere così preciso verso i figli del popolo ? Si costringano i comuni inadempienti e si dia facoltà alla Giunta Provinciale amministrativa, di stanziare nel bilancio dei singoli comuni la somma occorrente. E, se i comuni non hanno possibilità finanziarie, assuma lo Stato anche l'obbligo dei locali e dell'arredamento. Maggiori difficoltà e rimedi per vincerle. La difficoltà maggiore non è questa: essa consiste nel far sì che gli obbligati frequentino tutti la scuola, e nel fare che l'alfabeto sia, come disse l'on. Turati Filippo, strumento di contatto e di penetrazione nel mondo sociale. Per combattere l'analfabetismo non basta garantire il certificato di proscioglimento. Chi ha la cognizione meccanica della lettura e della scrittura deve saper adoperare questi mezzi per educarsi ed istruirsi veramente e continuamente, anche, e specialmente, quando non frequenterà più la scuola. Questo bisogno incominciano a sentire gli operai della grande e media industria; e anche i contadini della nostra regione, specialmente nei centri più evoluti, ne hanno la sensazione. Oggi, è vero, solo la metà degli obbligati frequenta in Basilicata la scuola. Ma io son sicuro che i nostri bimbi diventeranno alunni assidui - e saranno gli stessi genitori a renderli tali - il giorno in cui avranno gratuitamente la refezione scolastica due volte al giorno, la carta, i libri, le scarpe, gli abiti, ed altri aiuti. Nè questo è tutto. Perchè l'istruzione sia efficace, occorre diffondere nelle nostre città e nelle nostre borgate libri, giornali e riviste; ma chiari, semplici e piacevoli, rispondenti ai bisogni materiali e spirituali della nostra regione. Doveri dei maestri. Ma quest' opera di vera rigenerazione non può, nè deve essere funzione dello stato. A pessa debbono prima degli altri cooperare i maestri, raccogliendo intorno alla scuola le libere attività dei cittadini, scuotendo il torpore delle classi dirigenti, consigliando, esortando, eccitando ogni energia, sapendo sfruttare ogni operosità. A Milano è sorto, e funziona egregiamente Il Gruppo d'azione per le scuole del popolo. Questo gruppo di maestri cerca di conoscere i bisogni delle scuole, specialmente dei piccoli centri, provvede direttamente in alcuni casi, e aiuta sempre gli sforzi degl'insegnanti per risvegliare i dormienti e utilizzare le energie locali. In pochi mesi questo Gruppo ha già speso diecimila lire; ed anche in Basilicata è giunta la sua voce. Un giovane maestro, operoso e intelligente, Giuseppe Latronico di San Mauro Forte è stato incaricato per la propaganda nella nostra provincia. Mi ha chiesto nomi di maestri volenterosi; io gliene ho indicati alcuni ed ho avuto per lui parole di vivo incoraggiamento. Si uniscano i maestri in quest'opera altamente civile con concordia d'intenti e di propositi, con animo fervido e disinteressato. La Basilicata offrirà loro un campo d'azione irto di difficoltà; ma, se avranno fede e perseveranza, vinceranno tutte le prove. Doveri delle classi dirigenti. La nostra regione, disgraziatamente, non è ricca di attività culturali, e le nostre classi dirigenti non sanno ancora comprendere il dovere che esse hanno verso gli umili e verso i lavoratori. E il modo come funzionano i Patronati scolastici ne è la prova. Ora, bisogna persuadersi che l'educazione e l'istruzione del popolo è un dovere, ma è anche un principio di conservazione. È completamente superata da tempo la convinzione che il lavoratore sia un mezzo di sfruttamento: l'operaio è fattore potente di produzione. E il lavoratore istruito produce di più. È questo un principio che i popoli più progrediti sentono ed applicano. In America, alle grandi fabbriche e alle grandi officine, è quasi sempre unita una scuola, in cui gli operai passano alcune ore del giorno. La nostra borghesia questo non vuole o non sa capire. Essa crede che una lira spesa per l'istruzione e l'educazione del popolo sia perduta, quando non sia dannosa. Guardiamo senza veli la realtà. Questa forza potente e nuova, che viene dalle campagne e dalle officine, sarà feconda di vita e di civiltà, se sarà illuminata; ma sarà elemento di distruzione, se rimarrà chiusa ad ogni luce di sapere e di verità. Questo sopra ogni cosa tengano presente il governo e le classi dirigenti. PEDIO EDOARDO Potenza, 5 aprile 1920

notes alpha

    notes int