Francesco Patrizi - De gerendo magistratu

Nota al testo

1. I testimoni

Allo stato attuale della ricerca, il testo, tuttora inedito, risulta trádito da dodici manoscritti, tutti databili tra la seconda metà del XV e il XVI secolo. Agli otto testimoni già individuati da Paola de Capua sulla base dell’Iter Italicum del Kristeller (de Capua 2014, p. 345 s.), ho potuto aggiungere quattro ulteriori testimonianze, che ampliano in misura non trascurabile la base documentaria utile all’edizione critica del testo.

Gli otto mss. precedentemente censiti sono:

  • Berlino, Staatsbibliothek, Preussischer Kulturbesitz, cod. Lat. qu. 611 (già Phillipps 10109);
  • Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, cod. Magl. XXXII 39;
  • New Haven, Yale University, Beinecke Library, cod. Marston 147;
  • Roma, Biblioteca Casanatense, cod. 1549;
  • Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XI 80 (3057);
  • Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XIV 262 (4719);
  • Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XIV 265 (4501);
  • Vicenza, Biblioteca Comunale Bertoliana, cod. 43 (già 6. 7. 31).

A essi ho potuto affiancare:

  • Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. Lat. 7179;
  • Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, cod. L 69 sup.;
  • Roma, Biblioteca Angelica, cod. 1377;
  • Trento, Archivio Diocesano Tridentino, Biblioteca Capitolare, cod. 42.

L’individuazione dei quattro nuovi testimoni è avventa attraverso un controllo incrociato dei principali repertori e cataloghi manoscritti, che hanno permesso di riconoscere il testo patriziano anche sotto titoli non uniformi o non immediatamente coincidenti con quello tràdito dalla tradizione principale. Non si può naturalmente escludere che ulteriori manoscritti dell’epistola siano ancora conservati, ma non sono noti a chi scrive.

2. Descrizione dei manoscritti

B – Berlino, Staatsbibliothek, Preussischer Kulturbesitz, cod. Lat. qu. 611 (già Phillipps 10109), cc. 1r-8r (ms. esaminato in fotoriproduzione).

Membr., cc. I + 8 + I, mm 255 × 175, databile alla seconda metà del XV secolo. Il codice presenta una doppia cartulazione a matita, entrambe nell’angolo in alto a destra: la prima numera le carte contenenti l’epistola da 1 a 8; la seconda conta progressivamente i lati recto e verso a partire da 1, numerandoli da 1 a 20. Scrittura umanistica a piena pagina, con 28 linee per carta. Le cc. 7v-8 sono bianche. Il ms. doveva originariamente far parte di un’unità codicologica più ampia, come mostrano i fori di cucitura. La legatura è in cartone.

Contiene esclusivamente l’epistola de gerendo magistratu, preceduta dal titolo rubricato: «Franciscus Patricius civis senensis Achilli Petrucio civi senensi s. p. d. epistola de gerendo magistratu»; rubricata anche la lettera iniziale Q. Sul verso del primo foglio di guardia si legge, di mano posteriore: «Franciscus Patricius Civis Senensis Achilii Petrucio eiusdem Senensis s. p. d. epistola de gerendo magistratu»; sul recto dell’ultimo foglio di guardia compare invece la nota: «Ordini del commune». Alle cc. 1r, 7r, 8v è impresso il timbro circolare «Ex Biblioth. Regia Berolinensi»; al c. 1r si conservano resti di un timbro abraso. Il catalogo della serie Manuscripta latina della Staatsbibliothek (ms. Cat. A 557, 1887, c. 81r) informa che il ms. proviene dalla biblioteca di Sir Thomas Phillipps e fu acquistato dalla Staatsbibliothek nel 1908.

Bibliografia: Kristeller, III, p. 478b.


F – Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, cod. Magl. XXXII 39, cc. 14r-18r.

Cart., cc. III + 114 (di cui le prime due non numerate) + II, mm 298 × 112, databile all’ultimo quarto del XV secolo. Il codice presenta una cartulazione antica, in cifre romane, collocata nell’angolo superiore destro del recto, cui si affianca una numerazione moderna, anch’essa in cifre romane, introdotta per correggere gli errori della prima: tra la c. 3 e la c. 4 è infatti inserita una carta bianca contrassegnata come 3bis, mentre la c. 9 risulta omessa. Ciascuna carta è disposta su 48 linee, entro uno specchio di scrittura di mm 286 × 108. Restano bianche le cc. 56, 57, 61, 71-76, 81-108, 110-112. Il ms. è una miscellanea vergata da un’unica mano in un’umanistica dal ductus rapido. Le due carte iniziali non numerate recano, nell’ordine, i seguenti elementi: al centro di c. 1r compare la segnatura del codice, «cl. XXXII. 6. 39 Var.»; a c. 1v si leggono un passo dell’Institutio oratoria di Quintiliano (Inst., II 9, 1: «Plura de officiis docentium locutus discipulos in (sic) unum interim moneo [...] nisi sociata tradentis accipientisque concordia»), l’epitaffio in memoria di Carlo Marsuppini (1453), Siste vides magnum quae servant marmora vatem, e un brano dell’orazione pronunciata da Catone, Nolite existimare maiores nostros armis rem publicam ex parva magnam fecisse, tratto dal Bellum Catilinae di Sallustio; c. 2 contiene l’indice del ms., di mano del copista. Il medesimo indice fu trascritto nuovamente nel 1670 sul recto e sul verso della seconda carta di guardia da uno dei possessori del ms., Carlo di Tommaso Strozzi (1587-1670), come attesta la sottoscrizione presente nella seconda carta preliminare non numerata: «Del sen(atore) Carlo di Tommaso Strozzi 1670». La legatura è moderna, in tela con punte e dorso scoperto a cinque nervature in cuoio. Sul dorso in pelle, nonostante la rifilatura del margine superiore, si legge ancora in caratteri maiuscoli dorati: «epistolar[ius] / orationes».

L’epistola del Patrizi occupa le cc. 14r-18r; ai margini del testo sono segnalate le principali virtutes tematizzate nel trattato, come ad esempio de iustitia, de fortitudine, de constantia, de prudentia. Dal contenuto del codice si desume un possibile terminus post quem al 1483, in relazione alla presenza, a c. 54v, della lettera dei Veneziani a Sisto IV, da collocare nel contesto della crisi della guerra di Ferrara; termine confermato anche dalla presenza dell’orazione di Bernardo Giustiniani a Sisto IV (c. 69r), Bernardi Iustiniani, Leonardi oratoris filii, legati veneti, oratio habita apud Sixtum IIII pontificem maximum.

Bibliografia: Kristeller, I, p. 141a; de Capua 2014, p. 224.


R – Roma, Biblioteca Casanatense, cod. 1549, cc. 51r-57v.

Cart., di cc. IV + 120 + III (membranacee le cc. IV e I′, verosimilmente già adibite a controguardie), mm 212 × 144, databile tra il 1466 e la fine del XV secolo. Il ms. conserva due serie di numerazione: la più antica, a penna, è tracciata nell’angolo superiore destro del recto e arriva a 119, con ripetizione del numero 86; la più recente, impressa con numeratore meccanico, è collocata nell’angolo inferiore destro del recto e presenta l’omissione della c. 65. Il testo è disposto a piena pagina su 27 linee di scrittura. Bianche le cc. I-II, IIIv, 50v, I’r-IIIv. Legatura ottocentesca in pergamena su assi di cartone, con titolo impresso sul dorso.

L’epistola del Patrizi è alle cc. 51r-57v, vergata in un’umanistica corsiva accurata. A c. 51r una mano del XVI secolo interviene a correggere l’erroneo titolo apposto dal copista: al posto di Donati Acciaioli epistola consolatoria ad Pandulphum Pandulphinum morte parentis, che era riferito a un testo precedente, si legge infatti Francisci Patricii Achilli epistola consolatoria ad Petrucium de morte parentis; l’ultimo segmento della rubrica fu poi ulteriormente corretto dalla medesima mano in de recta administratione Reipublicae.

Bibliografia: Moricca Caputi, I, p. 112; Sanzotta 2015, pp. 124-127; Soudek 1968, p. 118; Kristeller, II, p. 102; Bertalot 2004, II/2, p. 982; Aiello-Ceccopieri-Florio 2005, pp. 256, 258, 260, 271; Hankins 1997, p. 162.


Ve – Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XI 80 (3057), cc. 325v-328r.

Cart. e membr., di cc. IV cart. + 402 membr. + II cart, mm 142 × 105, databile alla metà del XV secolo. Un’antica numerazione a penna in cifre arabe, nell’angolo superiore destro del recto, numera regolarmente le carte da 1 a 402. I fascicoli, di varia consistenza ma per lo più senioni, recano una segnatura progressiva indicata con la sigla Q, da Q1 a Q39; richiami orizzontali. Il ms. è una miscellanea vergata da più mani in umanistica corsiva; una sola di esse trascrive l’epistola al Petrucci, disposta entro 44 linee di scrittura e corredata da note marginali della stessa mano. Legatura settecentesca in pelle; sul dorso si legge, impresso in oro, il titolo: «opuscola | varia | saec. XV». Il codice proviene dalla Biblioteca Naniana (ex Nan. lat. 95). Zorzanello segnala (notizia ripresa anche dal Kristeller) che «il Mittarelli tenne copia di questo cod(ice) nel ms. 1130 di San Michele Muriano del quale molte cose pubblicò testualmente nel suo catalogo».

Contiene l’epistola ad Achille Petrucci de gerendo magistratu, corredata da frequenti maniculae e marginalia utili a segnalare fonti, integrazioni e concetti chiave (cc. 325v-329r); vi si leggono inoltre altre lettere del Patrizi (cc. 179v-209r) riconducibili al corpus folignate. Alle cc. Ir-IVr si conserva un’antica tavola dei contenuti, in cui, a c. IIIr, compare la voce: «Franciscus Patritii Achilli Petrucio de regendo (sic) magistratu».

Bibliografia: Morelli, pp. 104-117; Mittarelli, pp. 853-857; Kristeller, II, p. 254; Zorzanello 1980, pp. 518-536; Avesani 1964, pp. 5-6; Poggio, Lettere, pp. LXIV-LXV; Gualdo Rosa 2004, pp. 240-241; de Capua 2014, pp. 227-228.


Ve1 – Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XIV 262 (4719), cc. 67r-70v.

Cart., di cc. 161, mm 210 × 155, databile tra il XV e il XVI secolo. Numerazione moderna a matita nell’angolo superiore destro del recto. Il ms. è una miscellanea di fascicoli di formato non uniforme, contenente per lo più testi umanistici di carattere epistolare, copiati da più mani. La sezione patriziana occupa i fascicoli IV e V, entrambi strutturalmente riconducibili a senioni; ogni carta consta di 27 linee. La mano che trascrive gli scritti del Patrizi è unica e si avvale di un’umanistica corsiva. Il fascicolo IV corrisponde alle cc. 61r-66v; le cc. 65-66 sono bianche. Il fascicolo V, corrispondente alle cc. 67r-90v, risulta formato da due senioni consecutivi, ma presenta una lacuna materiale dovuta alla caduta di una carta tra le cc. 67v e 68r; alla fine del primo senione, a c. 78v, si osserva, difatti, un segno di rimando verticale che non trova riscontro nell’assetto attuale del fascicolo. Legatura ottocentesca in mezza pelle.

Oltre all’epistola del Patrizi De gerendo magistratu (cc. 67r-70v), il ms. contiene l’egloga De Christi nativitate alle cc. 61r-64v e soprattutto, allo stato attuale, è l’unico testimone pervenuto di altre quattro lettere di Francesco Patrizi ad Achille Petrucci, tutte di argomento filosofico e databili a un periodo di poco anteriore all’epistola politica, ossia all’autunno del 1445, tra settembre e dicembre. Esse documentano la fase di formazione filosofica del giovane Petrucci: una lettera sull’antica e nuova Accademia, inc. Si vales, bene est, ego quidem valeo. Cum Tusculanas quaestiones divine prope a Cicerone scriptas (cc. 75v-77v); una sulle sette presocratiche, inc. Si vales, bene est; ego quidem bene valeo. Existimabam longiusculis illis (cc. 77v-80v); una sulle scuole cirenaica, cinica e stoica, inc. Si vales, bene est; ego quidem valeo. Crederet fortasse quispiam me ruri (cc. 80v-83v); e una sulla dottrina aristossenica dell’anima, inc. Saepe numero a me non verbis solum sed litteris etiam efflagitasti (cc. 71r-75v). Segue inoltre una quinta lettera, indirizzata ad Antonio di Cristoforo, identificabile con il giovane Antonio Ilicino, già ricordato nella terza come tramite fra Patrizi e Petrucci e destinatario del carme patriziano Cantus fatui de origine musices ad Antonium Ilicinum (Smith 1966, p. 99). Per una puntuale ricostruzione del gruppo epistolare e una prima analisi delle singole lettere si rinvia allo studio di Paola de Capua (de Capua 2014, pp. 40-41 e pp. 343-345); la lettera alle cc. 75v-77v è stata pubblicata da Charles Schmitt (Schmitt 1972, pp. 172-177), che l’ha esaminata in rapporto alla diffusione dello stoicismo e alla ricezione degli Academica ciceroniani.

Merita particolare rilievo, come già osservava de Capua, la nota che il copista trascrive a c. 80v, immediatamente prima della lettera sulla scuola cirenaica, cinica e stoica, rinviando a quanto si leggeva alla fine di una precedente epistola, dopo la data del 6 ottobre 1445: «Vale, ruri, pridie nonas octobres 1445» (cfr. de Capua 2014, p. 344):

in fine superioris epistulae scriptum erat: «Quod multa in superiore epistula et deleta et inducta et superscripta sunt, nullae tibi admirationi sit; habes enim primum archetipum, ut ita dicam. nam cum difficultate, ut nosti, scribo, quocirca tempus novae inscriptioni conterere nolui nec alteri cuipiam demandavi, siquidem sepenumero mihi iureiurando confirmasti te, antequam legeris quascumque a me exceperis, scissurum si alia quam me chirographo easdem esse cognoveris. Quare aequo animo litteras hasce perlege,  πᾶσιν ἔρρωσθε.

La nota allude allo stato materiale di una lettera precedente, caratterizzata da correzioni, cassature e sovrascritture, e definita, con espressione approssimativa ma significativa, primum archetipum. Essa lascia intendere che il destinatario avesse tra le mani un esemplare non rifinito, prossimo a una minuta d’autore o comunque ancora segnato da interventi redazionali. Tale indicazione metatestuale va tuttavia precisata alla luce di quanto si legge, invece, a c. 84r, nella chiusa della lettera ad Antonio Ilicino: «Et haec hactenus. Nam quae de me rogitas, adeo clara sunt adeoque in medio posita, ut nequaquam explicatione mea indigeat. Sed haec clanculum tecum ut legas oro. Sunt enim minus apposite scripta. Nam inter obeunda negocia librario celeriter exaranti dictitata sunt. Vale». Da quanto afferma lo stesso Patrizi, i materiali del dossier potevano essere prodotti secondo modalità diverse e almeno uno dei testi fu dettato rapidamente a un librarius e non vergato direttamente da lui; ragion per cui il testo tradito da Ve1 non sarebbe necessariamente prossimo all’autografo.

Bibliografia: Kristeller, II, p. 250; Zorzanello 1980, pp. 461-464; Gualdoni 2004, p. 685; Scruzzi 2010, p. 288; De Keyser 2015, pp. 78-87; de Capua 2014, p. 234.


Ve2 – Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XIV 265 (4501), cc. 161r-166v.

Cart., di cc. IV + 214 + II, mm 208 × 154, del XVI sec. Numerazione in cifre arabe nell’angolo superiore destro del recto; una seconda numerazione è apposta nell’angolo sinistro inferiore del verso. A c. 29 è incollato un foglietto a stampa numerato 29bis. Miscellanea di epistole e orazioni, copiata da più mani. Legatura in mezza pelle del XIX secolo. Per la storia del codice, l’ex libris sul contropiatto anteriore attesta che esso fu donato da Rawdon Brown nel 1843. A c. 213v si legge la nota di possesso di Marin Sanudo: «est Marini Sanudi Leonardi filii». La stessa nota, insieme con la struttura della cartulazione, mostra che l’attuale codice fu in passato unito al successivo Lat. XIV 266 sotto l’antica segnatura 1170; lo conferma il fatto che il Lat. XIV 266 riprende la numerazione da 211 e che alla fine di esso si conserva un indice riferito al contenuto di entrambi i manoscritti. A Marin Sanudo si devono inoltre varie porzioni copiate di sua mano, segnalate da Zorzanello: cc. 29-37, 95, 115, 124-125, 142v-143r, 157v-159v, 169-191.

Il testo di Francesco Patrizi occupa il fascicolo X, alle cc. 161r-166v. Si tratta di un fascicoletto autonomo di 8 carte (cc. 161-168), di cui le ultime due sono bianche, vergato da un’unica mano in umanistica corsiva, con 27 linee per pagina. L’epistola è preceduta da una rubrica in rosso: Franciscus Patricinus (sic) senensis Achilli petrucio s. p. d. / Epistola elegans in qua ostendit qualis se habere debeat in gerendo magistratu ut pretura si designata; lo spazio destinato alla lettera incipitaria è lasciato in bianco.

Bibliografia: Zorzanello 1980, pp. 476-481; Kristeller, II, p. 269a; Barbaro, Epistolario, p. 323; de Capua 2014, p. 232; Sagundino, Oratio, pp. LXXXIII-LXXXIV.


Vi – Vicenza, Biblioteca Comunale Bertoliana, cod. 43 (6. 7. 31), cc. 96r-111r.

Cart., di cc. I + 209 + I, mm 154 × 107, databile alla seconda metà del XV secolo. La cartulazione, coeva ma irregolare (con salti come nel caso di c. 99) è in cifre arabe nell’angolo superiore destro del recto. Rigatura a secco, con testo disposto a piena pagina su 21 linee di scrittura. Il codice è una miscellanea umanistica, copiata in una nitida corsiva umanistica; alla medesima mano si devono anche le note marginali. A c. 1r si apre un’iniziale vegetale a bianchi girari in oro su fondo azzurro; altrove ricorrono iniziali semplici in rosso e azzurro e titoli rubricati in rosso. Legatura ottocentesca in assi di cartone.

L’epistola di Francesco Patrizi occupa le cc. 96r-111r: è introdotta dalla rubrica in rosso Francisci Patricii ad Achillem Petruccium de regendo magistratu admonitio perutilis e presenta una lettera iniziale in inchiostro blu, alta due linee di scrittura; il copista annota a margine fonti riconosciute o passi ritenuti notevoli.

Bibliografia: Mazzatinti, II, pp. 73-74; Kristeller, II, p. 302a; Giovè Marchioli-Granata-Pantarotto 2007, p. 33; de Capua 2014, p. 232.


Y – New Haven, Yale University, Beinecke Library, cod. Marston 147, cc. 61r-65r (ms. esaminato in fotoriproduzione, consultabile sul sito della Yale Library all’indirizzo: https://collections.library.yale.edu/catalog/10269756).

Cart., di cc. I (membr.) + 70 + I (membr.), mm 286 × 214, databile alla seconda metà del XV secolo. Presenta una doppia numerazione moderna a matita, in cifre arabe, apposta sul recto di ciascuna carta: una, collocata nell’angolo inferiore destro, numera continuativamente le carte da 1 a 70; l’altra posta nell’angolo superiore destro presenta diversi salti, relativi alle cc. 23-30, 32-40, 42-50, 52-60, 62-65, 67-69). Miscellanea composita, raccolta in sette fascicoli e vergata in una chiara umanistica da due mani diverse: la prima alle cc. 1-60, la seconda alle cc. 61-70. Sono presenti note marginali delle medesime mani. Bianche le cc. 60, 65v-70v. I due fogli membranacei, aggiunti rispettivamente uno all’inizio e l’altro alla fine del ms., conservano con ogni probabilità il frammento di un messale del XII secolo, con lettere capitali e rubriche in rosso. Sul recto del primo foglio compare in particolare un’annotazione del decano Sebastiano Zucchetti, attivo a Pisa tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Legatura con coperta in carta marmorizzata gialla; sul dorso si legge la titolazione: Liber / Eutro / pii / de / Regib(us) / Rom(anorum) et / de / orig(ine) / impe / rii. Sul piatto anteriore sono inoltre impressi gli ex libris di due precedenti possessori del codice: Jacobi P. R. Lyell (1871-1943), che acquisì il manoscritto nel 1936, e Thomas Ewart Marston (1904-1984) che lo acquistò nel 1957.

Alle cc. 1r-59v è trasmesso il Breviarium ab urbe condita di Eutropio, trascritto dalla prima mano: inc. Liber Eutropii de Regibus Romanorum et de origine imperii feliciter incipit; expl. Finit Eutropii Historia laus Deo. In questa sezione gli spazi destinati alle iniziali dei singoli libri sono rimasti in bianco, come attestano le lettere guida tracciate nel margine sinistro. Alle cc. 61r-65r segue, vergata dalla seconda mano, l’epistola del Patrizi; ad essa è accodato un estratto dell’Institutio oratoria di Quintiliano (II 9, 1), presente anche in F.

Bibliografia: Kristeller, V, p. 287b; Faye-Bond 1962, p. 81.


V – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. Lat. 7179, cc. 62r-67r (ms. esaminato in fotoriproduzione, consultabile sul sito della Vatican Library all’indirizzo: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.7179).

Cart., di cc. 443, databile complessivamente ai secoli XV-XVII. Si tratta di una raccolta fattizia di 23 unità manoscritte, di formato e cronologia diversi.

L’epistola di Francesco Patrizi, priva di titolo e dell’inscriptio epistolare, occupa le cc. 62r-67r ed è vergata umanistica corsiva. A c. 67r, in calce al testo, si legge una sottoscrizione del copista, di non agevole decifrazione: «Hanc epistolam frater Hieronymus de Ranchia ordinis fratrum Sacre Crucis Celestinorum exaravit ad laudem honoremque Domini nostri Iesu Christi. Et fuit sub anno temporeque domini nostri pontificatus […] sua divina providentia papa quarti. Hora prima noctis vigilia sancti Nicolai die quinta decembris. M° cccc[c]° L9».

La sottoscrizione pone alcuni problemi. Allo stato attuale della ricerca non mi è stato possibile reperire ulteriori notizie sul copista, il frater Hieronymus de Ranchia, appartenente all’ordine dei Celestini. Anche la datazione, per quanto plausibile, non è priva di difficoltà: pur ipotizzando la caduta di una 'c' e leggendo quindi 1559, resterebbe incongruente il giorno indicato, la vigilia di san Nicola, cioè il 5 dicembre, poiché Pio IV fu eletto soltanto poco dopo, nella notte di Natale di quello stesso anno.  

Bibliografia: Valentini 1906, pp. 495-496; Wheelock 1935, p. 98 e pp. 115-122; Kristeller, II, p. 383; Buonocore 1992, pp. 250-251; Les manuscrits classiques latins, pp. 657-659.


M – Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, cod. L 69 sup., cc. 50r-57v.

Membr., di cc. V + 263 + IV, mm 255 × 180, della seconda metà del XV secolo. Numerazione in cifre arabe nell’angolo superiore destro del recto. Rigatura a secco con specchio di scrittura a piena pagina, su 28 linee, vergato in nitida umanistica. A c. 2r si apre un’iniziale in oro su bianchi girari; nel margine inferiore figurano uno scudo miniato fra le lettere G e V. A c. 1v si legge un indice del ms. di mano di Antonio Olgiati, prefetto della Biblioteca Ambrosiana; un secondo indice, di mano secentesca, occupa le cc. IIr-IVv. L’epistola di Francesco Patrizi è trasmessa alle cc. 50r-57r, con il titolo rubricato: De gerendo magistratu et quibus uti et a quibus abstinere debeamus.

Bibliografia: Kristeller, I, pp. 333-334; Ceruti, IV, pp. 38-43; Tremolada 1988, pp. 17-18.


R1 – Roma, Biblioteca Angelica, cod. 1377, cc. 44r-50r.

Cart., di cc. VI + 164, mm 210 × 147, del XV secolo. Numerazione a matita nell’angolo superiore destro del recto.

L’epistola del Patrizi, trasmessa alle cc. 44r-50r, è preceduta dal titolo in capitale umanistica Epistola elegans Achilli Petrucio in qua ostendit qualis se habere debeat in gerendo magistratu vel pretura sibi designata con iniziale maggiore calligrafica e rubricata in rosso. In più punti compaiono manicule, marginalia e parole-guida che segnalano i nuclei concettuali del discorso, ad esempio virtù come iustitia, fortitudo, temperantia, constantia, pudor, e simili.

Bibliografia: Narducci, I, pp. 582-584; Bertalot 1985, I, p. LII; Hankins 1997, p. 160.


T – Trento, Archivio Diocesano Tridentino, Biblioteca Capitolare, cod. 42, cc. 39v-44r.

Cart., di cc. II + 236, mm 298 × 206, ultimo quarto del sec. XV. Numerazione moderna a matita nel margine superiore destro del recto estesa anche alle cc. di guardia, con progressione complessiva fino a 238. Miscellanea composita costituita da tre unità codicologiche assemblate, contenente epistole e orazioni. Scrittura umanistica corsiva; titoli in rosso e spazi riservati per iniziali. Legatura coeva su assi in legno con coperta in pelle/mezza pelle.

L’epistola del Patrizi si conserva nella seconda unità codicologica, alle cc. 39v-44r, preceduta dal titolo rubricato: Francisci Patricii ad Achillem Petruccium de regendo magistratu admonitio per utilis.

Bibliografia: Kristeller, II, pp. 189-190; Paolini 2010, pp. 69-70.

3. Rapporti tra i testimoni

Nessuno dei testimoni collazionati è riconoscibile come autografo o idiografo: non si rilevano elementi materiali o paratestuali che consentano di attribuire la scrittura alla mano del Patrizi, né segni sicuri di una sua revisione diretta. La tradizione non conserva errori monogenetici comuni a tutti i codici. Ciò nonostante, la fisionomia complessiva della recensio induce a ipotizzare l’esistenza di un antecedente comune perduto, identificabile con l’autografo, la cui facies sembra potersi intravedere almeno in un punto particolarmente significativo. Si tratta del caso di § 16, dove la tradizione offre una dispersione di lezioni difficilmente spiegabile se non a partire da una forma originaria difficile o divenuta opaca: exandare in B F R Y V, con Ve1 lacunoso per caduta di carta; superare in Vi T; exundare in R1 Ve2; exaudire in M, ex… in Ve. Di fronte a tale quadro, la lezione exanclare, pur non attestata direttamente dai testimoni conservati, ma prossima paleograficamente a exandare per il possibile fraintendimento della sequenza -cl con -d, può essere recuperata ope ingenii come forma verosimilmente originaria. La distribuzione delle varianti configura infatti un tipico caso di diffrazione in absentia: una lezione non compresa dai copisti avrebbe generato varianti o diverse sostituzioni banalizzanti. Exanclare è forma rara e marcata, riconducibile al lessico retorico spiegato nell’Institutio Oratoria di Quintiliano (Inst., I, 6, 39-40): 

Verba a vetustate repetita non solum magnos adsertores habent, sed etiam adferunt orationi maiestatem aliquam non sine delectatione: nam et auctoritatem antiquitatis habent et, quia intermissa sunt, gratiam novitati similem parant. XL. Sed opus est modo, ut neque crebra sint haec nec manifesta, quia nihil est odiosius adfectatione, nec utique ab ultimis et iam oblitteratis repetita temporibus, qualia sunt “topper” et “antegerio” et “exanclare” et “prosapia” et Saliorum carmina vix sacerdotibus suis satis intellecta.

È un’ipotesi tanto più plausibile in un autore come Patrizi, che dell’oratore latino ebbe conoscenza diretta e approfondita, al punto da ricavarne anche un’epitome per Francesco Tranchedini, primogenito di Nicodemo, cancelliere sforzesco, e destinata a una discreta circolazione (de Capua 2014, pp. 102-107; Covini 2019). L’epitome, conservata in almeno quindici manoscritti, fu data alle stampe a Parigi nel 1554 presso Guillaume Morel, sotto il nome di Pier Paolo Vergerio, al quale l’aveva erroneamente attribuita l’editore Jean du Tillet (Bassi 1894, pp. 385-470; Hankins 2025, p. 342).

La collazione dei testimoni ha consentito di distinguere, dunque, due rami principali, α e β, di diversa consistenza probatoria. La fisionomia di α emerge soprattutto da un fascio di accordi significativi, non tutti dello stesso peso e, presi singolarmente, passibili di poligenesi, ma nel loro insieme convergenti. In particolare i testimoni riconducibili ad α:

  • conservano la citazione platonica in greco (§ 43) ἀσκεῖται δὴ τὸ αεὶ τιμώμενον, ἀμελεῖται δὲ τὸ ἀτιμαζόμενον (Plat. Resp. 551a4), che in β è invece omessa oppure sostituita da una resa latina;
  • presentano la lezione omnes (§ 59), contro omnis di β;
  • condividono la lezione exandare (§ 16), ad eccezione di Ve1, lacunoso in quel punto.

3.1. Il ramo α

All’interno di α si riconosce anzitutto il sottogruppo F R Y, individuabile sulla base di reciproche concordanze significative. Esso appare caratterizzato, in primo luogo, dalla conservazione di lezioni verosimilmente più antiche o meno banali e, più in generale, da un dettato nel complesso più sorvegliato e accorto rispetto a quello degli altri testimoni: (tit.) Franciscus Patritius Achilli Petrucio s. p. dicit; (§ 59) omnes contro omnis β; (§ 43) la conservazione della citazione greca e (§ 11) diutinis contro diutius. Alla medesima tipologia di accordi rinvia anche (§ 59) magistratu tuo contro tuo magistratu della restante tradizione; significativo, qui, il comportamento di F, che sembra aver scritto inizialmente tuo magistratu, per poi espungere tuo e reinserirlo dopo magistratu. Altre concordanze legano più strettamente F e Y: (§ 8) tuo hoc contro hoc tuo; (§ 35) aeque omnibus contro omnibus aeque del resto della tradizione (ad eccezione di Ve che omette aeque e M che omette omnibus); concordanza, che acquista particolare rilievo perché anche R leggeva originariamente aeque omnibus, prima di correggere secondo l’ordine della restante tradizione.

A questi elementi testuali si aggiungono affinità non trascurabili sul piano della confezione libraria e del contenuto miscellaneo. F e R presentano un contenuto simile in parte sovrapponibile. In entrambi ricorrono almeno i seguenti testi: due componimenti mariani, cioè l’inno alla Vergine di Gregorio Tifernate (F, c. 28v; R, cc. 16v-17v) e l’orazione metrica alla Vergine, anepigrafa, di Porcelio de’ Pandoni (F, c. 29; R, cc. 17v-18v); l’epistola consolatoria di Donato Acciaiuoli a Pandolfo Pandolfini in obitu patris sui (F, c. 30r-31r; R, cc. 18v-21v); ancora di Donato Acciaiuoli, l’orazione indirizzata a papa Sisto IV in occasione della sua elezione, il 3 ottobre del 1471 (F, cc. 77v-80v; R, cc. 46r-50r); epigramma a Pio II di Giovanni Antonio Campano (F, cc. 5r-6r; R, cc. 67r-69r); nonché la coppia costituita dalla lettera di Alfonso d’Aragona ai Fiorentini, contenente la dichiarazione della nuova guerra mossa contro Firenze nel 1452 (F, c. 11v; R, c. 77v), e dalla relativa risposta dei Fiorentini (F, cc. 12r-13v; R, cc. 78r-80v). Non solo: subito dopo l’epistola di Francesco Patrizi, trasmessa in R alle cc. 51r-57v e vergata dalla mano principale in un’umanistica corsiva, compare, anepigrafa, la medesima orazione di Antonio da San Gimignano per Francesco Useppio, capo dei capitani del partito guelfo di San Gimignano (R, cc. 58r-60r), attestata anche in F (cc. 58r-59v): M. Antonii Geminianensis oratio ad splendidum equitem Franciscum concivem coram populo in foro habita feliciter (Morici 1901, pp. 41 e 45-46; Fioravanti 2021, p. 272 n. e p. 285 n.).

Y, nello specifico, conferma la sua stretta dipendenza da questo nucleo. Da un lato trasmette, dopo l’epistola del Patrizi, lo stesso estratto dell’Institutio oratoria di Quintiliano (II 9), presente anche in F; dall’altro presenta una serie di errori e innovazioni proprie che inducono a considerarlo un descriptus di F:

(§ 6) absum] adsum Y; (§ 14) nihil bonum nisi quod honestum rursusque] om. Y per saut du même au même; (§ 20) vultus] vultum Y; (§ 39) quoad] quod Y; (§ 43) factu] factum Y; (§ 43) Graeca corrupte scr. Y; (§ 52) his est] est his Y; (§ 18) crudelissimus] cruditissimus Y; (§ 71) sciam] scio Y.

Quanto a Ve1, unico testimone che tramanda anche le altre quattro epistole coeve inviate dal Patrizi ad Achille Petrucci, esso condivide con F R Y le lezioni diutinis, omnes e la citazione greca, e va pertanto assegnato con buona probabilità a questo lato della tradizione. Presenta tuttavia anche varianti proprie, tra cui docent per decent (§ 71); commemorare per connumerare (§ 71); l’omissione della clausola finale Vale et communes amicos nostros omni studio tueare. Iterum vale. Ex Corfinio idibus ianuariis (§ 74). In due punti Ve1 concorda poi con testimoni estranei al ramo: legge excellendas per excolendas (§ 14), in coincidenza con R1 Ve2, e omette ac fortissimorum (§ 31), in coincidenza con Ve2. Si tratta, tuttavia, di accordi deboli e isolati che non autorizzano a postulare un’ipotesi di contaminazione. Più significative sono invece tre innovazioni singolari legate al medesimo lemma: (§ 43) virtuosis] virtute affectis Ve1; (§ 43) virtuosi et bonis] virtute bonisque Ve1; e (§ 44) virtuosi sint] virtute habundent Ve1. Queste forme sembrano denunciare una tendenza individuale alla parafrasi esplicativa di un termine come virtuosus, evidentemente percepito come inusuale, piuttosto che un rapporto particolare con un altro ramo della tradizione.

Entro α vanno collocati anche B V, che costituiscono un nucleo secondario e riconoscibile. I due mss. condividono infatti una serie di errori congiuntivi significativi:

(§ 11) diutinis] diutius B V; (§ 18) gloriosum est] gratiosum est B V; (§ 38) abnegetur] abnegatur B V; (§ 46) et Achille] om. B V; (§ 65) belli] om. B V; (§ 39) aut contra rem publicam] om. B V per saut du même au même; (§ 57) aequi bonique] aequi boni B V; (§ 50) indicavit] iudicavit B V; (§ 65) sunt] om. B V; (§ 67) deinde] denique B V; (§ 70) plurimas] publicas B V; (§ 71) decent] deceant B V

La collocazione di B V entro α è sostenuta dall’assenza delle innovazioni caratteristiche di β e dagli accordi in exandare e omnes, cui si aggiunge, almeno per B, la conservazione della citazione greca. La lezione diutius per diutinis, pur condivisa con β, non basta infatti a spostare B V su quel ramo, poiché può spiegarsi come banalizzazione indipendente; rappresenta, però, un significativo tratto separativo rispetto al nucleo F R Y e a Ve1.

Il rapporto tra B e V appare, inoltre, fortemente asimmetrico. B presenta rispetto a V uno scarto isolato, (§ 62) probatque per probaturque, facilmente interpretabile come innovazione indipendente; V, al contrario, accumula un numero ben più consistente di errori propri:

(§ 1) magistratum] magistrum V; (§ 1) litteris ad te mittere destinavi] praescribere destinavi V; (§ 3) volutare] voluptare V; (§ 4) efficere] facere V; (§ 7) Est] Erat V; (§ 9) rei publicae nostrae] om. V; (§ 9) quinquagenario altero, altero quadragenario] altero quadragenario, altero quinquagenario V; (§ 8) velim] vellem V; (§ 6) ingentissimo] ingenti V; (§ 8) in omni] om. V; etiam] om. V; (§ 13) huic rei] om. V; (§ 18) hostis] honestis V; (§ 20) ut] om. V; (§ 23) funditus] funditur V; (§ 24) accedat] accedit V; (§ 24) moderator] moderatur V; (§ 26) semper] om. V; (§ 30) palestrae solum et olei] solum olei V; (§ 31) ac fortissimorum] fortissimorum ac clarissimorum V; (§ 31) Scis] om. V; (§ 32) praecipue tibi] tibi praecipue V; (§ 35) Facillimi sint] facilem sit V; (§ 36) multiplicem] multicem V; (§ 37) Benignitas] Benitas V; (§ 40) difficultate] difficultatione V; (§ 43) Et Cato etiam senior] senior Cato V; (§ 43) iuventuti] iuventi V; (§ 45) gravitatem] gravitem V; (§ 45) etiam] om. V; (§ 47) maiestate] magnestate V; (§ 49) flumina effice] fluma efficere V; (§ 53) specie] spem V; (§ 57) irato homine] om. V; (§ 60) subiacent] subque fortunae iacent V; (§ 60) tam certa victoria] victoria certa V; (§ 65) annonaque in macello] annona in macelloque V; (§ 67) Cavendum deinde est] Cavendum est denique V; (§ 69) servaretur] preservaretur V; (§ 69) periculo] om. V; (§ 40) exoret] oret V; (§ 29) electiones] elegies V; (§ 40) debebit] habebit V; (§ 40) difficultate] difficultatem V; (§ 47) eximia] pulcra V; (§ 73) ab] om. V; (§ 73) summae] om. V; (§ 43) Graeca] om. V, con spazio bianco di circa due righe

Tale situazione induce quindi a considerare con buona probabilità V un descriptus di B.

3.2. Il ramo β

Il ramo β appare definito da un nucleo più compatto di innovazioni comuni e separative rispetto al resto della tradizione. I tratti principali che ne consentono l’individuazione sono: l’omissione (o resa in latino) della citazione greca, la lezione diutius per diutinis e omnis per omnes (eccetto M). La convergenza di questi elementi consente di postulare un subarchetipo comune per Vi T R1 Ve2 Ve; ad esso va accostato anche M che mostra significative affinità con β, pur senza condividerne integralmente tutti i tratti distintivi.

All’interno di β si distinguono con chiarezza due sottogruppi principali, Vi T e R1 Ve2, ai quali si affiancano Ve e M come testimoni collaterali autonomi.

Nel primo sottoramo, Vi T, i due manoscritti condividono, oltre alle varianti caratteristiche del ramo, il medesimo titolo Francisci Patricii ad Achillem Petruccium de regendo magistratu admonitio per utilis, e una serie di innovazioni comuni e distintive:

(§ 16) exanclare] superare Vi T; (§ 53) nocere] om. Vi T; (§ 60) nutant] nutantur Vi T; (§ 60) metuenda] timenda Vi T; (§ 63) imperanda] impetranda Vi T; (§ 70) ducerem] noscerem Vi T; (§ 74) Iterum vale] om. Vi T; (§ 43) Graeca] Exercetur enim quod semper in honore est. Negligitur vero quod in contemptu est Vi T.

Tuttavia, mentre T condivide tutte le varianti caratteristiche di Vi, presenta anche una serie di innovazioni proprie che non trovano riscontro in Vi e che ne rivelano la condizione di descriptus di Vi:

(§ 3) accepisses] accepisse T; (§ 18) volet] vult T; (§ 19) civitates nullae] mille civitates T; (§ 40) facilia] faciliora T; (§ 58) omnes] homines T; (§ 43) viri optimi ac virtuosi et bonis] om. T; (§ 19) talis] his T; (§ 22) ac] atque T; (§ 22) in] ut T; (§ 27) carum] clarum T; (§ 29) peregregiae] peregre T; (§ 30) tamdiu] iam diu T; (§ 33) enim] enim cum T; (§ 34) famam fortunasque] fortunam famamque T; (§ 36) maritimam] maritima T; (§ 47) solum] om. T; (§ 51) sermonis] sermonibus T; (§ 54) improbos] impros T; (§ 55) ut] ac T; (§ 55) id] ad T; (§ 55) temere] tenere T; (§ 61) autem] om. T; (§ 69) Omnia] Quocirca vetus Persarum disciplina omnia T, per errore di anticipazione.

Nel secondo sottoramo, R1 e Ve2 presentano significativi accordi che rinviano a un antigrafo intermedio comune (δ). Al di là della stretta vicinanza del titolo – Franciscus Patricinus (sic) senensis Achilli petrucio s. p. d. Epistola elegans in qua ostendit qualis se habere debeat in gerendo magistratu ut pretura si designata (Ve2) e Francisci Senensis Patricii epistola elegans in qua ostendit qualis se habere debeat in gerendo magistratu, vel pretura sibi designata (R1) – lo mostrano, fra l’altro, le seguenti lezioni:

(§ 16) exanclare] exundare R1 Ve2; (§ 50) sanctissimus] fortissimus R1 Ve2; (§ 32) Unum praecipue tibi semper obversetur] om. R1 Ve2; (§ 1) gratulatus] congratulatus R1 Ve2; (§ 31) lectitasti] delectitasti R1 Ve2; (§ 1) mihi conducere] tibi conducere R1 Ve2; (§ 32) fore quam] fore R1 Ve2; (§ 33) debent] debet R1 Ve2; (§ 33) regatur] geratur R1 Ve2; (§ 35) multa] plura R1 Ve2; (§ 63) absorbenda] ascribenda R1 Ve2; (§ 63) invidiosius] iniuriosus R1 Ve2; (§ 57) acciperem] acceperim R1 Ve2; (§ 29) quasi] om. R1 Ve2.

A partire da tale modello, i due testimoni si separano. Ve2 ha errori propri come:

(§ 10) geris] ceteris Ve2; (§ 18) et ab omnibus laudari, coli, diligi, gloriosum est] om. Ve2 per saut du même au même; (§ 18) Sit] Scit Ve2; (§ 43) praemium] om. Ve2; (§ 31) ac fortissimorum] om. Ve2; marcescat] marcescit Ve2; (§ 49) sono] sonitu Ve2; (§ 58) spes] om. Ve2.

R1, da parte sua, sostituisce la citazione greca con una parafrasi latina: Ubi virtutes in gloria sint, ibi minime habitandum esse dicebat (§ 43), probabilmente nel tentativo di colmare una lacuna o un guasto già presenti nell’antigrafo. Presenta inoltre le seguenti innovazioni:

(§ 9) quoto] quanto R1; (§ 8) cogitare] excogitare R1; (§ 10) pareant] parent R1; (§ 9) honestis] hostis R1; (§ 7) artium] virtutum R1; (§ 18) gloriosum est] gloriosum esse R1; (§ 19) cuique] unicuique R1 mg. dx; (§ 26) nunquam destituitur] destituitur nunquam R1; (§ 50) Atheniensis] athenis R1; (§ 53) insusurrantibus] insussurationibus R1; (§ 56) diudicandus] iudicandus R1; (§ 66) viribus] iurebus R1; (§ 72) mecum etiam] etiam mecum R1; (§ 46) arbitratur] arbitrantur R1; (§ 33) non modo abrogare, sed derogare valeat] non modo abrogare valeat R1; (§ 62) reprehenditur] deprehenditur R1.

È interessante, infine, notare il comportamento divergente dei due codici rispetto a locum (§ 31), reso da R1 con sedem e da Ve2 con solum; due soluzioni diverse, ma entrambe interpretabili come tentativi di sciogliere una possibile incertezza già presente nell’antigrafo comune.

A β appartiene anche Ve, ma senza che sia possibile assegnarlo con sicurezza né al gruppo Vi-T né a δ. In favore della sua appartenenza a β depongono infatti proprio i tre tratti distintivi del ramo: omissione della citazione greca, segnalata da uno spazio bianco pari circa a due righe di testo, diutius per diutinis, omnis per omnes. Tuttavia, l’elevato numero di innovazioni singolari ne rendono instabile la posizione. Ve trasmette infatti un testo scarsamente affidabile, con molteplici lezioni proprie, tra cui:

(§ 4) iudicio] indicio Ve; (§ 10) minores] maiores Ve; (§ 29) inclitis] in dictis Ve; (§ 33) vetustate] venustate Ve; (§ 35) obsistat] obstat Ve; (§ 41) omnibus] om. Ve; (§ 43) honoris] honoribus Ve; (§ 50) indicavit] iudicavit Ve, in accordo con B V; (§ 53) simultatem] simultationem Ve; (§ 56) contendit] contedit Ve; (§ 61) aura] laura Ve; (§ 65) valet] valor Ve; (§ 69) credas] credis Ve; (§ 69) elicere] edicere Ve; (§ 70) Cecilius] Occilius Ve; (§ 70) a iuniore] a minore Ve; (§ 70) pararet] pareret Ve; (§ 70) ducerem] scirem Ve; (§ 71) decent] condecent Ve; (§ 72) omnium] om. Ve; (§ 13) futurum] futurum esse Ve; (§ 14) animi] animi tui Ve; (§ 18) improbe] improbo Ve; (§ 18) vitamque] vitaque Ve; (§ 18) et] ut Ve; (§ 20) solida] solidi Ve; (§ 25) bonorum malorumque] malorum bonorumque Ve; (§ 28) non] om. Ve; (§ 29) pryenensis] plenensis Ve; (§ 31) non] om. Ve; (§ 32) fore quam] quam Ve; (§ 33) loquentem] eloquentem Ve; (§ 34) labores] laboribus Ve; (§ 38) humaneque] humane Ve; (§ 39) sine] si est Ve; (§ 48) etiam] etiam et Ve; (§ 49) verbis] te verbis Ve; (§ 49) sed] om. Ve; (§ 50) perinde] peric Ve; (§ 51) tacendum] tacendum est Ve; (§ 55) rem] rem tibi Ve; (§ 57) aliis] alii Ve; (§ 57) sontibus] insontibus Ve; (§ 71) eum] om. Ve; (§ 71) te] om. Ve; (§ 72) eam] om. Ve; (§ 74) Corfinio idibus ianuariis] om. Ve.

Altrettanto cauta va considerata la collocazione di M. Il ms. condivide con β l’omissione della citazione greca e la lezione diutius per diutinis, ma conserva la lezione omnes, che, di certo, potrebbe pacificamente essere stata sanata per congettura. Anche qui si ha a che fare con un ms. vergato da un estensore incline a distrarsi, com’è dimostrato da numerose banalizzazioni e varianti singolari:

(§ 16) exanclare] exaudire M; (§ 1) supererant] superant M; (§ 14) excolendas] extollendas M; (§ 2) legenti] legendi M; (§ 15) studio omnique] om. M; (§ 17) hominibus] omnibus M; (§ 22) eluceat] eliceat M; (§ 25) ratum] om. M; (§ 28) virtutem] om. M; (§ 35) calamitosorum] clarissimorum M; (§ 44) detestanda] detestata M; (§ 57) comprime] contine M; (§ 60) nutant] mutant M; (§ 61) decernunt] decertant M; (§ 64) singuli] om. M; (§ 66) viribus] rebus M; (§ 67) discunt] adiscunt M; (§ 68) augenda] urgenda M; (§ 4) et] atque M; (§ 5) omnibus natura] natura omnibus M; (§ 7) me] om. M; (§ 8) primis] primis enim M; (§ 9) te] om. M; (§ 25) praebeat] prebebit M; (§ 27) admirantur] admiratur M; (§ 29) futuram] futurum M; (§ 32) tibi semper] semper tibi M; (§ 33) tritum iam] iam tritum M; (§ 35) aeque omnibus] eque M; (§ 38) quod] qui id M; (§ 39) quod] quid M; (§ 40) quod] quia M; (§ 43) tibi semper] semper tibi M; (§ 50) perinde] proinde M; (§ 51) est] om. M; (§ 51) autem] om. M; (§ 59) Ceterum] Ceterorum M; (§ 61) principibus] principus M; (§ 73) etiam] om. M; (§ 74) Corfinio] Corcirio M.

4. Stemma

La tradizione si lascia dunque organizzare in due rami principali. Il ramo β, costituito da Vi T R1 Ve2, cui si devono aggiungere Ve e M, testimoni fortemente perturbati ma riconducibili allo stesso lato della tradizione, risulta genealogicamente più saldo. Al suo interno, T dipende da Vi, mentre R1 e Ve2 risalgono a un antigrafo intermedio comune δ. Ve e M non offrono elementi sufficienti per essere assegnati con sicurezza a uno di questi due sottorami, e sono pertanto collocati come testimoni autonomi del ramo. Il ramo α, invece, composto da F Y R, Ve1 e B V, è fondato su lezioni in larga parte conservative e si definisce anche per la mancata partecipazione alle innovazioni caratteristiche di β. Al suo interno si riconosce anzitutto il gruppo F R Y: F e R sembrano risalire a un antigrafo comune γ, con Y verosimilmente descriptus di F. A questo stesso lato della tradizione va accostato Ve1, che condivide alcune lezioni significative con γ, ma presenta anche innovazioni proprie tali da suggerire una posizione autonoma rispetto al sottogruppo. Accanto a questo nucleo, infine, si distinguono B e V, accomunati da errori congiuntivi propri, con V che risulta descriptus di B.

I rapporti così delineati possono essere rappresentati graficamente nel seguente stemma codicum:

Stemma

5. Criteri ortografici e organizzazione dell’edizione

Come è consueto nella trasmissione umanistica latina del XV secolo, il testo presenta oscillazioni grafiche dipendenti dall’instabilità dell’uso scrittorio, dalla compresenza di abitudini medievali e classicistiche e dalla pratica dei copisti. I codici della tradizione, pur conservando una sostanza testuale largamente riconoscibile, presentano infatti facies sensibilmente differenti. Ne consegue che l’edizione non riproduce meccanicamente l’assetto ortografico di un singolo testimone, ma mira a costituire una veste grafica coerente sulla base della recensio, della valutazione complessiva della tradizione e, soprattutto, di una norma storicamente motivata, ricavabile dagli auctores grammaticali antichi e dalla loro ricezione umanistica. Particolare rilievo assumono, pertanto, le indicazioni fornite dall’Ortographia del Tortelli e specialmente dalle Institutiones di Prisciano, autore sicuramente noto al Patrizi e da lui stesso epitomato. Per il De gerendo magistratu questo è particolarmente opportuno, perché Patrizi non fu solo un umanista altamente educato alla grammatica latina: nei repertori è attestata una sua Epitome Prisciani, trasmessa in almeno otto mss. e indicata anche come De octo partibus orationis libellus o De primo Prisciani gramatici libri epithoma (Black 2001, pp. 142-143; de Capua 2014, p. 102; Hankins 2025, p. 342).

Un primo gruppo di oscillazioni riguarda la resa della nasale davanti a dentali e velari, in forme composte, derivate o comunque avvertite come tali. La questione non è meramente meccanica, poiché nella tradizione grammaticale antica e umanistica essa è ricondotta ai fenomeni di composizione e di euphonia. Prisciano, ripreso dal Tortelli, osserva che m può passare a n, soprattutto quando seguano d, c, t o q (GL II, 29, 15-17). Su questa base, e in accordo con la documentazione offerta dai codici, si sono adottate forme quali quanquam, quandam, tandem, tanquam, unquam, nunquam, nonnunquam e soprattutto nanque.

Un secondo gruppo di oscillazioni riguarda l’uso di f e ph, particolarmente rilevante nei vocaboli di origine greca o percepiti come tali. Nell’opera la questione si pone soprattutto per i vocaboli del gruppo philosoph-, nei quali ph è giustificato dall’origine greca e dovrà pertanto essere mantenuto. Particolare attenzione richiedono invece le forme derivate da nefarius, la cui attestazione nelle forme nepharie, nepharii, nepharios è ampiamente attestata nella tradizione, ma per ragioni di congruenza con le scelte ortografiche seguite, si è proceduto a regolarizzare in nefarie, nefarii, nefarios.

Quanto all’uso della lettera h, si è seguito un criterio fondato sulla distinzione fra aspirazione etimologica, aspirazione greca e aspirazione indebita, col supporto dell’uso dei mss. più autorevoli. Poiché la tradizione grammaticale, com’è certo almeno dal De aspiratione del Pontano, considera h non come lettera autonoma ma come nota aspirationis, essa è stata conservata nelle forme in cui risulta richiesta dalla norma latina o dalla resa dei grecismi, nonché nei nessi aspirati ch, ph, th di voci come philosophus, philosophorum, theatrum, pulchritudo, Atheniensis, stomachus, Achilles, Archita. Al contrario, le aspirazioni non etimologiche o ipercorrette, per coerenza, non sono state accolte: così, ad esempio, alle forme coherceri, archana, pur attestate in alcuni codici, sono state preferite coerceri, arcana.

Frequenti, d’altra parte, sono le oscillazioni riguardanti l’uso di ti e ci davanti a vocale, per le quali si è scelto di seguire la grafia dei mss. principali, come iustitia, pollicitationibus, actionum, electiones e, per converso, ocium, negociorum, beneficii, iudicium, societatis, suspicionem.

Un criterio specifico è stato adottato per i composti di iacio. Nelle forme del tema del presente si è mantenuta la doppia i, in accordo con la documentazione grammaticale offerta da Prisciano, che registra forme come iniicio (GL II, 437, 31), iniiciebam e iniiciam (GL II, 438, 1). Si stampa pertanto reiice (§ 56). Nelle forme derivate dal tema del perfetto o del participio si conserva invece la grafia propria del tema in -iec- / -iect-: adiecerimque (§ 1), abiectique (§ 44), coniectura (§ 73).

Si è proceduto, infine, a normalizzare l’uso di u e v, distinguendo il valore vocalico da quello consonantico, mentre la j è stata sempre ricondotta a i; allo stesso modo sono state sciolte tacitamente le abbreviazioni, sono stati adeguati all’uso moderno le maiuscole, la separazione delle parole e l’interpunzione, introdotta con funzione interpretativa e volta a rendere più perspicua l’argomentazione, senza alterare l’andamento retorico del dettato.

La paragrafatura e la numerazione progressiva, assenti ovviamente nella tradizione manoscritta, sono state introdotte per agevolare il rinvio e la consultazione del testo, rispettando per quanto possibile le articolazioni logiche del discorso. Una prima fascia di apparato, di tipo positivo, registra le varianti sostanziali; sono invece omesse, salvo casi di particolare rilievo, le varianti meramente grafiche e le lectiones singulares, discusse nella sezione relativa al rapporto tra i testimoni della presente Nota. Una seconda fascia di apparato accoglie le note di commento, destinate a chiarire le principali questioni interpretative poste dal testo. Vi sono segnalate le citazioni esplicite, i richiami ai fontes classici più sicuri e rilevanti, nonché eventuali loci paralleli utili a spiegare la tessitura concettuale del trattato.

Quando il presente lavoro era già in bozze, è apparsa l’edizione Francesco Patrizi da Siena, Come gestire un incarico pubblico. De gerendo magistratu, a cura di Stefano U. Baldassarri, James Hankins e GuangXian Tang (Firenze 2026), fondata su quattro soli testimoni della tradizione e accompagnata da traduzione italiana a fronte e traduzione inglese, che gli stessi curatori presentano come preliminare rispetto a una futura ricostruzione complessiva del testo.

Conspectus siglorum

α: F, R, Y, Ve1, B, V

β: Vi, T, Ve2, R1, M, Ve

γ: F, R

δ: Ve2, R1

Manoscritti

B = Berlino, Staatsbibliothek, Preussischer Kulturbesitz, cod. Lat. qu. 611 (già Phillipps 10109)

F = Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, cod. Magl. XXXII 39

M = Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, cod. L 69 sup.

R = Roma, Biblioteca Casanatense, cod. 1549

R1 = Roma, Biblioteca Angelica, cod. 1377

T = Trento, Archivio Diocesano Tridentino, Biblioteca Capitolare, cod. 42

V = Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. Lat. 7179

Ve = Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XI 80 (3057)

Ve1 = Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XIV 262 (4719)

Ve2 = Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, cod. Lat. XIV 265 (4501)

Vi = Vicenza, Biblioteca Comunale Bertoliana, cod. 43 (già 6.7.31)

Y = New Haven, Yale University, Beinecke Library, cod. Marston 147