Castellano da Bassano

Poema Venetiane pacis inter Ecclesiam et Imperatorem

Castellano da Bassano, notaio e maestro di grammatica, è uno degli autori più significativi della stagione del primo umanesimo padano-veneto che precede la svolta petrarchesca. Coinvolto nelle tensioni politiche dell’area bassanese e bandito nel 1322 per il suo orientamento antiscaligero, trovò rifugio a Venezia, dove proseguì l’attività didattica e si inserì nell’ambiente culturale gravitante attorno alla cancelleria ducale.

In questo contesto compose, nel 1331, il Poema Venetianae pacis inter Ecclesiam et Imperatorem, un poema epico in due libri dedicato al doge Francesco Dandolo e incontrato sul racconto della pace del 1177 tra Federico Barbarossa e papa Alessandro III. L’opera rielabora in esametri latini la medesima vicenda già narrata in prosa da Bonincontro de’ Bovi, ma ne innalza significativamente il registro, trasformando una memoria civica in materia epica di ambizione umanistica. La Repubblica vi è presentata come mediatrice provvidenziale tra Impero e Papato, garante dell’ordine cristiano e artefice di una riconciliazione destinata a fondare simbolicamente il suo ruolo nel sistema politico europeo.

Rispetto alla cronaca notarile di Bonincontro, il poema di Castellano segna un vero e proprio salto di scala: la scelta del genere epico, l’adozione di un linguaggio classicizzante e la dedica al doge collocano l’opera entro un programma culturale più ampio, sostenuto anche da una remunerazione ufficiale deliberata dal Maggior Consiglio. La narrazione della pace del 1177 non è dunque soltanto celebrazione, ma operazione consapevole di riscrittura in chiave alta e letterariamente controllata della “leggenda di Stato” veneziana, contribuendo a consolidare uno dei nuclei fondativi del nascente mito di Venezia.

In questa prospettiva il poemetto rivela una marcata consapevolezza autoriale. Castellano, umanista formatosi nell’ambiente padano e politicamente schierato contro l’egemonia scaligera, non si limita a trasporre una tradizione già esistente, ma la riorganizza secondo modelli classici e la inserisce entro una cornice ideologica coerente con il progetto politico della Repubblica che lo aveva accolto. L’opera si configura così come il frutto di un’intenzionale integrazione tra ambizione letteraria e partecipazione alla cultura politica veneziana: la memoria della pace del 1177 diventa, attraverso la mediazione dell’autore, uno strumento di autorappresentazione ufficiale, capace di coniugare erudizione umanistica e costruzione dell’identità collettiva veneziana.